SECOLO XX e dintorni

venerdì, ottobre 28, 2005

GENOCIDIO ARMENO

(da Tempi 28-10-205 di Rondoni Davide)

Due milioni sono stati gli armeni uccisi dal regime turco, tra 1915 e il 1920.
Erano cristiani, erano diversi dalla razza che, preso il potere nell'impero ottomano (i giovani turchi) ingannò tutti e fece piazza pulita. Gli uomini furono portati in zone di guerra, e affogati. Le donne portate nel deserto, e li' alcune dovettero abbandonare un figlio su tre per cercare di salvare se stesse per i propri altri due figli. E per il resto della vita ne impazzirono. A quelle donne, a quegli uomini sono dedicate di fatto due opere di letteratura straordinarie. Dedicate come si dedica l'arte: non come un lamento, non come un discorso. Antonia Arslan, ottima professoressa di letteratura a Padova, ha scritto La masseria delle allodole, stupendo romanzo Rizzoli (che verrà presto trasformato in film dai fratelli Taviani). E Les Murray, straordinario poeta australiano, fa muovere la storia del suo poema Freddy Nettuno, dalla visione del rogo di alcune donne armene. Non una dedica di lamento o rivendicazione. Ma un gesto, come una giustizia della vita di coloro che in quel gorgo si persero e alle vite che ne furono segnate. Hitler a chi gli consigliava di non sterminare gli ebrei perchè ne avrebbe avuta cattiva stampa, rispondeva: «Forse qualcuno ha fatto storie quando i turchi hanno sterminato due milioni di armeni?» La storia ha coniato la parola genocidio per la prima volta in riferimento alla strage armena. Ancora oggi la Turchia, candidata all'ingresso in Europa, non vuole riconoscere quella strage. Ma le parole dei poeti non dimenticano, e dalla vita persa fanno nascere vita nuova e commossa.
E le voci dell'Armenia perduta verranno di nuovo a parlarci della vita di oggi. Del suo desiderio e della sua prova.


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MARTIRI DEL XX SECOLO (da Avvenire 28-10-2005)

Nutriti dalla forza del Pane eucaristico anche nell'ora più difficile. È la testimonianza che viene dagli otto nuovi martiri spagnoli, vittime della persecuzione delle milizie rosse negli anni della guerra civile, che verranno proclamati beati domani in San Pietro. Si tratta di padre José Tapies Sirvant, ucciso insieme a sei compagni sacerdoti della diocesi di Urgell il 13 agosto 1936 e di suor Maria degli Angeli Ginard Martì, caduta «in odium fidei» in quello stesso anno. La cerimonia si svolgerà alle 17,30 e sarà presieduta all'altare della Confessione dal prefetto della Congregazione per le cause dei santi, il cardinale Josè Saraiva Martins, che darà lettura della lettera apostolica con cui Benedetto XVI ha iscritto queste nuove otto figure nell'elenco dei beati.
È soprattutto la figura di suor Maria degli Angeli ad attirare lo sguardo sul legame tra Eucaristia e martirio. Ginard Martì, era nata il 3 aprile 1894 nella città di Llucmajor, nell'isola di Maiorca ed era la terza di nove fratelli di una famiglia cattolica di profonda religiosità. Nel 1921 entrò nella Congregazione delle Zelatrici del Culto Eucaristico. Dopo alcuni anni fu trasferita alla casa di Madrid. Qui il 26 agosto 1936 venne assassinata. Le testimonianze raccolte indicano che da suora la sua vita si svolse nell'ambito della comunità, con una esemplare dedizione ai compiti che le venivano affidati e specialmente la preparazione dei bambini alla Prima comunione, la lavorazione del pane (le ostie e le particole) per la celebrazione della Messa, la confezione di paramenti sacri. Il 20 luglio 1936, a causa della persecuzione antireligiosa in corso, i superiori ecclesiastici ordinarono alle suore di lasciare in abiti secolari il convento. Suor Maria de Los Angeles si rifugiò presso la casa di una famiglia vicina; quando vennero i miliziani a cercarla non la trovarono e decisero di sequestrare una donna. Appena se ne accorse, suor Maria de Los Angeles uscì dal nascondiglio e gridò ai milizian i che la suora era lei, ottenendo così la liberazione dell'altra. Era il 25 agosto 1936 e il giorno seguente venne fucilata. Secondo il postulatore, padre Bartolomeo Mas, il suo sacrificio celebrato «sul finire dell'Anno dell'Eucaristia, ci richiama al vero centro della spiritualità cristiana: la persona di Cristo presente nel Santissimo Sacramento, nel quale ci dona il suo Corpo e il suo Sangue, e dove rimane per essere da noi amato e adorato».
Secondo la ricostruzione fatta dal postulatore della causa di beatificazione, Romulado Rodrigo, anche i sette sacerdoti di Urgell (José Tapies Sirvant, Pascual Pascuet, José Boher Foix, Francisco Castell Brenuy, Pedro Martret Moles e José Juan Perot Juanmartí di origine francese) esercitavano il proprio ministero in un ambiente di terrore, di minacce, di sospetti. Avrebbero potuto fuggire, come fu loro proposto, ma preferirono rimanere nelle loro parrocchie. Condannati a morte dopo un giudizio sommario, senza difesa e solo perché sacerdoti, furono portati a piedi, attorniati da un'imponente forza di sicurezza, per la strada principale del paese di Pobla di Segur per raggiungere il luogo del martirio. Proprio José Tàpies, mostrava una straordinaria forza d'animo. Una volta arrivati al luogo dell'esecuzione, le testimonianze raccolte indicano che mentre il plotone di esecuzione sparava, tutti e sette gridavano «viva Cristo re». I corpi vennero riesumati il 24 novembre 1938, e seppelliti poi in maniera solenne tre giorni dopo. La causa di beatificazione venne aperta a livello diocesano nel 1946 per il solo don Tapies e nel 1992 il vescovo di Urgell decise di ampliarla anche agli altri sei.


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giovedì, ottobre 27, 2005

FINALMENTE UN FILM DA VEDERE: LA ROSA BIANCA SOPHIE SCHOLL 

Sta uscendo nelle sale di tutta Italia - dal 28 Ottobre  venerdi'.

Altre informazioni qui.

