martedì, luglio 26, 2005
PENSIERO
La figura di Nikolaj Berdiaev rappresenta uno dei vertici del pensiero libero e religioso del XX secolo, ancora da riscoprire pienamente.
N. BERDJAEV di Dell'Asta Mara (da Tempi 19-7-2005)
Nikolaj Berdjaev (1874-1948) fu il grande filosofo della libertà creativa dell'uomo. Nel secolo dei totalitarismi, che avevano ridotto l'uomo a un elemento insignificante del processo economico e naturale, della classe e della razza, sembrava quasi impossibile che si potesse ancora affermare la dignità della creazione umana. Infangata dalle invenzioni ideologiche, che avevano trasformato persino l'ideale dell'uguaglianza in uno strumento di oppressione e di emarginazione, la creatività umana sembrava definitivamente sepolta sotto il peso dei campi di concentramento, questa infernale invenzione del XX secolo. Né poteva far meglio sperare la leggerezza del mondo libero che non aveva saputo fermare il nazismo e si sarebbe limitato a sterili proteste contro il comunismo. Berdjaev partì esattamente da questo vicolo cieco, denunciando in maniera inesorabile sia l'oppressione totalitaria, comunista e nazista, sia la leggerezza nichilista della pseudolibertà borghese.
Spirito rivoluzionario in massimo grado, Berdjaev era potuto rimanere fedele all'ansia di liberazione che aveva animato tante ricerche dell'inizio del XX secolo, proprio perché alla radice di tutto, alla radice di sogni e di delusioni, aveva saputo intuire qualcosa d'altro, aveva saputo intuire che se aspira all'infinito l'uomo non può affidarsi a nulla di finito, né tanto meno costruirsi da sé questo infinito: «Se non c'è Dio, se non c'è Verità che lo innalzi al di sopra del mondo, l'uomo è totalmente subordinato alla necessità. L'esistenza di Dio è la carta delle libertà dell'uomo», aveva detto Berdjaev.
La libertà di Dio diventava la garanzia della libertà dell'uomo, l'infinito di Dio permetteva all'uomo di aspirare all'infinito e di sperare in un destino di eternità. Ma il fondamento di tutto, ciò che impediva che anche questa intuizione ricadesse in una dialettica intellettuale, era per Berdjaev il realismo dell'esperienza: l'uomo non era irriducibile perché lo desiderava o lo voleva, ma perché era fatto così; e si scopriva irriducibile, nonostante tutti i suoi limiti, perché riscopriva se stesso nel volto di Cristo: «La libertà della creatura diviene per noi definitivamente accessibile solo nella manifestazione sacrificale del Volto divino, solo nell'apparizione del Dio-Uomo».
Nell'abisso della rivoluzione e dei campi, l'uomo poteva continuare a sognare e a creare bellezza, anzi doveva farlo, perché a questo era chiamato, perché questa era la sua vocazione: non una sua pretesa o un obbligo cui era soggetto, ma la risposta al dono che lo costituiva; la creatività dell'uomo, per Berdjaev, era la risposta al dono che Dio aveva fatto all'uomo stesso creandolo: creato da Dio a propria immagine, l'uomo, in Cristo, era chiamato a sua volta a creare. E ciò che l'uomo crea, seguendo Cristo, non è né una sua invenzione né l'idealizzazione del finito, non è né una imitazione della creazione divina né la sua sostituzione con una pretesa umana, ma la riscoperta di ciò che rende pieno di senso il reale.
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NAZISMO
Ancora sulla Rosa Bianca, uno dei pochi ed estremamente significativi tentativi di resistenza organizzata al nazismo.
UN GRUPPO DI VENTENNI SI OPPOSE A HITLER PAGANDO CON LA VITA. LE LORO LETTERE, I LORO VOLTI, LA LORO BATTAGLIA PER LA LIBERTA'. INTERVISTA ALL'INTELLETTUALE TEDESCO HANS MAIER (di Scholz Christoph da Tempi del 19-7-2005)
Il 22 febbraio del 1943 alcuni studenti ventenni e il loro professore Kurt Huber furono condannati a morte dal regime nazionalsocialista. Sul banco degli imputati salirono quel giorno i fratelli Hans e Sophie Scholl e il loro amico Critoph Probst. Di lì a pochi giorni, altri giovani furono arrestati e uccisi. Appresa la notizia, Thomas Mann, esiliato in America, annotò nei suoi diari, con ammirazione: «E ora, dieci studenti e un professore giustiziati, con l'esplicita aggiunta che ce ne sarebbero tanti come loro». La colpa di questo gruppo, i "ragazzi della Rosa Bianca", era stato quello di distribuire per nove mesi sei volantini contrari all'ideologia hitleriana.
