SECOLO XX e dintorni

mercoledì, agosto 31, 2005

Solidarnosc, 25 anni fa la storia ricominciava (da Avvenire 30-08-2005 di L. Geninazzi)

«Senza di voi la Polonia non sarebbe libera e il mondo sarebbe peggiore. Anche chi nel 1980 non era con voi, o addirittura era contro di voi, oggi riconosce il vostro coraggio e vi ringrazia dal profondo del cuore». È l'omaggio agli uomini di Solidarnosc che viene pronunciato dal presidente della Repubblica polacca Aleksander Kwasniewski, l'unico ex comunista invitato alla conferenza internazionale a Varsavia per i 25 anni del libero sindacato. Un incontro preceduto da una cerimonia ufficiale in Parlamento dove ha preso la parola il leader di Solidarnosc Lech Walesa.
Il movimento nato nei cantieri di Danzica appartiene ormai a tutti. Eppure, un quarto di secolo più tardi, val la pena ricordare che il mitico agosto polacco fu un'impresa ad altissimo rischio portata avanti da uomini in carne ed ossa. Ed oggi Walesa, Mazowiecki, Geremek, e tanti altri protagonisti dello sciopero entrato ormai nella leggenda, si sono ritrovati di nuovo come ai vecchi tempi.
Insieme con loro, a riflettere sull'eredità di Solidarnosc, tanti amici provenienti dall'Europa e dagli Stati Uniti, sindacalisti, politici, intellettuali e giornalisti, in prima fila quelli che ebbero la straordinaria opportunità di scrivere le cronache sorprendenti dall'interno dei cantieri Lenin. Ci sono ospiti illustri come l'ex segretario di Stato americano Madeleine Albright, l'ex dissidente sovietico Sergheji Kovaliov, l'ex consigliere alla Casa Bianca Zbignew Brzezinski. Il mattatore è ovviamente Lech Walesa, pirotecnico e scanzonato come sempre. Ricorda che Solidarnosc non sarebbe potuta nascere «senza un dono che ci è venuto dal cielo, il Papa polacco», ironizza su Gorbaciov che ha preso un Nobel per aver fallito, elogia Eltsin che «sarà anche stato ubriaco ma intanto ha buttato giù l'Unione Sovietica». L'ex elettricista non si limita a ripercorrere il passato, vuole accendere una luce sul futuro. «Noi siamo la generazione di cerniera fra due millenni e due epoche - dice con fierezza -. Il messag gio di Solidarnosc conserva tutta la sua validità nell'era della globalizzazione dove il 10 % degli abitanti del pianeta usufruisce del 90 % delle risorse».
Insomma, il vecchio slogan che i polacchi gridavano negli anni Ottanta, «non c'è libertà senza solidarietà», è valido più che mai. Quella di Danzica fu l'ultima grande rivoluzione operaia dell'Europa. «Ma è stata soprattutto la prima rivoluzione operaia non violenta» sottolinea Bronislaw Geremek, ex ministro degli Esteri ed euro-parlamentare che nella sua relazione introduttiva spiega le caratteristiche fondamentali del movimento di Solidarnosc. «La domanda di libertà e giustizia sociale si accompagnava ad un grande senso di responsabilità». In questo modo riuscì ad essere «una rivoluzione dove non venne rotto neppure un vetro». Il feeling tutto speciale che si era creato tra il sindacato polacco e Papa Wojtyla è stato oggetto di riflessione da parte del cardinale Jean-Marie Lustiger, arcivescovo emerito di Parigi, e dal vescovo di Lublino monsignor Jozef Zycinski. «L'importanza di Solidarnosc non si limita al ruolo che ha giocato nella caduta del comunismo - osserva Lustiger -. Se ha rappresentato la sonora smentita del marx-leninismo è perché ha fatto emergere l'esperienza umana nella sua dimensione autentica e integrale, senza escludere la fede». E il vescovo di Lublino ricorda «la grande potenza immaginativa di Papa Wojtyla».
Era con lui a Castelgandolfo nell'agosto del 1980 e ricorda che Giovanni Paolo II aveva intuito subito che qualcosa di nuovo e di stupefacente era sul punto di nascere. Come successe puntualmente il 31 agosto con la firma degli Accordi di Danzica.
Proprio nella città baltica domani si terrà la commemorazione ufficiale dell'evento che cambiò la storia d'Europa. Interverranno numerosi capi di Stato e di governo, ed è atteso l'ex presidente d'eccezione Vaclav Havel. Come inviato speciale del Papa ci sarà il neo-arcivescovo di Cracovia, monsignor Dziwisz, che leggerà un messaggio di Ben edetto XVI.


