lunedì, maggio 30, 2005
| CINA - Madri di Tiananmen: "Pechino deve chiedere scusa davanti alla Storia”(da Asianews) |
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Pechino – Il governo cinese “non ha ancora chiesto perdono per le atrocità perpetrate” e onora come degli dei Mao Tse-tung e Deng Xiaoping “le cui mani sono lorde del sangue del popolo, e che hanno portato sciagure mai raccontate alla nostra nazione”.
Lo scrivono le “Madri di Tiananmen” in una lettera aperta indirizzata al presidente cinese Hu Jintao, una settimana prima del 16mo anniversario del massacro della piazza. Nella lettera si consiglia al regime comunista di “chiedere perdono davanti alla Storia”.
“Non hanno senso – si legge nel documento – le recenti proteste del governo di Pechino contro il Giappone per la sua troppo blanda ammissione delle atrocità perpetrate in Cina durante la II Guerra Mondiale, perché il governo cinese non ha ancora chiesto perdono per le atrocità che esso stesso ha perpetrato”.
“Voi e i vostri predecessori - si legge ancora - avete cancellato dai libri la memoria del massacro del 4 giugno, ed avete eliminato dalla storia questo spregevole accadimento. Ci siete riusciti benissimo, siete stati più bravi di quegli elementi della destra giapponese che avevano tentato di cancellare dalla storia il massacro di Nanchino”.
“Oggi – continua la lettera - voi onorate come dei Mao Zedong e Deng Xiaoping e altri, le cui mani sono lorde del sangue del popolo, e che hanno portato sciagure mai raccontate alla nostra nazione”. “Fino ad oggi – conclude - non avete voluto chiedere perdono alle decine di milioni di vittime ed alle loro famiglie di questi massacri”.
Le “Madri di Tiananmen” è un gruppo formato da 125 familiari delle vittime della strage del 4 giugno 1989 in piazza Tiananmen, quando le truppe dell\'esercito nazionale, appoggiate dai carri armati, massacrarono i manifestanti inermi che da oltre un mese invocavano democrazia e la fine della corruzione per la società cinese nelle strade della capitale cinese. Il bilancio di quel massacro non è mai stato pubblicato dal governo, ma organizzazione internazionali indipendenti dicono che attorno alla piazza, nelle vie laterali e nei giorni seguenti al 4 giugno sono stati uccisi alcune migliaia di persone. Il gruppo è guidato da Ding Zilin.
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venerdì, maggio 27, 2005
EUGENETICA E SCIENTISMO
Watson, “Caligola della biologia” e cocco di Repubblica, del País e della bella gente che vota “sì”. Personalità testosteronica, vuole riplasmare con l’eugenetica le donne, i gay e i neri. Fare come Hitler: perché no? (da Il Foglio 27-5-2005)
Fu a Cambridge, nel 1952, che Erwin Chargaff vide per la prima volta il giovane James Watson. Si trovò di fronte a un tipico personaggio da “Carriera di un libertino” di Hogarth, voce acuta, agitata, simile a quella di “un instancabile ottavino con alcune luccicanti pietruzze d’oro nel torbido torrente delle sue chiacchiere”. Lo impressionò l’aggressività di questo allievo che non sapeva niente di chimica, per Chargaff la più reale di tutte le scienze esatte. “In fondo sei quello che sei. Mettiti parrucche con milioni di riccioli, colloca il piede su coturni alti un braccio: tu resti pur sempre quello che sei”. Se Goethe smascherò i Faust dell’epoca, Chargaff tolse la maschera a Watson e vide un buffone di talento. Per un altro scienziato di Harvard, Edward Wilson, è “il Caligola della biologia”.
I chiodi che trattengono tutta la sua maestria tecnica cadono all’istante se scopriamo il drappo funebre appoggiato sulle vecchie spalle di questo padre del Dna. L’uomo e lo scienziato Watson, più che nella celebre scoperta di cui fu protagonista a soli ventiquattro anni, si trova nella girandola evocatoria delle tante dichiarazioni e interviste, nel ribollire costante della sua visione sul dolore, la pena, la speranza, la storia. Per quanto si slanci verso l’umanità da medicare, un sangue di piombo lo ritira sempre giù.
Si è quasi svuotata la scatola dei suoi anni. Ma di saggezza, neanche l’ombra. Una cornice vuota, senza un filo di polvere, “smaltata col nulla elegante” di Gottfried Benn. Sembra un vecchio tiranno disoccupato. La Watson Wonderland, come l’ha ribattezzata l’Indipendent, è un carnaio scoperchiato, un crematorio dove non esiste pietà. Ed è gonfio di vanità: “Il libro del Dna è più rilevante nella vita umana della Bibbia. Non l’ho mai letta, ma non penso di essermi perso molto”. Ha trasformato il Cold Spring Harbor Laboratory di Long Island nell’epicentro della biologia molecolare. Ma pensa che la sua scoperta gli abbia conferito anche il diritto di pontificare su come e chi debba nascere. “Lasciateci liberare la società dai difetti genetici”. E’ una galera che aspira a diventare ospedale. Tra i nobili arcipelaghi della scienza ce ne è uno chiamato Gulag. Per quello Watson ha biglietti di sola andata, la domanda di grazia respinta.