Il Meeting di Rimini dedica loro una mostra che sarà portata anche a Colonia in occasione della prossima Giornata mondiale della gioventù. In essa sono raccolte le fotografie e le lettere personali di quelle giovani vittime. Tempi ha chiesto al maggior intellettuale cattolico tedesco, Hans Maier, un aiuto per comprendere l'importanza storica di quella resistenza all'ideologia in nome della libertà e della sacralità della vita (Probst scriverà alla madre nel giorno dell'esecuzione e del suo battesimo: «Ti ringrazio di avermi dato la vita. Se la guardo per quella che è, è stata un'unica strada verso Dio»).
Professor Maier, sessant'anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale regna ininterrotto il pubblico interesse per la resistenza al nazismo. Che dimensioni aveva l'opposizione a Hitler?
C'erano molte forme di resistenza. Dall'anticonformismo al rifuto fino alla ribellione e, nei casi più estremi, la congiura, l'attentato, la sovversione. Dopo la guerra la resistenza è stata da subito descritta come un curva il cui vertice fu il 20 luglio, cioè la resistenza militare dall'interno del regime. In seguito si sono prodotti ampi studi che mostravano l'esistenza di un'opposizione popolare più vasta, soprattutto nella forma del rifiuto.
Contemporaneamente è diventato evidente che l'affermarsi di ambienti non plasmati dal nazionalsocialismo fu un importante presupposto per la resistenza. La Rosa Bianca si è sviluppata in queste nicchie.
Dunque la resistenza non fu sporadica.
Il regno della violenza sotto Hitler durò dodici brutti anni. Ma, a differenza dei settant'anni del comunismo, al Führer non riuscì di influenzare tutti gli ambienti, come invece avvenne in Russia. Perciò tanti riuscirono a sottrarsi al regime, soprattutto nell'ambito delle Chiese cristiane. La resistenza iniziò lì.
In quale forma?
Lo storico Martin Broszat parla di un'ampia resistenza nel popolo, soprattutto attorno agli ambienti cristiani. Di fatto in questo contesto la resistenza riuscì a essere molto efficace. Ne è un esempio l'azione contro la rimozione dei crocifissi nel 1941-42. Allora in alcune regioni si arrivò quasi a una vera sollevazione popolare. I nazisti dovettero fare marcia indietro e permettere che i crocifissi fossero riappesi. I rappresentanti vicini ai partiti di Weimar, al contrario, a causa della persecuzione, riuscirono solo eccezionalmente a costituire una rete di resistenza efficace. Fu il caso ad esempio dei comunisti e dei socialisti di sinistra, o anche del centro nella forma del movimento sindacale cristiano a Colonia.
Come reagirono le istituzioni ecclesiastiche?
Qui bisogna distinguere tra Chiesa evangelica e Chiesa cattolica. Il protestantesimo, sull'atteggiamento nei confronti del Terzo Reich, si divise. Nel 1933-34 la maggioranza apparteneva ai Deutsche Christen e stava dalla parte dei nazionalsocialisti. Una minoranza decise di unirsi alla "Chiesa riconosciuta" contro il nazionalsocialismo oppure semplicemente per la libertà e l'autonomia della Chiesa. La Chiesa cattolica, fedele a se stessa sulle questioni fondamentali, tentò di ritirarsi nella funzione e nella cura delle anime. Abbandonò l'avamposto del cattolicesimo sociale e politico. La principale preoccupazione dei vescovi risiedeva nel mantenimento e nell'assicurazione delle funzioni ecclesiastiche, cioè nell'autoaffermazione. Così la resistenza era incoraggiata religiosamente, ma non politicamente.
Tuttavia ci fu una resistenza pubblica.
Comunque si limitava a singole persone che andavano avanti e praticavano resistenza attiva, come il protestante Dietrich Bonhoeffer o il vescovo cattolico di Münster, Clemens August Graf von Galen, che protestò contro l'eutanasia, oppure il padre gesuita Alfred Delp e i gesuiti del Circolo di Kreisau. Questo, si badi, non significa che le Chiese si accordarono con il regime; in molti infatti diedero sollievo e aiuto ai prigionieri della Gestapo. Numerosi preti e impiegati ecclesiastici morirono nei campi di concentramento a causa della loro fede cristiana.