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lunedì, agosto 29, 2005

SPUNTI DI AGOSTO

Una Estate di spunti interessanti per il nostro blog.... Ne segnaliamo alcuni:

1)  Nell'intervento ai giovani della GMG di Colonia del 20 agosto, il Papa si e' soffermato in particolare sul valore della storia e sulle tragedie del XX secolo, dando una definizione estremamente significativa e chiara di totalitarismo.

" ...I beati e i santi sono stati persone che non hanno cercato ostinatamente la propria felicità, ma semplicemente hanno voluto donarsi, perché sono state raggiunte dalla luce di Cristo. Essi ci indicano così la strada per diventare felici, ci mostrano come si riesce ad essere persone veramente umane. Nelle vicende della storia sono stati essi i veri riformatori che tante volte l’hanno risollevata dalle valli oscure nelle quali è sempre nuovamente in pericolo di sprofondare; essi l’hanno sempre nuovamente illuminata quanto era necessario per dare la possibilità di accettare - magari nel dolore - la parola pronunciata da Dio al termine dell’opera della creazione: "È cosa buona". Basta pensare a figure come San Benedetto, San Francesco d’Assisi, Santa Teresa d’Avila, Sant’Ignazio di Loyola, San Carlo Borromeo, ai fondatori degli Ordini religiosi dell’Ottocento che hanno animato e orientato il movimento sociale, o ai santi del nostro tempo - Massimiliano Kolbe, Edith Stein, Madre Teresa, Padre Pio. Contemplando queste figure impariamo che cosa significa "adorare", e che cosa vuol dire vivere secondo la misura del bambino di Betlemme, secondo la misura di Gesù Cristo e di Dio stesso.

 I santi, abbiamo detto, sono i veri riformatori. Ora vorrei esprimerlo in modo ancora più radicale: Solo dai santi, solo da Dio viene la vera rivoluzione, il cambiamento decisivo del mondo. Nel secolo appena passato abbiamo vissuto le rivoluzioni, il cui programma comune era di non attendere più l’intervento di Dio, ma di prendere totalmente nelle proprie mani il destino del mondo. E abbiamo visto che, con ciò, sempre un punto di vista umano e parziale veniva preso come misura assoluta d’orientamento. L’assolutizzazione di ciò che non è assoluto ma relativo si chiama totalitarismo. Non libera l’uomo, ma gli toglie la sua dignità e lo schiavizza. Non sono le ideologie che salvano il mondo, ma soltanto il volgersi al Dio vivente,  che è il nostro creatore, il garante della nostra libertà, il garante di ciò che è veramente buono e vero. La rivoluzione vera consiste unicamente nel volgersi senza riserve a Dio  che è la misura di ciò che è giusto e allo stesso tempo è l’amore eterno. E che cosa mai potrebbe salvarci se non l’amore?..."

2) Sempre a Colonia, il Papa nell'incontro con la comunita' ebraica ha di nuovo approfondito alcuni giudizi sulla storia del Novecento, relativi al nazismo e all'incontro fra cristianesimo ed ebraismo descritto nella enciclica Nostra aetate del Concilio Ecumenico Vaticano II:

"... La comunità ebraica di Colonia può sentirsi veramente «a casa» in questa città. È questa, infatti, la sede più antica di una comunità ebraica sul territorio tedesco: risale alla Colonia dell'epoca romana. La storia dei rapporti tra comunità ebraica e comunità cristiana è complessa e spesso dolorosa. Ci sono stati periodi di buona convivenza, ma c'è stata anche la cacciata degli ebrei da Colonia nell'anno 1424. Nel XX secolo, poi, nel tempo più buio della storia tedesca ed europea, una folle ideologia razzista, di matrice neopagana, fu all'origine del tentativo, progettato e sistematicamente messo in atto dal regime, di sterminare l'ebraismo europeo: si ebbe allora quella che è passata alla storia come la Shoah. Le vittime di questo crimine inaudito, e fino a quel momento anche inimmaginabile, ammontano nella sola Colonia a 7.000 conosciute per nome; in realtà, sono state sicuramente molte di più. Non si riconosceva più la santità di Dio, e per questo si calpestava anche la sacralità della vita umana.

