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martedì, gennaio 24, 2006 SHOA Questo articolo descrive il contenuto di un nuovo libro, in lingua francese, che fa emergere la resistenza non violenta di tanti cattolici francesi alle leggi razziali del regime collaborazionista di Petain. Vichy, tanti giusti all'ombra di Petain (di Matteo Luigi Napolitano da Avvenire, 24-1-2006) «La Francia è uno dei Paesi dell'Europa occidentale occupata in cui la comunità ebraica è sopravvissuta meglio allo sterminio»; si salvarono infatti i tre quarti di essa. E l'opera di salvataggio attuata dai cristiani francesi rese possibile un tale risultato, indipendentemente dall'atteggiamento nei confronti del regime collaborazionista di Vichy. È questa la conclusione cui giunge la giovane studiosa israeliana Limore Yagil nel suo volume Chrétiens et Juif sous Vichy (1940-1944), apparso di recente per le edizioni Cerf e basato su un'impressionante documentazione d'archivio. Un film francese Nel post precedente abbiamo parlato del fatto accaduto durante il primo Natale di guerra sul fronte tedesco-francese. Un film francese, che in Francia ha avuto un enorme successo, ora arriva in Italia. Riprendiamo la presentazione del giornale Il Tempo.
Guerra e odio via dalla trincea per la notte di Natale di GIAN LUIGI RONDI da Il Tempo 24-1-2006
JOYEUX NOEL, di Christian Carion, con Diane Kruger, Guillaume Canet, Benno Furman, Daby Boon, Jabiel Bruhl, Francia-Germania-Gran Bretagna, 2005. «JOYEUX Noel» è espressione francese per «Buon Natale». Se lo dicono, anche in inglese e in tedesco, degli ufficiali e dei soldati che, la vigilia di Natale del 1914, si son trovati a combattere fra due opposte trincee in quella che era la terribile guerra di posizione di quegli anni. Da una parte un reggimento francese e uno scozzese, con tanto di cornamuse, dall’altra, un reggimento tedesco. Prima gli assalti alla baionetta, i bombardamenti, i morti, poi, all’improvviso, in occasione di quella data che suggerisce sentimenti di pace, prima dei canti natalizi nelle varie lingue poi, quasi insensibilmente, un bisogno di uscir fuori dalle reciproche trincee e di fraternizzare, almeno per una notte, perfino con scambio di doni. Un episodio accaduto realmente nelle campagne di un Artois in quel momento occupato dai tedeschi. Quasi ignorato dalla storiografia ufficiale che lo considerava evidentemente poco "patriottico", ma riesumato adesso, sulla base di una documentazione da poco scoperta, da un registra francese, Christian Carion, di cui si ricorderà il recente «una rondine non fa primavera», in cifre quasi soltanto intimistiche. Qui di intimismo ce n’è ben poco. Ci sono le trincee, la guerra, lo scontro fra militari nemici. Le psicologie, però, sia in un campo sia nell’altro, sono tratteggiate con attenzioni anche fini e le pagine corali della fraternizzazione, pur rischiando qua e là dei sospetti di retorica, hanno una intensità emotiva di cui non è difficile aderire. Specie quando da una parte le commentano in tedesco «Stille Nacht» e dall’altra, in latino, «Venite adoremus» (sia pure mal pronunciato). Certo, le musiche hanno il loro impatto nell’azione (fra i personaggi ci sono un tenore in uniforme e un soprano che l’ha raggiunto per amore), ma, pur con qualche eccesso, fanno spesso da commovente supporto a una storia che invita a vincere l’odio difendendo cristianamente l’uguaglianza fra gli uomini, e non solo in occasione di un Natale. Ai vari personaggi, con i loro problemi psicologici e morali di sfondo, danno vita attori francesi, tedeschi, inglesi non molto noti, ma hanno tutti il loro peso giusto. Anche in quel contrasto durissimo fra il cappellano scozzese, uomo di pace, e il suo vescovo bellicoso che si esprime come oggi un talebano. Di fianco, in una breve pagina sulla Francia occupata, Michel Serrault e Suzanne Flon: nel segno del grande cinema. mercoledì, gennaio 18, 2006 PRIMO NATALE DI GUERRA (PRIMA GUERRA MONDIALE) L'ultimo testimone, protagonista di uno dei più incredibili episodi della Prima Guerra Mondiale, Alfred Anderson, è morto a 109 anni, alla fine di Novembre. Anderson, diciottenne soldato del reggimento Black Watch, partecipò con molti altri suoi commilitoni al fenomeno di fraternizzazione di massa