Da quando scoprì la doppia elica insieme a Francis Crick, nel 1953, la luce è venuta e la notte è restata. Da allora la sua intuizione è stata impressa sulle cravatte, ha ornato fogli di carta da lettera, la troviamo collocata davanti ad alcuni edifici come richiamo commerciale. Fa parte persino dell’arte manieristica. Ha scritto un affascinante resoconto della sua epopea di giovane e ambizioso ricercatore, “La doppia elica”. Che ha subito paragonato al Grande Gatsby. “Questo libro sarà letto per i prossimi cento anni. Non voglio andare fuori commercio”. Perfino il Guardian ha annusato il marcio dietro le sue parole. Il quotodiano inglese ha parlato di “Baby Superstore”. “La chiami eugenetica? E sia”, ha risposo Watson. Ne è sempre stato un paladino. “Molte persone vorrebbero assassinarmi”. Si trova a proprio agio nei panni di Lord Byron. “E’ fottuta l’idea che ci sia qualcosa di fondamentale organizzato da Dio”. La sua eugenetica è una mandorla avvelenata dentro il guscio razionalista della scienza. Condita con tanto antropocentrismo sclerotico.
Umberto Veronesi si trova in compagnia di Watson, che ha scritto che “le nostre scoperte hanno posto fine a un dibattito vecchio quanto la specie umana: la vita ha qualcosa di magico, un’essenza mistica, o è come qualunque altra reazione chimica? C’è qualcosa di divino al cuore della cellula? La doppia elica risponde alla domanda con un No definitivo”. Per questo nel 1998, in una conferenza alla Ucla, Watson disse che “è un non senso dire che siamo sacri e che non dobbiamo cambiare. L’evoluzione può essere crudele. Andremo verso un controllo della vita umana? Penso di sì”. In un documentario per la tv inglese ha invitato a modificare geneticamente il dieci per cento dei bambini che considera “stupidi”. E ha proposto una cura genetica per la stupidità. “Non dobbiamo cadere nell’assurda trappola di essere contro tutto ciò a cui Hitler era a favore”. Oltre allo screening genetico di tutti i cromosomi femminili: “Le persone dicono che sarebbe terribile se facessimo belle tutte le ragazze. Io dico che è grandioso”. Al Sunday Telegraph ha spiegato che se scoprissimo il gene dell’omosessualità, una donna dovrebbe avere il diritto di abortire se non volesse un figlio gay. “Vogliono dei nipoti”.
Durante una sessione parlamentare in Inghilterra ha chiesto: “Se gli scienziati non giocano a fare Dio, chi può farlo? Pensavamo che il nostro destino fosse nelle stelle. Oggi sappiamo che è nei nostri geni”. Per il cinquantenario del Dna, il London Times pubblicò quest’intervista: “Per quei genitori che migliorano i loro bambini, i loro figli andranno a dominare il mondo”. New York Times, 15 giugno 2003, Watson spiega perché ai bambini “geneticamente difettosi” a scuola dovrebbero insegnare separatamente. “I figli vengono lasciati indietro se continuiamo a dire che tutti hanno lo stesso potenziale di apprendimento”. Nel 1998 partecipò a un convegno con altri genetisti di fama mondiale, come Leroy Hood, che ha sviluppato il primo sequenziatore di Dna automatico, e French Anderson, primo luminare della terapia genica. Il settantenne Watson sedeva tranquillo, quasi addormentato. Si svegliò per dire che “nessuno ha davvero il coraggio di dirlo, ma se potessimo creare esseri umani migliori conoscendo il modo in cui aggiungere geni, perché non dovremmo farlo? Sono fortemente a favore del controllo genetico del destino dei nostri figli. Li faremo un pochino migliori. Chi vuole un bambino sgradevole?”. Quando Anderson espresse dubbi morali verso la ricerca sull’embrione, Watson lo interreppe per tuonare contro “i fondamentalisti di Tucsa”, Oklahoma, dove è nato Anderson. Perché pensa che “l’accettazione del miglioramento genetico sarà simile alla prevenzione delle malattie”. Ha informato gli studenti dell’Università del Wisconsin che “non dobbiamo essere inceppati dalle credenze del passato. L’evoluzione non ci dà alcun diritto”. Per lui scienza è sinonimo di “anatomia molecolare”, livida come un cadavere. Leggere un suo scritto significa vedere l’uomo spetalarsi all’infinito per unirsi a un ballo di spettri su un patibolo. “Nei prossimi venticinque anni ci saranno molte persone mentalmente malate o solo stupide. Certo, ci abbiamo messo tre miliardi e mezzo di anni per arrivare qui, ma c’è stata una gran quantità di sofferenza sulla strada. Non vogliamo fare come Hitler, ma tutti vorrebbero figli splendenti e in salute. Vogliamo smettere di avere figli che facciano piangere i genitori”. Nell’economia feroce dei destini che vorrebbe medicare, ha paragonato i genetisti ai rivenditori di auto, perché la gente “si aspetta una macchina che funzioni. Se non è così, la danno indietro. Questo mi inquieta”.