Quest'anno si celebra il 60° anniversario della liberazione dei campi di concentramento nazisti, nei quali milioni di ebrei - uomini, donne e bambini - sono stati fatti morire nelle camere a gas e bruciati nei forni crematori. Faccio mie le parole scritte dal mio venerato Predecessore in occasione del 60° anniversario della liberazione di Auschwitz e dico anch'io: «Chino il capo davanti a tutti coloro che hanno sperimentato questa manifestazione del mysterium iniquitatis». Gli avvenimenti terribili di allora devono «incessantemente destare le coscienze, eliminare conflitti, esortare alla pace» (Messaggio per la liberazione di Auschwitz: 15 gennaio 2005). Dobbiamo ricordarci insieme di Dio e del suo sapiente progetto sul mondo da Lui creato: Egli, ammonisce il Libro della Sapienza, è «amante della vita» (11,26).

Ricorre quest'anno anche il 40° anniversario della promulgazione della dichiarazione Nostra aetate del Concilio Ecumenico Vaticano II, che ha aperto nuove prospettive nei rapporti ebreo-cristiani all'insegna del dialogo e della solidarietà. Questa Dichiarazione, nel quarto capitolo, ricorda le nostre radici comuni e il ricchissimo patrimonio spirituale che gli ebrei e i cristiani condividono. Sia gli ebrei che i cristiani riconoscono in Abramo il loro padre nella fede (cfr Gal 3,7; Rm 4,11s), e fanno riferimento agli insegnamenti di Mosè e dei profeti. La spiritualità degli ebrei come quella dei cristiani si nutre dei Salmi. Con l'apostolo Paolo, i cristiani sono convinti che «i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili» (Rm 11,29; cfr 9,6.11; 11,1s). In considerazione della radice ebraica del cristianesimo (cfr Rm 11,16-24), il mio venerato predecessore, confermando un giudizio dei vescovi tedeschi, affermò: «Chi incontra Gesù Cristo incontra l'ebraismo» (Insegnamenti, vol. III/2, 1980, p. 1272)...."

3) Al Meeting, abbiamo finalmente potuto vedere la mostra sulla Rosa Bianca. Consigliamo a tutti la lettura del catalogo: Edizione italiana del catalogo «Die Weiße Rose. Gesichter einer Freundschaft». In esso sono riportati anche i testi di tutti i sette volantini che la Rosa Bianca riusci' a diffondere clandestinamente nella Germania nazista del 1942-43. Dalla presentazione:

Nell'estate del 1942 e nel febbraio del 1943 alcuni studenti della facoltà di medicina di Monaco di Baviera distribuiscono volantini firmati «Rosa Bianca» che incitano alla resistenza contro Hitler e chiedono libertà per il popolo tedesco. Perché rischiano la vita? Che cosa li unisce? Da dove nasce in loro il coraggio e il giudizio? La «Rosa Bianca» non è innanzitutto un gruppo di resistenza, quanto piuttosto un gruppo di persone unite da una profonda amicizia: Alexander Schmorell, Sophie Scholl, Hans Scholl, Willi Graf, Kurt Huber, Christoph Probst, Traute Lafrenz e altri. «Del gruppo che qui ho messo assieme avrai già sentito parlare. Gioiresti di questi volti, se tu li potessi vedere. L'energia che uno dedica a quei rapporti rifluisce tutta intera nel proprio cuore», scrive Hans Scholl.