 


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mercoledì, ottobre 26, 2005

Diritti civili in USA - ROSA PARKS EROINA AMERICANA (da Avvenire 26-10-2005)

Non v'è dubbio che la scomparsa di un grande personaggio come Rosa Parks rappresenti un'occasione da non perdere. Lungi da ogni forma di retorica, si tratta di un evento che consente di tornare indietro con la moviola della storia per fare discernimento sul tempo presente in cui viviamo immersi. Eroina della lotta nera contro l'apartheid e la segregazione, Rosa aveva 92 anni e con un gesto clamoroso, il primo dicembre 1955, diede il via in Alabama alla protesta contro il segregazionismo sugli autobus, rifiutandosi di cedere il posto a un bianco. Quel giorno, stando alle cronache del tempo, la minuta sartina d'origini afro era sfinita, dopo una lunga giornata di lavoro in un grande magazzino. Nella fila riservata ai bianchi i sedili erano vuoti e lei, con un gesto coraggioso, lasciandosi cadere sul più vicino, cambiò temerariamente la storia americana. Poco dopo, il bus si riempì di bianchi e l'autista disse ai neri di lasciare i posti liberi. Tre uomini si alzarono, lei, unica donna, rimase seduta, in silenzio, senza fare scenate. Ebbe solo l'ardire di scuotere la testa dicendo "no". L'autista chiamò due poliziotti che afferrarono Rosa costringendola ad alzarsi e l'arrestarono. Quel giorno, per gli storici, è la data di nascita del Movimento americano per i diritti civili. I giornali la ritrassero come una donnetta ingenua che, per strane coincidenze della vita, s'era trasformata in una sorta di guida messianica, mentre invece sapeva fino in fondo quello che voleva essendo già da tempo attivista della National Association for the Advancement of Colored People (Naacp), un'organizzazione creata nel 1909 da un gruppo di bianchi liberal e giovani intellettuali d'origini afro, battendosi per l'abolizione della segregazione razziale decretata dalle Jim Crow Laws. Lanciò allora la grande protesta che sarebbe passata alla storia come il "Montgomery Bus Boicott", esortando gli afroamericani a non servirsi dei mezzi pubblici urbani. Riuscì a tirarsi dietro addirittura un giovane pastore battista che sulle prime esitò, chiedendo tempo per riflettere; per inciso, si chiamava Martin Luther King. Il reverendo, che aveva solo 26 anni, capì che la posta in gioco era davvero alta e senza riserve mise a disposizione la sua chiesa e il suo carisma. E da quel momento fu lui a incarnare le battaglie del Civil Rights Movement, guadagnandosi addirittura la copertina del Time Magazine. Lo sciopero dei passeggeri neri riuscì al di là di ogni previsione. Lunedì 5 dicembre viaggiarono sui bus di Montgomery solo 12 lavoratori neri: di solito erano 20mila. Come sappiamo, la storia diede ragione a Rosa: il grande boicottaggio si protrasse per ben 381 giorni e poco dopo la sua condanna (10 dollari di multa) la Corte Suprema, alla quale avevano fatto ricorso i legali della Naacp, dichiarò incostituzionali le norme di segregazione vigenti nello Stato dell'Alabama. Per il suo straordinario impegno, a Rosa furono conferite la medaglia del Congresso e molti altri riconoscimenti, mentre il bus del gran rifiuto finì nel museo Henry Ford di Dearborn, nel Michigan, proprio accanto alla Limousine scoperta sulla quale venne ucciso il compianto presidente John Fitzgerald Kennedy. (...)


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lunedì, ottobre 24, 2005

COMUNISMO CINESE

Oggi la Stampa di Torino (24-10-2005) presenta con una insolita evidenza l'uscita negli Stati Uniti di una nuova biografia su Mao. Sottoltitoli: Un tiranno spietato che affamo' i contadini. Portato in lettiga durante la Grande Marcia.