che si registrò, nel Natale 1914, primo Natale di guerra, lungo il fronte occidentale tra soldati inglesi e francesi da una parte e tedeschi dall'altra. D'improvviso migliaia di soldati uscirono dalle rispettive trincee per stringersi la mano, bere insieme, scambiarsi sigarette, giocare a calcio e scherzare. La cosa destò molte preoccupazioni negli alti comandi di entrambe le parti ma il fenomeno rimase circoscritto a quei pochi giorni di fine 1914. (da Storiainrete Dicembre 2005) Ecco, questa semplice notizia, per noi rappresenta quello che vorremmo cercare e segnalare con questo blog. Tutti i segni, anche minimi, anche "storicamente irrilevanti" dell'umanità di ogni singolo uomo, che ha 'vinto', ha affermato se stessa sopra e prima di qualsiasi ideologia - in questo caso l'ideologia del nazionalismo, una delle più nefande del 20^ secolo, che abbiamo visto riaffacciarsi minacciosa ed ancora tristemente efficace, alla fine del secolo, nel Kosovo. Ma ci pensate!? Le trincee, gli uomini da una parte e dall'altra che si possono quasi guardare, controllare... ci sono già stati dei morti, già si è cominciato a sperimentare la durezza della vita della trincea, della guerra di posizione, non ci si fanno più illusioni in una fine rapida e senza troppi morti.... E qualcuno decide, si rende conto che anche gli 'altri' sono uomini, dall'altra parte, ma uguali, con le stesse aspirazioni, gli stessi bisogni, la stessa umanità. Chissà, forse gli alti comandi avranno pensato alla propaganda socialista!?Ma no, i socialisti erano schierati, almeno nel 1914, ognuno per il proprio paese.... Il nazionalismo più forte anche del socialismo.... e anche comunque del cristianesimo, ormai inincidente a livello degli Stati e delle potenze europee. Ma più forte ancora, anche se per pochi giorni, l'umanità delle persone, dei 'soldati' ha vinto quella guerra, veramente all'origine di tanti nostri mali.
mercoledì, gennaio 11, 2006
Segnalazioni - per chi vive a Torino
L'Europa di Benedetto - Presentazione del libro
Lunedì 16 gennaio 2006 alle ore 17.00 presso il Centro Congressi dell’Unione Industriali in Via Fanti 17 – Torino, sarà presentato il libro di Joseph Ratzinger «L’Europa di Benedetto» una coedizione tra la Libreria Editrice Vaticana e le Edizioni Cantagalli, organizzatrici dell’evento.Alla Presentazione interverranno il Presidente del Senato Marcello PERA e l`arcivescovo di Bologna Mons. Carlo CAFFARRA. Moderatore sarà don Salvatore Vitiello, docente di teologia.
La partecipazione è gratuita ma su invito da mostrare all’ingresso. L'invito è ritirabile a partire dal 10 gennaio 2006 presso la Libreria San Paolo di Via della Consolata angolo Piazza Savoia a Torino, negli orari 9.00-12.00/15.00-19.00 Per informazioni rivolgersi all’indirizzo e-mail: eventoperatorino@libero.it
domenica, gennaio 08, 2006 NAZISMO Tracce di quello che vorremmo evidenziare con questo blog... L'insostenibile stupidità del pensiero moderno (da Il Foglio 7-1-2006 di Massimo Boffa) Mi è capitato tra le mani in questi giorni un testo, appena uscito, di Eric Voegelin (1901-1985). La cosa è già di per sé degna di nota, poiché in Italia le opere di questo filosofo tedesco sono state pubblicate in maniera disordinata e sono piuttosto difficili da trovare. Non è mai stato, infatti, un pensatore alla moda. Un suo grande estimatore fu il cattolico Augusto Del Noce, che scrisse su di lui un bel saggio, a mo’ di introduzione al libro di Voegelin “La nuova scienza politica” (Edizioni Borla 1968). Ma anche Lucio Colletti consigliava ai suoi studenti la lettura di “Il mito del mondo nuovo” (Rusconi 1970), dove le ideologie rivoluzionarie del Novecento venivano presentate come la versione secolarizzata dell’escatologia gnostica cristiana, in perenne rivolta contro la realtà. Voegelin fa parte della famiglia filosofica dei critici della modernità. Oggi lo si direbbe un “teocon” ante litteram. I suoi due punti di riferimento sono il pensiero classico (Platone, Aristotele) e la tradizione giudaico-cristiana (Bibbia, Agostino, Tommaso), concepiti come i fondamenti saldi e irrinunciabili a partire dai quali assicurare l’ordine, sia nella società che nell’animo umano. Il cuore dell’ideologia moderna sta invece, precisamente, non solo nel rifiuto di