Come si posiziona il gruppo della Rosa Bianca all'interno della resistenza?
I suoi membri, per lo più molto giovani, si coinvolsero già nel 1942 e il carattere pubblico della loro azione suscitò stupore e ammirazione. Distribuivano volantini e affiggevano manifesti. Già solo questo era un gesto coraggiosissimo. Se poi andiamo a leggere quel che scrivevano, non possiamo non rimane colpiti dalla schiettezza e - direi - dalla brutalità delle loro prese di posizione.
Cosa li muoveva?
Un'educazione semplice. Questi giovani provenivano da ambienti borghesi (nel senso di civili, liberali, ndr). Quanto più il Terzo Reich abbatteva i limiti dell'umanità, tanto più faceva emergere in loro un sentimento di repulsione. È interessante il fatto che vi fossero rappresentate tutte e tre le confessioni cristiane e che sulle questioni religiose non vi fosse unità nel gruppo. I protagonisti, Hans e Sophie Scholl, venivano da una famiglia liberale evangelica di Ulm, incontrarono il mondo cattolico ad Augsburg e a Monaco e, in particolare, si confrontarono con il filosofo della cultura Theodor Haecker e con il fondatore del giornale cattolico Hochland, Carl Muth. Willi Graf veniva dalla gioventù cattolica, mentre Alexander Schmorell era cristiano ortodosso. Già per questo avevano fatto percorsi diversi.
Tuttavia il richiamo alla loro fede fu fondamentale per questi giovani.
Assolutamente. Lo si comprende dal fatto che si definiscono "martiri" ed è reso esplicito dal testo del loro quarto volantino che recita: «C'è, lo chiedo a te che sei cristiano, c'è in questa lotta per la salvezza del tuo bene più grande una qualche esitazione, un gioco di intrighi, un rimandare la decisione nella speranza che qualcun altro prenda le armi per difenderti? Forse che Dio stesso non ti ha dato la forza e il coraggio per combattere? Dobbiamo attaccare il male là dove esso è più forte ed è più forte nel potere di Hitler».
Che effetto sortirono le condanne a morte sull'opinione pubblica?
L'annientamento dell'intero gruppo, di fatto, ottenne un effetto intimidatorio. Poi, fino all'amaro epilogo, non si è più visto nei circoli universitari e fra i giovani alcun moto di resistenza di questo tipo. La notizia però si diffuse nell'ambito accademico di parti passo con un generale moto di ammirazione per questi giovani.
Che ancora oggi persiste. L'ultimo film su Sophie Scholl è stato premiato alla Berlinale 2004. Perché, secondo lei?
Erano persone giovani che hanno dedicato la propria vita a contrastare il nazionalsocialismo. Per questo il loro destino ci tocca in modo particolare. Klemens von Klemperer, uno fra gli studiosi più rinomati di questa materia, ha parlato anche di «devozione della resistenza». Udo Zimmermann nella sua opera da camera "La Rosa Bianca" descrive la loro vita come «sacrificio cristiano nella sequela di Gesù». Non si spinge così in là il recente film di Marc Rothemund, "Sophie Scholl" seppur metta in risalto la motivazione cristiana che spingeva questi ragazzi verso la morte.
(traduzione di Pietro Piccinini)
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lunedì, luglio 18, 2005
GENOCIDIO DEGLI ARMENI
Dal Domenicale del 16 Luglio 2005, la presentazione di un nuovo libro sul primo genocidio del Novecento: Flavia Amabile e Marco Tosatti, Guerini e Associati, Mussa Dagh. Gli eroi traditi (Milano 2005, pp.160, €14,00). Ricordiamo che ad oggi la Turchia non ha mai riconosciuto questo genocidio.