NEW YORK. «Mao, che esercitò un potere assoluto sulla vita di un quarto della popolazione mondiale, fu responsabile della morte di 70 milioni di persone, più di ogni altro leader del XX secolo». Inizia così «Mao, la storia sconosciuta», una biografia che fa a pezzi il mito della rivoluzione cinese descrivendolo come un tiranno peggiore di Hitler e Stalin. La scrittrice cinese Jung Chang - ex Guardia Rossa emigrata in Gran Bretagna - e il marito, l'accademico britannico Jon Halliday, hanno raccolto testimonianze dirette e documenti inediti e hanno scelto i tipi della Alfred Knopf per stampare il frutto del loro lavoro. Documentando, testimonianza per testimonianza, ogni affermazione Chang e Halliday fanno rivelazioni a pioggia. Il partito comunista cinese non nacque nel 1921 - come generalmente si ritiene - ma un anno prima ed a fondarlo non fu Mao bensì due agenti dei servizi segreti sovietici: un russo di nome Nikolsky ed un olandese chiamato Maring, che aveva dimostrato affidabilità a Mosca come agitatore nelle Antille Olandesi. Alla prima riunione parteciparono tredici persone, nessuna era un contadino, ed il baffuto Maring fece il discorso principale, parlanndo per diverse ore, sempre in inglese. In quella fase iniziale il 94 per cento del bilancio del Pcc arrivava da Mosca e Mao riuscì a farsi spazio presentandosi al Cremlino come il più ossequioso dei servitori, arrivando a scrivere un telegramma che recitava: «L'ultimo ordine ricevuto dal Comintern era così straordinario che mi ha fatto saltare di gioia per 300 volte». Celebrato dalla mitologia ufficiale cinese come un grande leader dei
contadini ed un superbo stratega militare, Mao emerge piuttosto come un tiranno spietato. Nelle lettere inedite scoperte negli anni Novanta, la seconda moglie Yang Kaihui - uccisa da un rivale politico nel 1930 - si lamentava per la brutalità del marito. «Sono stanca di sentir sempre dire "uccidere, uccidere, uccidere"". A temerlo di più erano i soldati dell'Esercito popolare perché un quarto di loro - secondo i documenti citati - venne massacrato durante il maoismo, spesso usando come metodo di eliminazione l'inserimento di barre incandescenti nel retto. Durante la Lunga Marcia, iniziata non per mobilitare le masse ma in quanto il generale nazionalista Chiang Kai-shek spinse i comunisti a intervenire nelle province ribelli del sud-est dove
aveva timore di mandare i propri soldati, Mao quasi mai camminò a piedi facendosi piuttosto portare a spalla su un'apposita lettiga fatta con legni  di bambù. Mao stesso lo raccontò dicendo che «durante la Lunga Marcia stavo steso su una lettiga e leggevo, leggevo molto». I portatori erano contadini che quando si trovavano a scalare le montagne dovevano procedere sulla neve muovendosi sulle ginocchia e lasciando spesso la propria carne sul terreno. Una delle più note battaglie della Lunga Marcia avvenne sul ponte Dadu con un attacco suicida che costò la vita a molti comunisti ma gli autori citano prove relative a tutti i 22 protagonisti di quell'attacco, affermando che nessuno venne ferito mentre tutti ebbero in premio medaglie dell'Ordine di Lenin. Costantemente girato verso Mosca, Mao vide con favore il patto di non aggressione nazi-sovietico del 1939 augurandosi per la Cina la sorte della Polonia ovvero la spartizione a seguito di un'invasione di Stalin da cui contava di uscire trionfatore. A Seconda Guerra Mondiale finita Mao spinse la Corea del Nord ad attaccare il Sud e la scelta di inviare i propri militari al fronte nel 1952 si dovette da un lato alla volontà di decimare i reparti ancora di fede nazionalista e dall'altro ad un baratto con Mosca: in cambio dei soldati cinesi morti combattendo gli americani, Mosca avrebbe fornito a Pechino aiuti in tecnologia. Negli anni Cinquanta iniziò a teorizzare la carestia di massa, ovvero la più grande strage del Novecento.  Voleva educare i contadini a mangiare di meno per risparmiare risorse: se ogni cinese consumava 200 kg di grano l'anno Mao era convinto che 140 kg erano ben più che sufficienti ed in alcuni casi ne sarebbero bastati appena 110 kg. Durante una visita a Mosca offrì il sacrificio delle vite di 300 milioni di cinesi in nome del comune sviluppo socialista e nel 1958 ammise che «metà della popolazione può morire» a causa dei lavori imposti dal Grande Balzo in Avanti. Nei quattro anni seguenti circa 100 milioni di contadini furono obbligati a costruire un complesso di dighe, riserve idriche e canali artificiali scavando una quantità di terra pari a 950 volte quella necessaria per la realizzazione del Canale di Suez. Ed adoperando sempre e solo picconi, vanghe e martelli. La rivoluzione culturale avrebbe aggiunto al terrore il caos. Quando il 16 ottobre del 1964 Pechino riuscì a far esplodere la prima atomica Mao gioì al punto da comporre una poesia autografa: «La bomba atomica esplode quando le viene chiesto, che gioia infinita!». A tutto questo vi sono da aggiungere le congratulazioni a Pol Pot per lo sterminio dei contadini cambogiani, i finanziamenti a Fidel Castro, all'Albania di Enver Hoxa ed alle guerriglie in Africa, l'abbandono del Che Guevara ritenuto un rivale in popolarità, la repressione con ventimila soldati in Tibet contro i monaci del Dalai Lama e i flirt accennati in pubblico con Imelda Marcos, moglie del dittatore filippino. Nelle ultime pagine gli autori smontano anche la tesi che l'ultima moglie Jiang Qing lo avesse «manipolato» e descrivono invece con minuzia di dettagli la scelta di Mao di non curare Zhou Enlai all'inizio degli anni Settanta - quando si scoprì che aveva un tumore - per evitare che potesse sopravvivergli diventandone l'erede. L'epilogo del volume è in poche righe: «Il ritratto e la salma di Mao ancora dominano la Piazza Tiananmen nel cuore della capitale cinese, l'attuale regime comunista si dichiara erede di Mao e ne perpetua con fierezza il mito». (Maurizio Molinari)

Aspettiamo la traduzione italiana... Ricordiamo che altri calcoli arrivano ad ipotizzare fino a 100 milioni di persone uccise da questo potere assolutamente disumano, che all'ideologia marxista comunista aggiungeva l'assolutismo asiatico.


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lunedì, ottobre 17, 2005

I "GIUSTI" cattolici, la lista nascosta (da Avvenire - di Antonio Gaspari - 14 Ottobre 2005)