 

 


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venerdì, agosto 05, 2005

SOLIDARNOSC

LA PROTESTA DEL 1980  Danzica, la svolta (da Danzica Luigi Geninazzi Avvenire 5-8-2005)

La visita di Giovanni Paolo II nel giugno 1979 fu la premessa. Disse uno degli studiosi schierati: «Il disagio di fronte ad una situazione ingiusta ci ha costretto a cambiare noi stessi»Lo sciopero ai cantieri navali aprì la prima crepa nel Muro Nell’agosto di 25 anni fa la lotta degli operai polacchi guidati da Lech Walesa strappò al regime comunista l’assenso alla nascita di un sindacato indipendente. Da Solidarnosc il seme della libertà

Tutto ebbe inizio con un semplice foglietto appeso sotto l'orologio all'ingresso dei cantieri navali di Danzica. Vi si chiedeva la reintegrazione sul lavoro di un'addetta alle gru, Anna Walentynowicz, cacciata dal direttore per motivi politici. La grande protesta operaia del 1980 che darà vita a Solidarnosc e, alla lunga, segnerà la morte del comunismo, prende avvio da una reazione spontanea ad un licenziamento. Tra i 17 mila operai dei cantieri Lenin. Comincia a circolare la parola strajk, sciopero. Un termine che tutto il mondo imparerà ben presto a conoscere. Ma lì per lì nessuno ci fa molto caso. È la vigilia di Ferragosto, l'Occidente sta andando in vacanza ed uno sciopero sul litorale baltico non è certo una notizia sconvolgente. Già a luglio in alcune città della Polonia ci sono state quelle che il regime di Varsavia chiama pudicamente «interruzioni dal lavoro» per protestare contro l'aumento dei prezzi deciso dal governo. La politica dell'industrializzazione forzata che nei piani del leader comunista Gierek avrebbe dovuto portare la Polonia a livello delle economie più avanzate affonda in un mare di debiti, mentre sul mercato interno si aggrava la cronica mancanza dei beni di consumi. Le agitazioni sociali sono all'ordine del giorno. E del resto la storia della Polonia socialista è segnata dalle rivolte operaie finite quasi sempre nel sangue. Così scrivono i giornali borghesi. Per la sinistra occidentale invece lo sciopero di Danzica è la dimostrazione che anche il "socialismo reale" non è chiuso ai cambiamenti democratici. Argomenti di parte che vengono spazzati via dalla forza degli avvenimenti. Quei volti seri e compunti di lavoratori che lottano per il pane e per la libertà, senza cedere alla minima violenza, rimandano un'immagine di fierezza e dignità da cui emerge un'autentica "rivoluzione operaia" dal basso contro un potere che si fonda sull'ideologia rivoluzionaria e operaista. Quelle migliaia di tute blu inginocchiate durante la messa all'interno d ei cantieri occupati sono uno spettacolo sconvolgente di fede popolare che rimbalza sui teleschermi e sulle prime pagine dei giornali di tutto il mondo. È l'agosto polacco, un trauma per le burocrazie rosse dell'Est ma anche per gli intellettuali di sinistra dell'Ovest. «Per gli operai polacchi sembra che lottare e pregare siano due cose delle quali l'una non può andare senza l'altra», scrisse il manifesto. Nella storia entra qualcosa d'imprevisto che potremmo chiamare il fattore W. W come Walesa, l'operaio più volte licenziato che viene messo a capo del comitato di sciopero. W come Wojtyla, il Papa polacco la cui foto troneggia accanto all'immagine della Madonna Nera di Czestochowa sul cancello d'ingresso dei cantieri, sopra i quali spicca il nome di Lenin. La visita di Giovanni