Quegli eroi armeni sul monte di Mose' di Luca Macario
Una bandiera bianca con una grande croce di stoffa rossa cucita al centro. La videro marinai e ufficiali della “Guichen”, una nave da guerra francese che pattugliava il Golfo di Alessandretta nell’estate del 1915. Quel vessillo era stato innalzato sul Mussa Dagh, la “Montagna di Mosè” dagli armeni di Suedia (l’antica Seleucia), che lì si erano arroccati per sfuggire alla deportazione ordinata dal governo dei Giovani Turchi. Circa 5mila persone che si rivoltarono contro i turchi creando una sacca di resistenza che li salverà dal genocidio – il primo genocidio ideologico del ’900, com’è stato definito – che costerà la vita a oltre un milione di cristiani (cattolici, protestanti, gregoriani, caldei: c’è di parla anche di un milione e mezzo di morti) e che, senza saperlo, sarebbero passati alla storia. Quella bandiera esiste ancora ed è conservata a migliaia di chilometri di distanza dal luogo dove sventolò, nella cittadina di Anjar nella valle della Bekaa in Libano, ultimo avventuroso approdo di una parte dei sopravvissuti a quel salvataggio.
I quaranta giorni del Mussa Dagh (1933) è il romanzo capolavoro di Franz Werfel che ha squarciato il velo su quel genocidio prendendo spunto proprio dai fatti storici della rivolta di Suedia. Il libro si conclude con gli armeni ormai in salvo sulle cinque navi francesi comandate dal viceammiraglio Dartige du Fournet. La riedizione francese del 1977 del libro di Werfel ha una prefazione di Elie Wiesel: «Scritto prima dell’avvento del regime hitleriano in Germania, questo romanzo sembra prefigurare l’avvenire. Leggendolo, mi è difficile ammettere che Franz Werfel evocasse un passato che non conosceva, che io non conoscevo. Come Franz Werfel conosceva il vocabolario e il meccanismo dell’Olocausto prima dell’Olocausto? I turchi di oggi non sono responsabili degli avvenimenti sanguinosi che si sono svolti cinquant’anni fa; ma sono responsabili della loro attitudine presente verso questi avvenimenti».
Dal quel 24 aprile 1915, quando a Costantinopoli cominciava l’aggressione alla comunità armena, sono passati novant’anni, ma la memoria è ben lungi dall’essere purificata, al punto che, com’è noto, la Turchia continua a respingere sdegnosamente l’idea che di genocidio si possa parlare sulla scorta di una volgata storica “aggiustata” ai fini del proprio revisionismo. La questione però è sempre più al centro del dibattito politico internazionale, anche in vista dell’eventuale adesione della Turchia all’Unione europea. Una voce autorevole come Giovanni Paolo II non ha esitato a parlare esplicitamente di “genocidio” in documenti ufficiali della Santa Sede, mentre La Civiltà cattolica, in un editoriale del 19 febbraio scorso dedicato ai martiri del ’900, ha ribadito che la persecuzione anticristiana «seguitò con genocidio degli armeni ad opera del Governo dei Giovani Turchi, che costò la vita a un milione e duecentomila persone».
Storia di vite semplici
Ma che fine hanno fatto quei 5mila armeni salvati dai francesi? Flavia Amabile e Marco Tosatti, giornalisti de La Stampa, si sono dedicati a questa singolare inchiesta, i cui risultati sono confluiti in un libro appena pubblicato per Guerini e Associati, Mussa Dagh. Gli eroi traditi (Milano 2005, pp.160, €14,00). Gli autori proseguono così un percorso iniziato con il libro La vera storia del Mussa Dagh (2003) che ricostruiva sulla base di documenti dell’epoca gli eventi che avevano ispirato il romanzo di Werfel. Il risultato, basato su fonti mai pubblicate in Italia, è la storia di un’epopea mai scritta, sullo sfondo degli eventi che hanno sconvolto l’Europa e il Medioriente tra il 1915 e il secondo dopoguerra. Se da un lato riaffiorano le “storie minori”, vicende personali e familiari che si perdono nella storia ufficiale, da un altro il libro riporta al centro dell’opinione pubblica la vicenda armena, compreso l’atteggiamento dei paesi “cristiani” che arrivarono letteralmente a “tradire” quel manipolo di eroi.