La seconda guerra mondiale è stata teatro di un'immane tragedia che ha sconvolto la vita di milioni di uomini. Il male perpetrato è stato così grande che molti hanno dubitato della presenza di Dio. Alcuni si sono chiesti dove era Dio quando i nazisti trucidavano milioni di uomini.
Ma come ha scritto Liana Millu, scampata al lager di Auschwitz, in quegli anni di guerra «uomini e donne hanno potuto mostrare il meglio o il peggio di sé». E il Signore non ha mai abbandonato gli uomini. Scopriamo ogni giorno di più che a fronte di tanto male ci fu tanto bene.
Milioni le vittime dell'odio razziale, ma anche centinaia di migliaia scampati alla Shoah grazie alla carità, all'ingegno e in molti casi al sacrificio di migliaia di eroi sconosciuti. Per non dimenticare, a Gerusalemme, nel viale che unisce la città alla collina di Yad Vashem, ogni albero reca un nome. È il viale dei Giusti, di quelle persone cioè che hanno messo a repentaglio la propria vita pur di salvare un ebreo.
Erano 20.757 i Giusti riconosciuti dallo Yad Vashem nel gennaio 2005. Tra questi 371 gli italiani, alcuni come il questore di Fiume, Giovanni Palatucci, o Giorgio Perlasca, ben noti al grande pubblico, ma nella stragrande maggioranza dei casi si tratta di persone conosciute solo a coloro che hanno beneficiato della loro opera.
Ma il dato che più stupisce è l'enorme disparità tra il numero degli ebrei salvati dall'Olocausto e il numero dei Giusti. Nel settembre 1943 le truppe germaniche occuparono Roma ed iniziò la persecuzione degli ebrei che già erano discriminati dalle leggi razziali. Secondo l'Enciclopedia Italiana nel 1939 vivevano in Italia 50.000 ebrei. Nel 1946 erano 46.000, dei quali 30.000 italiani e 16.000 profughi e dispersi. La Gestapo ha deportato dall'Italia circa 8000 ebrei, di cui solo 800 sono sopravvissuti ai lager. Più del 74% degli ebrei italiani scampò alla persecuzione.
Nella sola città di Roma la Comunità ebraica ha attestato che la Chiesa cattolica ha s alvato 4.447 ebrei dalla persecuzione nazista. Almeno 100 conventi di suore, 45 case dei religiosi e 10 parrocchie, offrirono asilo agli ebrei. Dietro ad ogni ebreo salvato c'è la storia di uno o più «Giusti». Persone che diedero asilo, fornirono vitto, alloggio, documenti falsi e sostegno ai perseguitati, da cui pure erano divisi dalla legge e dalle circostanze. Ma per ogni «Giusto» riconosciuto ce ne sono almeno dieci altri sconosciuti. In questa enorme opera di carità i 371 «Giusti» riconosciuti rappresentano solo la punta dell'iceberg.
Alcuni esempi. Il padre pallottino Antonio Weber, tramite l'Opera San Raffaele, soccorse complessivamente 25.000 bisognosi ebrei e non ebrei. In particolare facilitò l'emigrazione in America di 2000 persone, delle quali 1500 erano ebrei. L'Opera aveva tra i suoi compiti anche quello di procurare i passaporti.
Il cardinale Pietro Boetto, arcivescovo di Genova, ne salvò almeno 800 di ebrei. Lo stesso fece il cardinale Elia della Costa, arcivescovo di Firenze.
All'interno dell'ex ghetto di Roma, nella Chiesa di Santa Maria in Portico in Campitelli, situata proprio dietro al Teatro Marcello, furono nascosti e salvati 38 ebrei. Alla fine della guerra la comunità degli ebrei romani rilasciò un attestato in cui «gli ebrei d'Italia riconoscenti» hanno scritto: «In queste sale durante la seconda guerra mondiale furono accolti e nascosti moltissimi uomini ebrei per sfuggire ai rastrellamenti nazisti. La comunità dei religiosi della Madre di Dio di S. Maria in Campitelli affrontò con grande coraggio e con grande pericolo di essere scoperti e deportati».
44 ebrei tra uomini e donne furono nascosti nell'Istituto Pio X che sta a piazza San Pancrazio. Suor Maria Piromalli ha raccontato che per ogni difficoltà facevano riferimento a don Emilio Rossi, segretario dell'Ufficio Informazioni per i prigionieri di guerra, della Segreteria di Stato.
Diverse famiglie di israeliti vennero nascoste anche nella parrocchia di Santa Maria Regina Pa cis. Vennero ospitate nella sala del cinema 40 ebrei. E quando il pericolo sembrava più vicino vennero nascosti sul tetto della chiesa, nell'angusto spazio tra le tegole e il soffitto sottostante. A guerra finita il rabbino di Roma inviò al parroco padre Antonio Novaro un diploma di benemerenza per l'opera prestata a favore delle famiglie ebree in quel tragico momento.
E che dire di padre Pancrazio Pfeiffer, superiore generale dei Padri Salvatoriani, il quale - su segnalazione della Segreteria di Stato - intervenne per assistere centinaia di famiglie ebraiche?
Il 17 aprile 1955 l'Unione delle Comunità Israelitiche Italiane (Ucii) insignì con la medaglia d'oro 23 persone tra cui l'avvocato Giuseppe Sala, presidente della Società di San Vincenzo De Paoli. Nella motivazione l'Ucii ha scritto: «Dopo l'8 settembre 1943 si prodigò con ogni mezzo in favore degli ebrei perseguitati, subendo per due mesi il carcere e interrogatori dei famigerati Koch e Franz in quel sesto raggio di San Vittore a Milano che era destinato a coloro che aveva aiutati e protetti. Prima e dopo la detenzione, soccorse le vittime del nazifascismo con ricerca di nascondigli e mezzi per l'espatrio, con aiuti in denaro ed indumenti, tenendo aperta per gli ebrei una mensa, e dirigendo, con la validissima collaborazione di padre Giannantonio, di Adele Cappelli Vegni, di Fernanda Wittgens e di altri, una vasta organizzazione di soccorso, funzionante sino alla fine della guerra, per merito della quale centinaia di perseguitati ebbero nutrimento e salvezza».
Seppure questi eroi sconosciuti non siano annoverati tra i «Giusti», la loro testimonianza mostra come il valore della carità, l'amore per gli altri e soprattutto verso coloro, gli ebrei, che allora erano più deboli e perseguitati, è un atto che riesce a sconfiggere anche la morte. Questo è il motivo per cui, tramite la carità, la sofferenza può essere piena di significato.


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domenica, ottobre 09, 2005

BILL CONGDON un pittore per esprimere in profondità il dramma del Novecento ... e la sua speranza. Una mostra a Vicenza.

Virgo Potens 1985

Congdon pittura il Mistero

Una mirabile mostra a Vicenza ci fa rileggere un gigante troppe volte sottovalutato. In parte anche per quella radicalissima e feconda scelta di vita. Che mutò tutto
di Beatrice Buscaroli (da IL DOMENICALE 1 Ottobre 2005)
A Vicenza, presso le gallerie di Palazzo Leoni Montanari, sede museale di Banca Intesa, è aperta la bellissima mostra William Congdon 1912-1998. Analogia dell’icona. Un cammino nell’Espressionismo Astratto realizzata con “The William G. Congdon Foundation”.
Spesso ci sono molteplici interessi che si sovrappongono alla visita pura e semplice di una mostra, ma questa di Vicenza è un’occasione particolare. Innanzitutto Palazzo Leoni Montanari, sede dell’esposizione, che offre un raro esempio di esuberante decorazione barocca, ristrutturata impeccabilmente, di soggetto mitologico, arricchito da un’importante collezione permanente di pittura e scultura dal XV al XVIII secolo, che va dall’incredibile Martirio di Sant’Orsola di Caravaggio, a un importante nucleo di opere del Settecento veneto, Canaletto, Francesco Guardi, Luca Carlevarijs, fino al Novecento italiano di Boccioni, Balla, Depero, Funi, che si deve soprattutto all’apporto della collezione della Banca Commerciale Italiana. Di grande rilevanza sono anche le quattrocentotrenta icone russe presenti.

Bastano pochi dati essenziali per dare la giusta dimensione artistica di William Congdon (Providence, 1912-Gudo Gambaredo 1998). Protagonista fin dalla prima ora dell’Espressionismo Astratto di Jackson Pollock, Willem de Kooning, Clifford Still, Barnett Newman, Congdon è presente nella mitica Collezione Phillips di Washington (che presenta in questo periodo al Mart di Rovereto oltre 60 capolavori assoluti dell’Impressionismo), al Carnegie Museum of Art di Cleveland, al Metropolitan Museum, al Guggenheim Museum, al Whitney Museum of American Art e al MOMA di New York, al Museum of Modern art di Boston, Portsmouth, Santa Barbara, Detroit, Kansas City.

È un autentico gigante della pittura, un protagonista assoluto del suo tempo, un testimone basilare della seconda metà del Novecento.
A questa rilevanza artistica assoluta, indiscutibilmente documentata dai suoi dati biografici, non corrisponde tuttavia una parallela conoscenza del suo nome nell’ambito del grande pubblico. Senza timore di essere smentiti, possiamo addirittura affermare che il nome di William Congdon appartiene a una ristretta categoria di appassionati e di studiosi. Ci troviamo, in poche parole, di fronte a un caso eclatante di sottovalutazione da parte del sistema dell’arte, nel migliore dei casi, o di tentativo di seppellimento mediatico, nel peggiore.
La vicenda artistica di William Congdon è strettamente legata e in gran parte dipende dalle sue scelte di vita. In particolare alla sua conversione alla religione cattolica nel 1959.