Paolo II in Polonia nel giugno del 1979 ha gettato un seme di libertà maturato nell'estate del 1980. Come spiegò allora Bohdan Cywinski, uno degli intellettuali chiamati a far parte del comitato di esperti in appoggio agli scioperanti, «il disagio di fronte ad una situazione ingiusta ci ha costretto a cambiare noi stessi, a dire la verità, a vincere le nostre paure e i nostri egoismi. Siamo diventati solidali, coraggiosi e responsabili. Siamo diventati liberi interiormente e per questo vogliamo esserlo anche pubblicamente». In effetti, l'impressione che si ha entrando nei cantieri di Danzica in quei giorni è quella di trovarsi in una libera Repubblica del Baltico, una specie di zona franca dove la gente s'incontra in un clima di festa. Compare una scritta che diventerà il nome del bollettino del comitato di sciopero e poi del libero sindacato: Solidarnosc, solidarietà. Un mondo nuovo nasce in quei diciotto giorni di sciopero, oltre quel cancello che la gente ha trasformato in una parete di fiori e di vessilli nazionali e che mi è capitato di attraversare tante volte col cuore gonfio di emozioni e il taccuino pieno di cronache sorprendenti. Perfino i poliziotti se ne stanno in un angolo, in timiditi da uno spettacolo che supera ogni immaginazione. Portato a spalle dai compagni, Lech Walesa arringa la folla, invita alla pazienza, afferma che l'occupazione dei cantieri andrà avanti fino a quando non saranno state accettate tutte le richieste del Comitato interaziendale di sciopero. La gente applaude e si passa di mano in mano la lista "21 Tak!", i ventuno "sì" che gli operai intendono strappare al governo. Il primo è quello decisivo e cruciale: un sindacato libero e indipendente dal regime. Nei primi giorni di sciopero il potere si è affrettato a concedere aumenti salariali per tutti e a reintegrare sul lavoro chi era stato licenziato. Gli operai lasciano il cantiere soddisfatti, Walesa dichiara la fine dello stato d'agitazione. Ma qualcuno non ci sta. Questa volta, dicono, dobbiamo andare fino in fondo senza accontentarci delle promesse, come è accaduto nel 1970. È la svolta: si proclama lo sciopero ad oltranza, prende il via una durissima trattativa con una delegazione del governo che accetta di condurre le conversazioni dentro i cantieri. Un negoziato trasmesso in diretta dalla radio di fabbrica, con il comitato di sciopero assistito dai più noti intellettuali polacchi e con i burocrati di regime sempre più imbarazzati e sfuggenti. Sono giorni di grande tensione, il mondo intero segue la vicenda con il fiato sospeso. Si teme l'intervento armato sovietico, Danzica è ad una manciata di chilometri dal confine russo e torna ad essere il drammatico crocevia della storia, come lo fu all'inizio della seconda guerra mondiale. A rincuorare gli operai in sciopero giunge il messaggio personale di Giovanni Paolo II che si schiera decisamente dalla loro parte. «Vi rendete conto di voler abbattere un muro che nessuno è mai riuscito ad incrinare?», è la domanda che rivolgo agli operai. «Bisognerà pure che qualcuno ci provi», rispondono con grande tranquillità. Alla fine il regime cede e il 31 agosto vengono firmati gli Accordi di Danzica che, per la prima volta nel la storia, sanciscono la nascita di un sindacato indipendente in un Paese comunista. Il muro crollerà nove anni dopo a Berlino. Ma la prima breccia è stata aperta sul Baltico, in quell'incredibile estate polacca.