Dove finirono gli armeni dopo il salvataggio del 1915? Prima tappa fu Port Said, dove con l’assistenza di francesi e inglesi tirarono su in mezzo al deserto e sul bordo del Canale di Suez una tendopoli che fu la loro città per quattro anni. Molti di loro combatteranno in Palestina per qualche mese nella Legione Orientale a fianco di francesi e inglesi contro i turchi e gli alleati tedeschi, vincendo la battaglia per la conquista dell’Ararat. Molti raggiunsero Alessandria o Il Cairo dove erano presenti numerose comunità armene, o presero la via degli Stati Uniti. Quelli inquadrati nella Legione Orientale di stanza a Cipro erano circa cinquecento. Hagop, Vartér, Mezig, Vosep: sono alcuni dei personaggi che, grazie alle fonti preziose del libro, emergono dall’oblio, testimonianze di vite semplici, ma che fecero della semplicità un vero eroismo per sopravvivere a stenti e malattie di ogni genere.
Tovmas è uno di questi personaggi, uno degli ultimi testimoni viventi che Amabile e Tosatti hanno scovato in Libano. Novantacinque anni, ne aveva dodici quando salì sulla montagna per sfuggire ai turchi. «La nostra salvezza – ricorda – è stata quella montagna, e quando ci siamo allontanati da quella montagna dove abbiamo visto la mano del Signore che ci ha aiutato, qualche cosa abbiamo sentito nel cuore. E volevamo tornare più presto possibile sul Mussa Dagh». Il suo sogno si avverò nel 1919, quando crollò l’impero ottomano e il territorio dell’antica Seleucia fu inglobato nella parte siriana (il sangiaccato di Alessandretta) controllata dai francesi. Dopo il ritorno degli armeni la zona tornò prospera, con uno sviluppo economico frutto della nota capacità di lavoro degli armeni. L’happy end però non c’è stato, perché all’inizio della Seconda guerra mondiale i turchi ripresero il controllo del territorio e gli armeni scelsero l’esilio. Gli strateghi della geopolitica individuarono un posto desolato in Libano, nella Bekaa, non lontano dalle vestigia di Baalbek. Oggi Anjar è una cittadina di circa duemilacinquecento abitanti e il lavoro degli armeni l’ha trasformata in una terra rigogliosa. Qui, nella chiesa di S.Pietro, è conservata, insieme a tanti cimeli del Mussa Dagh, la bandiera bianca con la croce rossa che attirò l’attenzione delle navi francesi.
E gli insediamenti del Mussa Dagh? Chiese, monumenti, cimiteri, tutto è stato distrutto dai turchi anche in tempi recenti quando, durante la guerra del Nagorno Karabagh, il governo di Ankara vi ha spostato nuovi abitanti. Ma quel che conta, per gli autori, è «una purificazione della memoria, in vista di un futuro più consapevole e sereno, di cui la presa d’atto di ciò che è stato non può che costituire il primo, doveroso e indispensabile passo».
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domenica, luglio 10, 2005
IV GUERRA MONDIALE - Londra 7 LUGLIO 2005
A tre giorni dall'attentato alla metropolitana di Londra si parla ora di circa 80 morti e oltre 700 feriti. Per capire quanto sta accadendo, proponiamo 1) l'intervento di Magdi Allam sul Corriere della Sera, 2) l'intervista a Glucksmann su Avvenire e 3) il comunicato stampa di CL.
Magdi Allam sul Corriere dell' 8-7-2005: Quella ideologia islamica estremista che legittima i massacri
Oggi più che mai non dovrebbero esserci più dubbi sul fatto che stiamo fronteggiando una guerra globalizzata del terrorismo di matrice islamica. Non c’è un nesso tra gli attentati di Londra e l'uccisione dell'incaricato d'Affari egiziano a Bagdad, Ihab Sherif. Tuttavia entrambi i fatti sono stati rivendicati da Al Qaeda, s'ispirano a un'ideologia islamica nichilista che legittima il massacro di « ebrei, crociati, infedeli, apostati», mirano ad annientare una comune civiltà umana che ha il suo fondamento nel valore della sacralità della vita. Eppure sono ancora troppi coloro che in Occidente continuano a non voler vedere la realtà aggressiva di quest’offensiva planetaria del terrore, immaginando che si tratti di un fenomeno reattivo, giustificato se non addirittura legittimo. E che quindi, anche in presenza di un efferato eccidio, tendono ad attribuirne la colpa all'Occidente, a Israele o ai Paesi musulmani. Più in generale l'Occidente paga l'errore di aver frainteso e sottovalutato la realtà di una struttura organica del radicalismo islamico che ha messo radici al proprio interno, che alimenta una cultura