Nei morenti la mia identità
La vita di Congdon presenta alcune coincidenze premonitrici che sarebbero piaciute a molte recenti ricostruzioni televisive di biografie eccellenti. Nato il 15 aprile del 1912, lo stesso giorno del naufragio del transatlantico Titanic, in cui morì il padre di Peggy Guggenheim – la grande collezionista che considerò sempre Congdon come una sorta di reincarnazione di suo padre – morì il 15 aprile del 1998, giorno del suo ottantaseiesimo compleanno. Attivo in guerra dalla parte dei deboli, autista volontario di autoambulanze, ritornò in Italia nel dopoguerra per contribuire alla ricostruzione del nostro paese, quasi fosse una sorta di risarcimento morale e materiale. Nel 1945 fu segnato dall’entrata nel campo di concentramento di Bergen-Belsen, dove, dinanzi alle cataste di cadaveri ammucchiati nelle baracche, avvenne la sua svolta artistica verso la pittura, dalla scultura praticata fino ad allora.

In Congdon, fin dall’inizio, sono le pulsioni vitali a caratterizzare la sua vicenda artistica e non viceversa, come per la gran parte dei suoi colleghi. Per poter parlare della sua pittura quindi, bisogna poter disporre di dati che riguardino la sua esistenza. Dall’interno. Potrebbe sembrare pretestuosa questa affermazione, frutto di una smania di originalità a tutti i costi. In realtà la fortuna è quella di poter disporre di un prezioso libro-catalogo del 1969, in cui Congdon scrive di suo pugno la sua biografia, dandoci le priorità, svelandoci gli stati d’animo.
Per il 1940 scrive: «sono scultore. Per mancanza di esperienza di vita, ricado in una mera rappresentazione», per il ’45: «Nelle sofferenze, nei morenti, scopro la mia identità, scopro me stesso in quanto io soccorra». È l’uomo che inventa l’artista, l’amore per il prossimo, la scaturigine, la ragione della sua arte. Il 1948 (l’inizio di una folgorante affermazione artistica), riferendosi al suo rientro negli Stati Uniti, è ricordato come il confronto con «una realtà che non posso sopportare, dove i valori della vita si confondono con gli interessi egoistici del materialismo».

Quindi prima una fuga nel degrado della Bowery a New York dove «morire è la norma e qualsiasi vita è miracolo», poi l’Italia, Venezia, Napoli, poi i templi Maya in Messico, poi New York, la nascita del “Disco”, motivo dominante nelle sue opere, dalla critica interpretata come nucleo di partenza, come fulcro centripeto della sua Action Painting, che sgorga subitanea e si risolve, compiuta, in un attimo, invadendo la tela. “Disco”, che Congdon, dall’interno, definisce come «un segno di una ricerca per una salvezza spirituale». Un dentro, sempre motivato, sofferente, alla ricerca di una identità compiuta verso gli altri, un fuori di grande successo, risolto, assimilato alla cordata egemonica e vincente dell’Action Painting.

Distrazione e disintegrazione
Il grande pittore Paul Jenkins, protagonista e interprete di quegli anni, fuggito a Parigi per difendere la sua autonomia creativa dalle pressioni della critica di Clement Greenberg, che finirà con l’annientare l’amico comune Mark Rothko, testimonia di un successo mercantile di Congdon senza precedenti, richiestissimo dal mercato, ben oltre De Kooning o Pollock stesso. Dopo alcuni anni caratterizzati da viaggi in Italia, una permanenza a Santorini, nell’Egeo, Istanbul, Ceylon, l’India nera del tempio di Sri Rangam, il Portogallo che diviene dall’interno «una nuova Venezia», Tangeri e il Sahara, poi di nuovo Santorini dove l’artista si rende conto di «un’intima disintegrazione dentro di me nelle Confessioni di Sant’Agostino».

È il 1956, la galleria Betty Parsons continua a proporlo con regolarità, consolidando la sua fortissima immagine internazionale. La moglie di Theo Van Doesburg gli offre la sua casa a Parigi, una contessa il suo palazzo a Venezia, ma Congdon teme che la sua pittura «stia diventando autoconfessionale», avverte che «la distrazione, la disintegrazione va prendendo radice». La fuga in Guatemala non produce fascinazione per i vulcani, ma subisce la presenza degli avvoltoi. Il gigantismo di Angkor Vat in Cambogia diviene «una gonfia pretesa. Sto stringendo la morte».

Un cattolicesimo della Croce
L’artista Congdon è all’apice, la sua materia graffiata col punteruolo è vista come gestualità pittorica, ma non è che uno scavo disperato, la sua scheletrizzazione dei supporti architettonici intesa come costruzione dell’opera, non è che un tentativo di dare un ordine all’idea, le sue masse pittoriche distese e inquietanti, organicità del suo lavoro, presenze irrisolte, i suoi colori terreni, oramai definiti matrice riconoscibile, sono ricordi di morte. Tutto questo ha già ritagliato per l’artista una posterità, ma l’uomo William Congdon è al capolinea.
1959: «Assisi – Mi arrendo a Dio e precisamente alla Chiesa Cattolica Romana. Inizio della lunga transizione dalla vecchia creatura alla nuova Creazione che in Cristo siamo… L’Amore cristiano, l’amore di Cristo amando me negli altri, tutto un donarsi chiedendo niente per sé». La componente mistica, presente, fin dall’inizio nell’opera dell’artista, trova, finalmente il suo corso. Viene così a comporsi la frattura nel cuore e l’opera non è più “chiusa”, “distante”, ma sincrona con la sensibilità che l’esegue. «L’incontro con Cristo mi fa scoprire che il suo dramma di croce è pure il mio. E questo mi porta al Crocefisso tramite un ritorno alla figura, figura mai più da vedere o dipingere disgiunta dalla croce. Mi interessa non la figura in sé ma la figura come Croce, in ciò che la croce fa del corpo di Cristo».