questa antica saggezza ma anche nel conseguente rifiuto dei limiti storici e naturali della condizione umana, alla ricerca di un’impossibile perfezione che conduce solo al disordine. Quanto alla sua biografia, Voegelin è uno di quei molti filosofi che negli anni Trenta furono costretti ad abbandonare l’Europa (nel 1938 lasciò Vienna, dove insegnava) per trovare rifugio in America in seguito all’avvento del nazismo. Negli Stati Uniti formò una schiera agguerrita di allievi ma, come nel caso di Leo Strauss, cui lo avvicinano molte posizioni teoretiche, si trattò sempre di un seguito minoritario rispetto ai principali trend in voga nelle università americane. Minoritari, ma combattivi, come dimostra anche la rivoluzione politico-spirituale in atto oltre oceano. E oggi la sua eredità intellettuale è coltivata nell’Eric Voegelin Institute a Baton Rouge, Louisiana.Detto tutto questo, il testo che ho tra le mani è piuttosto singolare. Si chiama “Hitler e i tedeschi”, è edito da Medusa, con una introduzione molto bella di Riccardo De Benedetti. Raccoglie le lezioni che Voegelin tenne nel 1964 all’Università di Monaco. Era la prima volta che ritornava in Germania dopo il suo lungo esilio e volle affrontare, di fronte agli studenti di un paese che non riusciva ancora a guardare in faccia il proprio recente passato, il tema per tutti più doloroso, quello delle responsabilità. Un anno prima Hannah Arendt aveva pubblicato “La banalità del male”, dove, sulla scorta del dibattimento al processo Eichmann svoltosi in Israele, mostrava come il meccanismo dello sterminio aveva potuto funzionare anche grazie alla solerzia con cui i molti burocrati dell’Olocausto avevano eseguito il loro compito. Voegelin non vuole trattare il tema storicamente, in senso stretto. Non gli interessa discutere delle cause politiche, economiche, geostrategiche che contribuirono a portare il nazismo al potere: la crisi della Repubblica di Weimar, l’inflazione, il Trattato di Versailles, eccetera. Vuole capire come è stato possibile che un popolo intero si consegnasse a Hitler e lo seguisse nella sua avventura: “Il nostro problema è la condizione spirituale di una società nella quale i nazionalsocialisti riuscirono a raggiungere il potere. Quindi non sono i nazisti a rappresentare per noi un problema ma i tedeschi”. Innanzitutto va eliminato un equivoco, quello secondo cui i tedeschi furono sedotti dall’irresistibile fascino di Hitler. Il Führer non ingannò “tutti” i tedeschi: “Io compresi Hitler ancor prima che egli salisse al potere, e lo stesso fecero molti altri”. Il grande fisico Max Planck, ad esempio, che nel 1933 era andato a perorare presso Hitler la causa dei docenti ebrei e fu costretto ad ascoltarne la risposta per quarantacinque minuti: “Quando tornò a casa era completamente distrutto. Era stato come ascoltare una vecchia contadina sproloquiare di matematica”. Altro che fascino. Per soccombere a quell’aura bisognava essere già spiritualmente corrotti, anzi affetti da “cretinismo morale e intellettuale”. Qui Voegelin chiama in soccorso Robert Musil che, nel suo saggio “Sulla stupidità” (1937) aveva distinto la stupidità onesta, schietta, non malvagia, perfino simpatica, dalla stupidità intelligente e piena di pretese. Quest’ultima non è un difetto della mente, ma dello spirito, cioè un difetto morale. Può raggiungere gravissime forme patologiche, come nella Germania nazista, eppure, in modi più silenti, è sempre in agguato. Può manifestarsi, come avvenne allora, sotto forma di sovreccitata credulità nell’idea romantica di “popolo” (opposta alla più sobria idea di “umanità”), un popolo le cui caratteristiche biologiche escludevano ebrei, zingari e così via. Ma è sempre in incubazione, quella stupidità, in ogni ideologia che all’umanità della persona sovrapponga identità e mete collettive (il riscatto del proletariato, dei diseredati, eccetera) nel cui nome si possa lecitamente fare violenza agli individui. Voegelin individua due potenti fattori che sono alla base della corruzione ideologica e dell’analfabetismo spirituale di un’intera società: la negazione della realtà e la disumanizzazione anticristiana. Ogni ideologia, per funzionare, deve inventare una “seconda realtà”, nella quale i dati dell’esperienza, cioè la