dell'odio confessionale e del separatismo comunitario. In quest'ambito la Gran Bretagna ha la responsabilità maggiore. Di fatto dire che si sia trattato di una strage preannunciata è dire un’ovvietà. Il vero miracolo è che fino a ieri Londra fosse scampata all’offensiva del terrorismo di matrice islamica. Del quale è a tutti gli effetti la solida roccaforte non solo a livello europeo ma perfino a livello mondiale. È nella capitale britannica che hanno trovato rifugio alcuni dei più famigerati burattinai dell’estremismo islamico responsabili dell’orripilante massacro di innocenti in Algeria, Egitto, Arabia Saudita, Yemen. Dove si è radicata una pericolosissima filiera che, partendo dalla predicazione della Jihad intesa come guerra santa, operando un indottrinamento che inculca la fede nel «martirio » islamico, sfocia nella « produzione» dei combattenti e degli aspiranti terroristi suicidi. Londra si è trasformata di fatto nello snodo europeo tramite cui migliaia di mujahidin, nel corso di un ventennio, sono transitati prima di andare a combattere in Afghanistan, Cecenia, Bosnia e Iraq. Ebbene, il 7 luglio passerà alla storia come la fine della logica assolutamente naif e deleteria secondo cui, in materia di estremismo islamico, «can che abbia non morde». Ora dovrebbe essere chiaro che l'istigazione alla violenza non può essere equivocata con la libertà di espressione. Pensate che lo scorso gennaio Omar Bakri, siriano, presidente del movimento Al-Muhajiroun (gli emigranti), affermò in un'intervista al Times che «tutta la Gran Bretagna è diventata Dar al-harb (Casa della guerra)», che «la vita e le proprietà degli infedeli non sono più sacre», che i musulmani britannici «hanno l'obbligo di unirsi ad Al Qaeda, alle sue filiali e organizzazioni nel mondo»! A Londra agiva impunemente anche Abu Qatada, il sanguinario mufti, giureconsulto islamico, che emise le fatwa richieste dal Gia per legittimare il massacro dei civili in Algeria. Solo da poco è stato arrestato Abu Hamza al Masri, cittadino britannico di origine egiziana, leader di Ansar al Sharia, accusato di aver promosso attentati terroristici nello Yemen. L'elenco degli estremisti islamici che a Londra hanno goduto di una totale libertà e impunità è lungo. Ci si è illusi che lasciandoli parlare si sarebbero sfogati e alle parole non sarebbero seguiti i fatti. Hanno confuso i burattinai del terrore con gli esagitati che si esibiscono allo Speaker's Corner di Hyde Park. Ora tutti sappiamo che non si tratta di chiacchiere ma di una predicazione, un indottrinamento e un arruolamento che sono parte integrante di una vera e propria guerra. Che non conosce regole, disconosce i valori, esclude il compromesso. Dobbiamo aprire gli occhi. Renderci conto che i terroristi sono solo la punta dell'iceberg di una più ampia e profonda struttura del radicalismo islamico dedita alla trasformazione delle persone in bombe umane. E che questa guerra globalizzata la potremo vincere soltanto se reprimeremo sul nascere questo processo letale.
Glucksmann: a testa alta contro il nichilismo di Giorgio Ferrari (Avvenire 9-7-2005)
Non indietreggiano di fronte a niente, neppure davanti all’inferno. Sono i terroristi di Beslan, quelli che appendono ghirlande di bombe sulla testa di bambini atterriti, o quelli che riducono l’uomo a puntino infinitesimale che si getta dalle Torri Gemelle di New York cercando un’impossibile salvezza. O quelli ancora che seminano bombe sui treni ad Atocha o nella metropolitana di Londra, indifferenti, invisibili, impunibili. «Si stenta perfino a provare un sentimento definibile di fronte a ciò che accade», dice André Glucksmann.
Ma il suo qual è stato? Cosa ha provato l’altroieri mattina, quando da Londra rimbalzavano voci sempre più allarmate fino a diventare la valanga di sangue e di orrore che tutti abbiamo vissuto?
L’ha detto, orrore. Anzi, due reazioni, per la verità. La prima di orrore, sì, certo, è una reazione umana di fronte alla bestialità di un atto di violenza contro civili disarmati.
E la seconda?
Aspetti. Pensavo a quei terroristi, al terrorismo, all’atto di gente armata contro gente disarmata, all’azione vigliacca a deliberata. È diverso uccidere un poliziotto o un soldato piuttosto che un civile. Io lo definisco un crimine di guerra, anzi contre l’humanité, questo è ciò che è stato perpetrato a Londra dai terroristi.