Quello di Congdon è il Cattolicesimo della Croce, quello travagliato del Martirio, quello alto che purifica attraverso la sofferenza. Anche sereno, l’artista veste la sua corona di spine ma l’esito artistico non ne esce trasfigurato. La ricomposizione rivelatoria interna all’autore non supera la potenza della sua arte, l’originalità della sua mano. In questo senso quindi il prima e il poi non alterano alla radice la virtù dell’artista, ma la compongono, la pacificano, orientandola.
Nel mantenimento di una coerenza interna, l’opera di Congdon diviene scomoda, in anni nei quali – la fine degli anni ’60 – lo scontro con la Chiesa di Roma è totale. L’arte che si vuole affermare corre nel senso opposto di rifiuto, di distanza, di rottura, di capovolgimento, in un clima di egemonia totalizzante che rifiuta anche la possibilità di una verifica che non le somigli. Congdon quindi viene riconosciuto, esposto, ma lentamente la sua opera viene “catalogata” come un’esperienza di natura strettamente personale, una sorta di esercizio privato di osservanza religiosa. Si tenta di fargli perdere il significato storico, la pregnanza critica, l’originalità assoluta del capolavoro.

Paolo Biscottini, nel suo testo in catalogo, non parla delle qualità pittoriche di Congdon, della sua legittimità a essere considerato un protagonista della Scuola di New York e quindi un protagonista del Novecento. Con l’affermazione pienamente condivisibile che «non c’è qualità (in arte) senza tensione morale», l’autore centra perfettamente il cuore del problema.
Come diretta conseguenza l’assunto heideggeriano che vede l’opera d’arte «come messa in opera della verità», pone l’opera di Congdon al centro della problematica artistica del nostro tempo conferendole un’importanza assoluta, rendendo possibile un cammino del sacro anche nel secolo delle guerre di materiali, dello sterminio di massa e della bomba atomica.

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lunedì, ottobre 03, 2005

GIOVANNI PAOLO II - GIUDIZIO SULLA STORIA

Intervista inedita a Giovanni Paolo II, di Jas Gawronski, pubblicata oggi sulla Stampa di Torino. Il titolo, infelice e strumentale , Wojtila: Comunismo meglio del nazismo, puntava a più giustizia sociale" non si evince dal contesto.... Ma i contenuti sono interessanti. Queste affermazioni, oggi ovvie, non lo erano nel 1988, ad un anno dalla caduta del Muro di Berlino...

Avevo passato tutta la notte a «sbobinare» l’intervista, ad ascoltare il nastro e trascriverne il testo per poi mandarlo subito al giornale: sarebbe stata la prima ampia intervista politica concessa da Giovanni Paolo II. Era il 12 ottobre del 1988. Alle 8 in punto squillò il telefono e lo stesso collaboratore del Papa che il giorno prima mi aveva invitato a cena con il Santo Padre mi comunicò che Giovanni Paolo II «avrebbe preferito che questa nostra conversazione rimanesse privata». Non ebbi nemmeno la prontezza di chiedere perché, e confesso che per qualche istante ebbi la tentazione di non prendere in considerazione l'invito del Papa e pubblicare il testo. L’intervista è rimasta segreta per tutti questi anni. La conversazione con il Papa iniziò con un'analisi del sistema comunista, che già mostrava segni di cedimento, persino nei Paesi del Terzo Mondo. Giovanni Paolo II così commentò: «Dai sovietici e dalla loro ideologia oggi cercano di sbarazzarsi persino i paesi africani. Non vogliono più saperne della inefficienza e della improduttività di quel sistema. E la perestrojka significa proprio questo: come uscire da quel sistema. Non lo si dice così apertamente, ma significa proprio questo».

Ma forse il sistema continuerà ad esistere, a sopravvivere in forma diversa: una specie di marxismo senza Marx.

«Certo, ci troviamo di fronte ad un arretramento rispetto alle tradizionali posizioni ideologico-politiche, ad un allontanamento dal leninismo-stalinismo, ma temo che non sarà un processo che verrà portato fino alla sua fine soprattutto dove i comunisti sono al potere. Perché quel leninismo-stalinismo, come fattore politico del marxismo, ha dato la sicurezza del potere, l’inamovibilità dal potere. Loro si sono creati questo sistema, che si basa sull'idea marxista della rivoluzione nel nome della dittatura del proletariato. Poi si sono sbarazzati del proletariato, lo hanno allontanato dal potere, ed hanno consegnato la dittatura al partito, o meglio ad una classe privilegiata all'interno del partito, e questo dura fino ad oggi. Lungo un periodo di anni, di decine di anni, ciò ha creato una nuova classe di potere, come ha scritto Milovan Gilas, una nuova classe, una nuova aristocrazia. Ed oggi, per quella gente, cambiare il sistema politico come sistema di potere significherebbe auto escludersi...».

Commettere un suicidio politico...

«Non lo faranno mai. Il generale Jaruzelski subito dopo il colpo militare contro Solidarnosc ha detto: “Difenderemo il socialismo alla stessa stregua dell'indipendenza”. Forse lo difenderanno anche meglio, anche più, dell'indipendenza. Loro sono sempre stati dei pragmatici: li ho osservati per decine di anni, ho esperienza in proposito. Prendiamo un esempio concreto: quando si trattò dopo il 1960 di costruire la prima chiesa a Nowa Huta, nei dintorni di Cracovia dove era sorta una enorme acciaieria, ci furono lotte, manifestazioni, rivoluzioni. Loro promisero che su un certo terreno, che venne marcato da una croce, sarebbe sorta la chiesa. Poi cercarono, con piccole scuse e bugie, di far marcia indietro. Quando poi, in seguito alle sommosse popolari, si convinsero che quella chiesa doveva pur sorgere su quel terreno, e che sarebbero stati costretti a dare la necessaria autorizzazione, cominciarono a svolgere dei precisi e dettagliati sondaggi di opinione, per sostenere la loro decisione in chiave scientifica, sociologica, per stabilire che effettivamente quella era la volontà della maggioranza della popolazione. A dire il vero, questo non era il loro metodo fin dall'inizio, prima c'è stata tutta la brutalità della rivoluzione staliniana, quei primi anni della rivoluzione quando agivano senza scrupoli, con la semplice forza, con l'esilio in Siberia, i gulag, e l'assassinio di milioni di persone, non si sa nemmeno quante. Si è già molto parlato degli stermini hitleriani, oggi si parla sempre più apertamente degli stermini staliniani...».

Con la differenza che gli stermini di Hitler non hanno portato a nulla, e quindi vengono condannati molto più decisamente di quelli staliniani, che pur nella loro bestialità, qualche risultato l'hanno prodotto.

«Questo è vero per l'Europa occidentale, ma le assicuro che fra le popolazioni direttamente interessate dallo stalinismo la critica di quel sistema è sempre più evidente e convinta».