vita normale con il suo senso del giusto e dell’ingiusto, perdono ogni significato e sono sostituiti da una creazione immaginaria, da una “visione del mondo”. Questa perdita di realtà si esprime nella perdita di senso delle parole, i concetti vengono sostituiti da luoghi comuni e il linguaggio diventa allucinato: un assassinio non è più un assassinio, lo sterminio di un popolo è un’operazione di igiene che serve a preservare l’integrità di una razza superiore. In contesti diversi, il massacro dei contadini che non vogliono cedere le mucche allo Stato è una gloriosa pagina della lotta contro il nemico di classe, la reclusione dei borghesi è una rieducazione, i tagliatori di teste sono la resistenza irachena. “Ne consegue – dice Voegelin – una concentrazione altissima di imbecillità”. Ma è il fenomeno della disumanizzazione anticristiana, comune a nazismo e comunismo, che ci conduce nel cuore nichilista delle ideologie moderniste. L’uomo è uomo, ricorda Voegelin, nella misura in cui è imago Dei; tutti gli uomini sono uguali nella misura in cui sono immagine di Dio (“Questo è esattamente ciò che caratterizza il cristianesimo, la sua straordinaria conquista”). Volgendo le spalle a Dio, il pensiero moderno ha inteso emancipare l’uomo dalla trascendenza, in realtà gli ha sottratto il fondamento della sua umanità: il senso del limite, del suo posto nell’ordine naturale. E pare di sentire un altro grande filosofo cristiano del Novecento, quel Nikolaj Berdjaev che invocava un “nuovo medioevo” per recuperare il limite sacro della persona umana contro la volontà di onnipotenza dei moderni. Quella volontà senza freno, infatti, rischia continuamente di trasformarsi in libido, potente desiderio esistenziale non organizzato né dalla ragione né dallo spirito, puro capriccio dell’io per il quale ogni remora è, prima ancora che insopportabile, incomprensibile. Non sarebbe male che questa congiuntura spirituale venisse meditata e tenuta in considerazione da tutti coloro che oggi giudicano “retrogrado” il tentativo di ancorare i sistemi democratici in cui viviamo a un’intuizione meno capricciosa, meno eugenetica, della vita umana e della morte. E che si prestasse un maggiore ascolto alla voce di chi, come la Chiesa (che ha assunto su di sé, dice Voegelin, “il ruolo di guardiana del diritto naturale” degli antichi), cerca di mantenere vigile il senso dei limiti che non è bene valicare. Il nazismo, come esperienza storica, è finito. Non resta però un’eco, sia pure ingenua, della sua volontà di potenza in tante ideologie progressiste che aspirano a modificare la condizione umana, al di fuori da ogni rapporto con la natura, la tradizione e il sentimento del sacro?
Il filosofoche voleva fermare la crisi dell'Europa partendo dal principio di realtà (daI il Foglio 7-1-2006 di Marco Respinti) Per Augusto Del Noce la Modernità è “la storia dell’espansione dell’ateismo”. Ma non si tratta affatto del sogno nostalgico e passatista di tempi belli ma andati. Lo spiegò bene il filosofo tedesco-americano Eric Voegelin (1901-1985), affermando che “essenza della Modernità” è “il dipanarsi dello gnosticismo”. Così ne “La nuova scienza politica”, pubblicato in traduzione italiana nel 1968 a Torino da Borla e preceduto da un saggio di Del Noce su “Eric Voegelin e la critica all’idea di modernità”. Da cui si evince l’idea che un conto è la Modernità e un conto l’evo moderno. “La nuova scienza politica” è un libro che, nella produzione voegeliniana, fa il paio con “Science, Politics, and Gnosticism”, ripubblicato quest’anno negli Stati Uniti. A riproporlo è stata la Isi Books, divisione editoriale dell’Intercollegiate Studies Institute di Wilmington, nel Delaware, uno dei maggiori think tank conservatori e fra i più ramificati nei campus universitari. Il libro è una grandiosa (ri)affermazione del principio di realtà. Le cose, cioè, sono e non possono non essere, e anzi sono così come sono nonostante ogni tentativo di oscurarle, di trasformarle o di contrabbandarle semanticamente. Come appunto fa quello che Voegelin definisce “gnosticismo”, la suprema tentazione e il massimo tentativo di svicolare dal reale, di eluderlo, di beffarlo e – quando proprio esso rifiuta di farsi turlupinare – di fargli del male. Cominciando con il