Orrore. La stessa parola, l’unica possibile che Joseph Conrad fa pronunciare a Kurtz, protagonista del suo "Cuore di tenebra", di fronte al venir meno di ogni sentimento umano. Soltanto orrore ha provato?
No, subito dopo pietà. Una condivisione assoluta dello strazio per tutte quelle povere vittime, per i loro familiari, per chi li cercava e non li trovava più. E quindi un orrore doppio, perché coinvolgeva molte più persone ancora. Ma nello stesso tempo sono rimasto ammirato. Fin dalla seconda guerra mondiale conosciamo bene la capacità di sopportazione, la resistenza, l’orgoglio della popolazione londinese.
E poi?
E poi, come le dicevo, un secondo sentimento, più complicato, più difficile da mettere a fuoco.
Proviamo.
L’11 settembre del 2001 ha innescato un dibattito planetario. Un dibattito che non si è ancora concluso. Da una parte ci sono quelli che hanno pensato che l’attacco alle Twin Towers fosse esclusivamente un attacco all’America. Dall’altra quelli che ritengono che fosse l’inizio di una guerra contro l’Occidente, non soltanto contro gli americani. In Europa ha prevalso la prima tesi, quella che ha ritenuto la tragedia di Manhattan una vicenda solo americana, dalla quale l’Europa poteva rimanere fuori. Chirac l’ha pensata così. Schröder l’ha pensata così.
E lei?
Io dico: ascoltate Tony Blair. Non è un semplice alleato degli Stati Uniti, Blair dice che siamo tutti nel mirino, nello stesso mirino. Noi tutti, l’Occidente, l’Europa, tutte le nazioni europee, anche voi italiani. E il G8 – al quale erano presenti, oltre ai grandi Paesi industrializzati, la Cina, Putin, il Brasile, l’India – era un’occasione per stabilire che la minaccia è universale, non limitata.
Fino a ieri il mondo è rimasto diviso di fronte al terrorismo. A cominciare da voi francesi.
Vede, c’è una differenza sostanziale fra gli inglesi ed altre popolazioni. Gli spagnoli, per esempio. La Spagna, poche ore dopo l’attentato di Madrid, ha voltato le spalle ad Aznar e premiato l’opposizione e Zapatero ha ceduto al ricatto e ha lasciato l’Iraq. In Gran Bretagna questo non accadrebbe. Se votassero oggi, gli inglesi farebbero il contrario degli spagnoli, si stringerebbero attorno a Tony Blair. E in questo dunque il terrorismo avrebbe fallito. Perché il terrorismo cerca l’intimidazione mondiale della civiltà occidentale, a Manhattan come a Madrid come a Londra. E in alcune aree c’è riuscita.
In Spagna, certo. E dove altro ancora?
Francia, Germania, Russia. Quella triade, Chirac-Schröder-Putin... Hanno criticato Bush per la guerra in Iraq, hanno pontificato, teorizzato e sbagliato di grosso.
Perché?
Perché non hanno capito o non vogliono capire che tipo di guerra è questa.
Che tipo di guerra è?
Globale, come i suoi attentati e le sue vittime.
E quando sarebbe iniziata?
Non certo l’11 settembre 2001, come si usa credere, ma molto prima, nel 1979, con l’ascesa al potere a Teheran dell’ayatollah Khomeini.
Uno scontro di civiltà, come sostiene Samuel Huntington, o se vuole anche Oriana Fallaci?
Non sono d’accordo. Lo scontro è fra aree politiche, civili, religiose. C’è uno scontro all’interno del blocco arabo e uno all’interno del blocco occidentale, uno all’interno dell’est europeo e uno dentro l’Europa atlantica. L’intero pianeta è diviso tra chi vuol vivere in modo civilizzato e chi vuole vivere uccidendo i civili. Non c’è guerra tra le singole civiltà, ma all’interno dei singoli mondi, delle singole nazioni. Uno scontro transreligioso, transeconomico, che oltrepassa le frontiere fisiche e quelle morali, all’interno del quale si allunga la geografia dell’odio.
Ce ne parli.