Molti storici sostengono che Stalin era un grande leader, ma non dicono la stessa cosa di Hitler.

«E’ vero, alcuni sostengono che quanto a capacità di leadership, e non solo quello, Stalin era più grande di Hitler. Certo, dal punto di vista morale l'uno e l'altro sono decisamente condannabili. Se Stalin viene considerato meglio, forse non è proprio merito suo, forse è perché semplicemente il comunismo era un programma più profondo del nazionalsocialismo tedesco. Il nazionalismo tedesco, il nazismo, ed il fascismo a lui collegato erano programmi decisamente antiumani, e per di più semplici, superficiali. Il comunismo è sempre stato visto, ed ancora viene visto come il sistema che può portare ad una maggiore giustizia, ad un maggiore egalitarismo sociale. E la gente si è abituata a questo egalitarismo, anche in Paesi come la Polonia».

Ma Lei Santo Padre pensa che Gorbaciov ce la possa fare?


«Di questo si preoccupano soprattutto gli americani».

Tutti ci preoccupiamo...

«Effettivamente sarebbe un grande peccato, se questa sua riforma dovesse arenarsi. Si possono avere dubbi e riserve sul suo programma, ma certamente è qualcosa di nuovo...».

E anche di importante.


«Se lo si paragona con tutti quelli che l'hanno preceduto nella carica di primo segretario, bene, la differenza è enorme».

Molti specialisti americani di cose sovietiche riconoscono a Gorbaciov solo il 50% di probabilità di riuscire: se lo fanno fuori, dicono, si ritorna al punto di prima, e forse anche a peggio.

«Certo, le forze conservatrici, nel senso sovietico della parola, sono potenti e profondamente interessate acché la situazione rimanga tale e quale. Per mantenere il loro establishment, la loro esistenza sicura e privilegiata, la cosiddetta nomenklatura».

Qualche mese fa sono stato a Mosca dopo parecchi anni di assenza. Ne ho tratto due conclusioni: rispetto a prima c'è un’enorme libertà di parola, la gente dice tutto quello che vuole, ma la perestrojka interessa poco alla gente comune. E così il povero Gorbaciov è ostacolato dai burocrati, come lei ha detto, ma non è affatto sostenuto dalla base, dalla massa della popolazione.

«Mi sembra un problema di eredità, di tradizione storica. Purtroppo i russi non hanno quello spirito di contraddizione, di opposizione di cui i polacchi sono sin troppo dotati. Sin troppo, e non sempre sanno nemmeno trovare il momento giusto per fermarsi. I russi sono diversi, sono lenti, sono diciamo, passivi. Potrebbe anche dipendere dalla loro eredità ortodossa. L'intelligencija è sempre stata attiva, ma purtroppo ha sempre rappresentato una piccola minoranza. Su scala minore, lo stesso problema lo abbiamo avuto in Polonia, lo si è visto nel '68: l'unica protesta non riuscita in Polonia è stata quella dell'intelligencija. Tutti i tentativi precedenti che emanavano dagli operai, tutti hanno ottenuto un qualche risultato. Nel '68 invece, si cominciò non nelle fabbriche ma nei teatri e nelle università ed è finita molto male. Nell'80 queste due categorie, operai ed intellettuali, hanno agito con maggiore perspicacia, avvicinandosi l'uno all'altro: perspicacia hanno dimostrato così gli intellettuali, entrando in contatto con Solidarnosc, come Walesa, scegliendosi fra gli intellettuali dei consiglieri di indiscusso valore come Bronislaw Gieremek, professore di Università, e Taddeusz Mazowiecki, un intellettuale di grande levatura. E oggi questa tendenza fa parte della vita normale, per così dire, della società. Sembra che Sacharov abbia detto a Walesa, quando si sono incontrati a Parigi, "lei è fortunato, perché dietro di lei c'è tutto il paese, mentre io sono solo". Ma a questo bisogna aggiungere una breve precisazione: Walesa è sempre più criticato dalla nuova generazione. Lui ha meno di 50 anni, e già gli dicono, "tu sei un vecchietto, sei troppo moderato, troppo conciliante". Simili stati d'animo si notavano già all'epoca d'oro di Solidarnosc, negli anni 80-81, quando molti pensavano come riuscire, con l'aiuto di Solidarnosc, a cambiare la situazione. Oggi quest'idea ritorna, ritorna con insistenza: come sbarazzarsi di questo potere, che non è nostro, che ci è estraneo? Il ragionamento che si fa è questo: per cambiare la situazione economica bisogna ristabilire la reciproca fiducia, e per arrivare a questo bisogna cambiare la situazione politica. Così dicono in Polonia. E ciò non basterebbe certo a convincere i governanti, se non fosse per il fatto che anche l'Occidente preme perché vadano in quella direzione, e preme decisamente. O vi mettete d'accordo, dicono gli occidentali, o riuscite in qualche maniera a democratizzarvi, altrimenti noi non vi aiuteremo».

L'Occidente vuole soprattutto ordine e stabilità. Ma credo dovrebbe cambiare atteggiamento, adattarsi alla nuova situazione, non basta mandar soldi, prestare, finanziare, bisogna integrare quella parte d'Europa nella nostra Europa. Una volta all'Est c'erano code per i passaporti, per poter partire, ora ci sono code alle ambasciate, per i visti, per poter entrare nei vari paesi del capitalismo. E' una situazione diversa.

«Non molto tempo fa è venuto a trovarmi il ministro polacco dell'industria, Wilczek, quello che non è del partito. Mi ha spiegato che ora fanno entrare tutti i capitali occidentali, per investimenti, per creare nuove aziende. Naturalmente non si parla più di quegli investimenti giganteschi dei tempi di Stalin e di Gierek».
Però che peccato! Tutti questi paesi così ricchi di risorse naturali e umane, che potrebbero essere al livello dell'Occidente, e invece tanta gente soffre, e per niente.
«Di questo adesso si parla e si scrive in Polonia. Cosa ci avete fatto? Vi siete appropriati del potere, ed avete portato paese e popolo alla povertà. Ma il fatto che loro ora ragionino in termini di come aiutarsi da soli, come schiudere all'Occidente possibilità di collaborazione economica, direi che è uno sviluppo positivo. Perché se tutto il rapporto con l'Occidente dovesse limitarsi ad un prolungamento dei crediti sarebbe un programma abbastanza statico, non ne verrebbe fuori nulla di positivo e duraturo. L'importante è il capitale umano. E la gente emigra sempre di più perché la società, lo stato, il sistema non sanno come far fruttare questo capitale umano, questo capitale di lavoro e di istruzione. Ed emigrano, o scappano, i migliori, i più istruiti. Ed è un peccato per la Polonia».