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PIO XII e NAZISMO

Dobbiamo dire che le assurde accuse di connivenza verso il nazismo fatte a Papa Pio XII, sono talmente antistoriche che non vale la pena neanche parlarne. Finalmente il Corriere della Sera, cambiando 'registro' da almeno un anno di campagne scandalistiche anticattoliche, sulle proprie pagine culturali, oggi presenta un saggio, in America,  dello storico ebreo Dalin, che smentisce il presunto filonazismo di Pacelli. (Corriere della Sera 5-8-2005)

Pio XII tra i giusti, lo chiede un rabbino «Aiutò gli ebrei. Merita un posto nel sacrario della Shoah»

Pio XII debole o addirittura compiacente verso Hitler? Macché, andrebbe anzi collocato tra i giusti nel sacrario della Shoah di Yad Vashem per la sua opera in favore degli ebrei. A pensarla così non è un devoto cattolico, ma un rabbino: David G. Dalin, storico dell’Ave Maria University (Florida) e autore del saggio The Myth of Hitler’s Pope («Il mito del Papa di Hitler») appena pubblicato negli Stati Uniti da Regnery Publishing. Un lavoro che si contrappone frontalmente, fin dal titolo, al volume di John Cornwell Il Papa di Hitler , edito in Italia da Garzanti. Nel libro Dalin riprende e amplia argomenti già esposti nel febbraio 2001 sul settimanale neoconservatore The Weekly Standard . A suo avviso, è scandaloso dipingere Pio XII come un antisemita, in quanto sin dagli anni del ginnasio Eugenio Pacelli aveva fatto amicizia con il coetaneo ebreo Fernando Mendes, futuro medico, di cui frequentava abitualmente la famiglia. Perché, chiede Dalin, Cornwell non nomina mai questa vicenda?
Ancora più grave è un’altra accusa rivolta all’autore del libro Il Papa di Hitler . Secondo Dalin, Cornwell avrebbe tradotto in maniera scorretta e tendenziosa una lettera scritta da Pacelli quando era nunzio apostolico in Germania, in modo da far emergere nelle sue parole un inesistente sentimento antisemita. C’è da aggiungere che l’anno scorso Cornwell ha rivisto il giudizio espresso nel suo controverso saggio, ma Dalin sottolinea che la notizia è stata ignorata dagli organi di stampa, come The Sunday Times e Vanity Fair , che avevano reclamizzato Il Papa di Hitler .
L’arringa del rabbino in favore di Pio XII si avvale di numerosi elementi. Nunzio apostolico in Baviera dal 1917, Pacelli divenne amico del grande direttore d’orchestra Bruno Walter, un ebreo che successivamente si convertì al cattolicesimo. Proprio dal diario di Walter si apprende che il nunzio fu decisivo per la scarcerazione del musicista ebreo Ossip Gabrilowitsch, ingiustamente imprigionato. Inoltre Pacelli fu l’estensore di una condanna dell’antisemitismo emessa da Benedetto XV nel 1916.
Dalin nega che il Concordato concluso con la Germania nel 1933, dopo l’avvento al potere di Hitler si possa considerare un atto di legittimazione del nazismo, poiché esso non implicava alcuna approvazione per la politica del Terzo Reich. Diversi documenti depositati negli archivi britannici ed americani dimostrano invece che Pacelli, allora segretario di Stato, deplorava le persecuzioni ebraiche e detestava Hitler. I nazisti lo definivano «il cardinale che ama gli ebrei» e quando fu eletto Papa, nel 1939, la stampa tedesca reagì con disappunto. Dai diari di Goebbels risulta che Hitler, per tutta risposta, voleva abrogare il Concordato.
Quanto alla guerra, Dalin ricorda le condanne delle atrocità naziste espresse dalla Radio Vaticana e dall’Osservatore Romano o personalmente dal Pontefice. Nel 1941 il New York Times commentò entusiasticamente il messaggio natalizio del Papa: «La voce di Pio XII è una voce solitaria nel silenzio e nell’oscurità che avvolgono l’Europa questo Natale. (...) Pio XII non ha lasciato dubbi che gli scopi del nazismo sono irreconciliabili con la sua concezione della pace cristiana». Lo stesso fu per il messaggio del 1942, in cui Pio XII fece un chiaro riferimento a «centinaia di migliaia di persone, le quali, senza veruna colpa propria, talora solo per ragione di nazionalità o di stirpe, sono destinate alla morte o ad un progressivo deperimento». Il ministero degli Esteri tedesco scrisse: «Sta chiaramente parlando per conto degli ebrei».
Dalin nota che i critici del Papa hanno sempre evitato di riportare le reazioni naziste ai suoi interventi. Hitler manifestò pubblicamente l’intenzione di entrare nel Vaticano per «spazzarlo della plebaglia puttaniera». Mussolini sapeva da Ciano che Pio XII era disposto a farsi deportare in un campo di concentramento.
Poi ci sono le testimonianze di parte ebraica. Secondo Michael Tagliacozzo, scampato alla Shoah grazie al Vaticano, fu «Papa Pacelli che allora salvò migliaia di noi». Albert Einstein, riparato in America, scrisse durante la guerra: «Soltanto la Chiesa cattolica si erse sul percorso di Hitler per sopprimere la verità. Io non avevo mai avuto alcun particolare interesse nella Chiesa prima d’allora, ma ora provo un grande affetto ed ammirazione perché la Chiesa sola ha avuto il coraggio e la persistenza di difendere la verità intellettuale e la libertà morale». Terminato il conflitto, le maggiori personalità ebraiche, da Golda Meir al rabbino capo d’Israele Isaac Herzog, ringraziarono con calore Pio XII.
Dalin rievoca le loro lodi e polemizza con gli studiosi cattolici (Garry Wills, James Carroll, lo stesso Cornwell) ed ebrei (David Kertzer, Susan Zuccotti, Daniel J. Goldhagen) che mettono sotto accusa Pacelli. È assurdo, a suo parere, biasimare un uomo degno invece di essere celebrato con tutti gli onori: non solo dai cattolici, ma anche dagli ebrei.


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SECOLO XX e dintorni, il secolo più violento nella storia dell'umanità