Odio. Odio nichilista. L’odio khomeinista verso il diavolo occidentale, l’odio verso l’America, verso gli ebrei, verso i cristiani. Un odio che ha invaso il mondo musulmano e l’ha oltrepassato, debordando in Asia, in Russia e perfino in Europa, che odia l’America e insieme odia se stessa perché vive secondo modelli americani. Lo stesso asse Chirac-Schröder-Putin è un asse antiamericano. Non è uno scontro fra l’islam e la civiltà cristiana, ma fra differenti modi di vivere, dove l’odio è il collante e il fondamentalismo è la materia prima.
L’Occidente dove andrà, come ne uscirà?
Questa guerra non durerà due mesi né due anni. Durerà, come ha profetizzato George W.Bush, almeno una generazione. E non basterà la repressione poliziesca o l’intervento militare per fermarla, ma sarà anche, o direi soprattutto, lotta di idee. Quella che sta conducendo Blair. Perché è questo che Blair ha capito ed ha subito detto a poche ore dalla strage: si tratta di difendere il nostro modo di vivere. A testa alta. Ed è questa l’arma più forte che noi occidentali abbiamo.
COMUNICATO DI COMUNIONE E LIBERAZIONE
Dopo Madrid, Londra. La grande pace del dopoguerra in Europa è finita. Il fattore che semina guerra è la violenza radicale di chi non accetta la realtà e la considera sbagliata perché non corrisponde al proprio pensiero, misura di ciò che merita o no di esistere.
La strage di Londra documenta che il radicalismo islamico è l’emergenza tragica di una posizione nichilista, che anche in Europa si vuole affermare come metro del pensiero e dell’azione. I terroristi dimostrano di esserne discepoli coerenti.
In questa situazione di barbarie antiumana, come ha detto Benedetto XVI, seguiamo il Papa «con la certezza che la carità è prima di tutto comunicazione della verità». E la verità è testimoniata in luoghi di esperienza umana in cui si ami la vita nel suo valore infinito e in tutte le sue espressioni più di quanto i terroristi “amino la morte”. Anche il più piccolo tentativo, in questo senso, non è inutile, perché afferma l’inesorabile positività della realtà contro cui il nulla non può vincere.
l’ufficio stampa di Cl - Milano, 8 luglio 2005.
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giovedì, luglio 07, 2005
NAZISMO - Rosa bianca
"Libertà di parola, libertà di fede, difesa dei singoli cittadini dall'arbitrio degli stati criminali fondati sulla violenza: queste sono le basi della nuova Europa". queste parole costarono la vita a Sophie Scholl, condannata a morte (per decapitazione) a 22 anni dal tribunale nazista. Sophie con il fratello faceva parte di gruppo antinazista nonviolento universitario di ispirazione cristiana (la rosa bianca), composto da nemmeno 50 persone tra studenti e alcuni professori. La Gestapo torturò Sophie per quattro giorni, dal 18 al 21 febbraio 1943. Lo sgherro della Gestapo che conduceva l'interrogatorio le chiese alla fine: "signorina Scholl, non si rammarica, non trova spaventoso e non si sente colpevole di aver diffuso questi scritti e aiutato la resistenza, mentre i nostri soldati combattevano a Stalingrado? non prova dispiacere per questo?", lei rispose: "No, al contrario! credo di aver fatto la miglior cosa per il mio popolo e per tutti gli uomini. Non mi pento di nulla e mi assumo la pena!"
(trovato in michelelembo)
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lunedì, luglio 04, 2005
CONSIGLI DI LETTURA PER L'ESTATE
Prima di tutto due libri consigliati da una nostra carissima amica della blogosfera: il primo sulla ideologia umanitarista anticristiana che sta diventando egemone, nell'ambito delle grandi organizzazioni internazionali come l'ONU - tra l'altro, questo libro e' curato da un'altra nostra grande amica della blogosfera, e il secondo, sulla bellezza, curato da Suor Maria Gloria, conosciuta tramite la blogosfera (collabora a culturacattolica).
Personalmente, ribadisco la passione per il piu' grande romanzo storico del Novecento: Vita e Destino di V. Grossman, di cui viene di nuovo consigliata la lettura. Ne riparleremo piu' diffusamente questo autunno.
Infine, fin d'ora, segnaliamo al Meeting di Rimini, la grande mostra sulla Rosa Bianca, la storia di un gruppo di giovani che lotto' contro il nazismo.

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SECOLO XX e dintorni, il secolo più violento nella storia dell'umanità
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