cambiargli nome, con il chiamarlo diversamente da com’è. Magari, chissà, “grumo di cellule” invece che embrione umano. Centrale nella riflessione voegeliniana è la categoria di “gnosticismo”: sinonimo stesso d’ideologia, anzi, sua radice ed essenza. Ciò senza il quale l’ideologia sarebbe come l’acqua fresca: lo scollamento totale del pensiero dalla realtà, sostituita da un’alternativa che programmaticamente si propone la sovversione di quanto esiste giacché giudica quanto esiste intrinsecamente fatto male, sbagliato. Come bene sintetizza un passo dell’undicesima delle “Tesi su Feuerbach” di Karl Marx, significativamente incisa persino sulla pietra tombale del padre del socialismo scientifico: “I filosofi hanno finora soltanto interpretato il mondo in diversi modi; ora si tratta di trasformarlo”. Voegelin enumera sei caratteristiche principali che permettono di individuare lo gnosticismo anche a ragguardevole distanza. L’insoddisfazione verso ciò che è attuale e ciò che è “actual”, ovvero verso ciò che è in atto, che esiste hic et nunc. Poi l’idea che gli aspetti insoddisfacenti del reale siano il prodotto di una organizzazione lacunosa del reale stesso, e questo sin dall’origine. Quindi l’idea che la situazione non sia priva di speranza e dunque che per operare la salvezza ci si debba impegnare per una trasformazione storica della “costituzione dell’essere”. Ancora l’idea che la trasformazione dell’“ordine dell’essere” sia concretamente possibile attraverso l’azione umana, specialmente politica. Infine l’idea che per compiere la trasformazione siano necessari una formula o un progetto fondati su quella “conoscenza segreta” (la gnosi) che dischiude il mistero dell’“ordine dell’essere” e che permette alle guide del movimento gnostico di riorganizzare il mondo. In “Science, Politics, and Gnosticism” vengono quindi elaborati i due concetti su cui s’impernia tutta la speculazione voegeliniana: la “costituzione dell’essere” e l’“ordine dell’essere”. Vale a dire, la natura umana e la struttura del reale sono date, normative, immutabili. Sono ciò che fonda l’esistente secondo una gerarchia che possiede un fine. Per questo il programma dello gnosticismo – scagliato contro la costituzione e l’ordine dell’essere – non può che essere rivoluzionario. L’ideologia è allora l’articolazione in filosofia dell’azione del disprezzo gnostico del reale, la quale, attraverso una prassi – la rivoluzione – conquista il potere operando la prima grande, fondamentale sostituzione. E’ il passaggio dall’ideologia all’ideocrazia, dove la seconda è il governo organizzato e intronizzato della prima, l’ideologia al potere. Il fine ultimo e ultimativo che si prefigge l’ordine nuovo ideocratico è peraltro la rivoluzione suprema, il completo ribaltamento e la totale sostituzione della costituzione e dell’ordine dell’essere esistenti. E’ un fenomeno in radice religioso, anzi contro-religioso come afferma Voegelin, coniando, all’inizio della propria carriera, l’espressione “religione capovolta” nel volume “Die politischen Religionen”, tradotto in italiano come “Le religioni politiche”, primo volume di “La politica: dai simboli alle esperienze” (Giuffrè). Ribaltando il senso religioso fondato sulla trascendenza, la “religione politica” dello gnosticismo è – e non può non essere – totalitaria, giacché mira a immanentizzare completamente il fine trascendente del reale. La rivoluzione finale è infatti la trasmutazione totale che avviene dopo il lungo procedere e incedere della rivoluzione permanente. Dio viene strappato dal Cielo per essere scaraventato a terra: è il sigillo della morte della costituzione e dell’ordine dell’essere, della norma e dello scopo in cui e con cui il creato è stato creato, in primis l’uomo. Se Friedrich Nietzsche profetizzava la morte di Dio e Nicolás Gómez Dávila gli rispondeva che quella teoria, pur interessante, lasciava totalmente indifferente per primo proprio Dio, è la sovversione della costituzione ordinata dell’essere l’unica uccisione che – colpendo in effigie – può avere ragione del Padreterno. Al che consegue che è la difesa del principio di realtà l’apologetica più importante (e pure che, per salvaguardare con sicurezza la laicità, è molto meglio che i laici difendano quel Dio che