Torniamo all'Europa. Il discorso, che lei, Santo Padre, ha pronunciato a Strasburgo ha fatto un'ottima impressione su noi del Parlamento europeo.

«Sì, mi ricordo quell'episodio, la contestazione del reverendo Paisley. Ma il presidente del Parlamento Europeo, Lord Plumb, mi aveva preavvertito che si sarebbe agitato, che avrebbe protestato, e così non sono stato colto di sorpresa, ho potuto dare l'impressione di una stoica tranquillità!».

Ma Lei Santo Padre intravede il pericolo che un’Europa del genere tenda alla neutralità, si liberi dei forti legami che ha con gli Stati Uniti per finire sotto l'influenza dell'Unione Sovietica?

«Se ne parla, ma il pericolo deriva da una questione di numeri. Dal punto di vista della sua estensione, l'Unione Sovietica è il paese più grande. E allo stesso tempo è l'ultimo paese coloniale ancora esistente al mondo. E non si tratta di colonie d'oltremare, ma sul suo stesso territorio euroasiatico. Mi dicono che già oggi Gorbaciov considera uno dei suoi problemi più difficili quello delle nazionalità. Alcune di queste nazioni hanno una loro propria storia, una propria maturità, come per esempio gli Stati baltici (e direi anche l'Armenia). Sono nazioni piccole che non hanno altra scelta se non quella di formare una confederazione».

Quando incontrerà Gorbaciov, quando verrà in Vaticano, sarà un momento importante?

«Se lo vedrò, non lo so».

 


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STORIA DENTRO LA STORIA

Originale ed interessante convegno del Rinnovamento dello Spirito sul Novecento a Lucca. (Da Avvenire 30-9-2005 di L. Rosoli)

L'arcipelago gulag e l’abisso dei lager. Il genocidio armeno e le fosse comuni dell’ex Jugoslavia. Le due guerre mondiali, le mille guerre locali, i dopoguerra senza fine, le bombe atomiche e le bombe ambientali, i regimi totalitari e i baby soldati, le vittime della fame, delle epidemie, delle migrazioni forzate, delle ingiustizie economiche, degli odi etnici, religiosi, di classe... Com’è possibile offrire una «memoria spirituale» del ’900 senza scivolare in una lettura disincarnata di un secolo fra i più tragici e insanguinati della storia umana?
«Ascoltando i testimoni, gli uomini e le donne che nei loro molteplici carismi hanno incarnato – a volte fino al martirio – il dono dello Spirito. Che non è una nozione astratta della teologia cristiana, avulsa dalla storia. La Pentecoste – afferma Salvatore Martinez – è un avvenimento che interessa anche il mondo profano e alimenta una nuova sociologia, permeata dai valori dello Spirito, che si polarizza verso i destini più alti dell’uomo: la dignità della persona – di ogni persona, di tutta la persona – e la forza di superare conflitti e divisioni per fare dell’umanità una sola famiglia, quella dei figli di Dio, che vivono in libertà e fraternità. Grazie a quei testimoni, alle loro opere e parole, leggiamo il ’900 come tempo della profezia e dell’avvento della civiltà dell’amore».
Martinez è il coordinatore nazionale del Rinnovamento nello Spirito (RnS). Il suo movimento è fra gli ideatori e promotori del convegno internazionale I segni dello Spirito nel ’900. Una rilettura storica: il racconto dei testimoni che si svolge da oggi a domenica a Lucca. Una rilettura originale, alla ricerca degli sguardi di carità e dei gesti luminosi che hanno segnato la vita e il progresso dei popoli nel «secolo fra i più secolarizzati».
Secolo dell’assenza di Dio?
«No: secolo fra i più benedetti dall’assistenza dello Spirito, che è l’ultima promessa di Gesù agli apostoli. Che è memoria di Cristo. Se oggi l’umanità è afasica, è per smemoratezza. Il convegno di Lucca vuole narrare – grazie ai testimoni – la presenza dello Spirito nella storia del ’900, contro ogni revisionismo che escluda Dio».
Quale messaggio dischiude e illumina il convegno di Lucca?
«La cultura della Pentecoste. È la missione che Giovanni Paolo II affidò al RnS nel 30° della sua nascita in Italia, nel 2002: "Fate conoscere e amare lo Spirito Santo perché si diffonda la cultura della Pentecoste, senza la quale non potrà realizzarsi la civiltà dell’amore e la convivenza fra i popoli". Un impegno già intrapreso nella Pentecoste del 1998, quando i movimenti e le comunità riaffermarono la loro amicizia spirituale nella Chiesa per superare l’anonimato della carità e l’individualismo missionario».
Quale parola rivolgete invece ai non credenti del nostro tempo e agli uomini di altre religioni?
«La cultura della Pentecoste ha un linguaggio e una semiotica assai chiari che già il Vaticano II indicò nella Gaudium et spes. Penso all’azione universale dello Spirito: ogni processo di umanizzazione e di vero progresso ha per protagonista lo Spirito, che travalica ogni confine di religione e di razza. Il nuovo umanesimo supera ogni forma di dispersione della cultura, di fronte alle situazioni di violenza, conflitto, ingiustizia».
In questa chiave, qual è la lezione del ’900?
«L’insufficienza teorica e pratica di filosofie e ideologie atee, che hanno ridotto l’orizzonte umano alle cose della terra. L’uomo non basta a se stesso: lo Spirito è alla fonte delle domande esistenziali e religiose più profonde. È l’universalismo dell’amore che impone una nuova visione della storia con gli occhi dei deboli, dei piccoli, degli ultimi. Ecco la lezione della cultura della Pentecoste, il vero miracolo del ’900, l’antidoto al nichilismo di oggi. L’ora dello sconforto è sempre l’ora dei testimoni di Dio».
Quale contributo può offrire il convegno di Lucca al cammino di «purificazione della memoria» additato da Papa Wojtyla nel Giubileo del 2000?
«P urificare la memoria del ’900 significa riproporre l’attualità del Vangelo di Cristo secondo quell’autenticità che solo lo Spirito sa assegnarle, perché di fronte all’opposizione e alla contestazione del "mondo" la Chiesa possa replicare col profumo delle Beatitudini e con la passione che nasce da una fede purificata ma non vinta dal male. Disponibili a camminare sulle orme dello Spirito, fatta memoria del XX secolo, accogliamo le prove e le attese del XXI».


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SECOLO XX e dintorni, il secolo più violento nella storia dell'umanità