garantisce la costituzione ordinata dell’essere). Di fronte alla riduzione novecentesca della filosofia a filodossia, da amore per la sapienza ad amore per l’opinione, Voegelin proclamò allora un rinnovamento totale della scienza politica che, animata dalla ricerca della verità, sostituisse l’“episteme” (conoscenza) alla “doxa” (opinione). Davanti al cataclisma dell’Ottantanove giacobino di Francia (che per Voegelin è una delle tappe chiave del progresso storico dello gnosticismo), Edmund Burke disse che la civiltà occidentale si trovava sull’orlo dell’abisso. Parlando della crisi in cui versava l’occidente, e per suo tramite il mondo, a fronte di un’altra tappa chiave del cammino dello gnosticismo, l’ex spia sovietica Whittaker Chambers osservò: “Pochi uomini sono tanto ottusi da non rendersi conto che la crisi esiste e che in ogni momento essa minaccia le loro esistenze. E’ uso comune definirla una crisi sociale. Ma si tratta di fatto di una crisi totale: religiosa, morale, intellettuale, sociale, politica ed economica. E’ uso comune definirla una crisi del mondo occidentale. Ma di fatto interessa il mondo intero”. Lo studioso Michael P. Federici, che si è occupato delle critiche di Voegelin allo scientismo, osserva che “la concezione voegeliniana di gnosticismo fornisce il quadro di riferimento utile all’analisi della crisi occidentale. Le componenti ideologiche della Modernità – nazionalsocialismo, marxismo, progressismo, scientismo e tutti gli altri ‘ismi’ – sono manifestazioni dello gnosticismo. Sono disordini spirituali e la corruzione della politica che generano è il prodotto del disordine dell’esistenza. Fare i conti con la crisi moderna significa trovare un’alternativa agli atteggiamenti gnostici”. Dove? Per esempio nelle pagine de “La nuova scienza politica”, dove maturano gli esiti dello studio profondo della cultura antiideologica anglosassone a cui Voegelin aveva dedicato tempo e sforzi in gioventù (dallo studio del Common Sense britannico all’insegnamento della Costituzione statunitense). Lo studioso vi afferma infatti che le istituzioni britanniche e statunitensi sono quelle meno incrostate di gnosticismo, e lì ripone la propria speranza. Negli anni Cinquanta, all’Università di Monaco, Eric Voegelin sbarcò con l’idea d’importare il modello costituzionale americano, antitesi allo gnosticismo. Proprio il testo della lectio inauguralis del 26 novembre 1958 a Monaco è il brillante saggio appena ripubblicato dalla Isi Books. E in Italia? Con il titolo “Il mito del mondo nuovo: saggi sui movimenti rivoluzionari del nostro tempo”, l’aureo libretto voegeliniano trovò spazio nel 1970 nel catalogo Rusconi. Nel 1990 fu riproposto con una nuova presentazione di Francesco Alberoni (la prima era di Mario Marcolla). Da allora, in Italia dell’opera voegeliana si sono perse le tracce. Ed è davvero un peccato.
giovedì, gennaio 05, 2006 SEGNALAZIONI
La rivista intende essere uno strumento di aggiornamento per gli insegnanti dell'intera area umanistica dei diversi ordini della scuola italiana. D'altra parte, Linea Tempo non si rivolge solo a quanti vivono nel mondo della scuola (o aspirano ad entrarvi), ma anche a quanti desiderano uno strumento di aggiornamento culturale alternativo al nichilismo relativistico della cultura contemporanea. Tra i temi toccati nell'ultimo numero segnaliamo, oltre al Dossier 'Studiare cliccando': C.S.Lewis tra fantasy e Vangelo (con articoli di Bajetta, Rialti e Belfiore), la Milano dei Borromeo e l’identità ambrosiana (Zardin), la “Cena segreta” di Leonardo, Pio XII e il nazismo nel giudizio di uno storico ebraico ancora inedito in Italia. Maggiori informazioni sono disponibili nel sito della rivista, dove potete pure trovare le istruzioni per l'abbonamento: un abbonamento annuale (5 numeri) alla rivista costa solamente 30 euro ! Linea Tempo è socio di Samizdatonline. |
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Lunedì 16 gennaio 2006 alle ore 17.00 presso il Centro Congressi dell’Unione Industriali in Via Fanti 17 – Torino, sarà presentato il libro di Joseph Ratzinger «L’Europa di Benedetto» una coedizione tra la Libreria Editrice Vaticana e le Edizioni Cantagalli, organizzatrici dell’evento.
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