“Cristo era un guaritore”
“Dio non è dispiaciuto di questa scienza. Cristo era un guaritore”. E’ un provocatore nato, una vena scucita da cui escono incubi. Nell’aprile del 1998 volò a Melbourne per parlare di ricerca genetica: “Siamo per immischiarci nella natura. Siamo cattivi come Hitler?”. Sono vent’anni che fa uscite simili. Eppure nella comunità scientifica si sono alzate pochissime accuse contro Mr Watson. Eccetto l’improduttivo Chargaff. E’ come se suppliziasse nascondendo gli impiccati. La rivista Science, nel maggio 1997, pubblicò un suo intervento: “E’ arrivato il tempo di lasciarci Hitler alle spalle”. Era in Germania, e rivolto a una platea di ricercatori disse che “la vostra regolazione delle biotecnologie è controproducente. La Germania non si è mai purgata”. Vorrebbe setacciare gli embrioni di donne malate di cancro per scoprire eventuali patologie. “Se puoi farlo, che c’è di sbagliato? Un giorno i figli autistici potranno non nascere”.
Nell’aprile del 2001 ha sconvolto la comunità nera americana: “La melanina è meglio del Viagra”. Nelle sue beffarde canzonature, acre e potente rimuginio, kitsch morale del puritano che si definisce libertino, Watson ha detto che “la felicità è una ricompensa per un’azione animale. Se un cavallo corre, si sente felice”. Nel gennaio del 2004 si trovava al Salk Institute di La Jolla. In quell’occasione fece sapere che il Ventunesimo secolo avrebbe reso i figli più felici, agili e atletici. Per capire di quale felicità Watson parli si consiglia la lettura del suo libro “I geni del genio” (Garzanti), un Barnum dove volteggia come un istrione malato di testosterone. A ogni avvisaglia di critica mette le mani avanti: “Non sono un sadico”. Ma frasi come queste sono indelebili: “Ogni volta che puoi prevenire la nascita di un bambino malato è un bene per tutti. Nessuna madre vuole un figlio nano”. Manda un brivido di fiacchezza, entra nelle teste più refrattarie alla ragione e le riempie di luci morte. Vede la genetica come una masturbazione, tanto che l’ha definita “antidoto contro le autodelusioni”.
Ha ragione Leon Kass quando scrive che nel caso di Watson il male ha facce intrecciate al bene che aneliamo, cure per le malattie e sollievo dalla sofferenza. E’ uno scienziato che brandisce la sua mazza ferrata con la gentilezza sorniona del carnefice. E con quanto impeto servile molti ne invocano il suffragio, il salvacondotto. E il male si crogiola in questa barbarie della speranza. Dappertutto il suo ormone. Karl Kraus aveva capito che questo tipo di progresso “fa portamonete di pelle umana”.
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COMUNISMO ITALIANO E INTERNAZIONALE
Interessante presentazione di un libro che rivela in modo molto documentato, il tipo di pressione che il potere comunista sovietico ed internazionale poteve mettere in atto rispetto a qualsiasi tipo di critica e di "deviazionismo" dottrinario e politico. Non e' ne' vuole essere la 'riabilitazione' di E. Berlinguer, che come conclude l'articolo rimase sempre imprigionato nella sua stessa ideologia. Ricordiamo che Armando Cossutta e' tutt'ora un dirigente di un partito che si dichiara comunista, presente al Parlamento italiano.
Berlinguer, a Sofia un camion Killer (di P. Franchi dal Corriere 27-5-2005)
Più o meno un quarto di secolo fa, Alessandro Natta parlò, come qualcuno ricorderà, di un «lavorio»: un’espressione molto garbata, destinata a entrare rapidamente nel lessico familiare del Pci, per segnalare che i sovietici, in concorso con altri Paesi e partiti fratelli, si stavano dando parecchio da fare per contrastare la politica di Enrico Berlinguer. Reo di aver proclamato esaurita «la spinta propulsiva» dell’Urss e di quello che allora si autodefiniva come il «campo socialista». E accusato per questo da Armando Cossutta di essersi reso responsabile di un inammissibile «strappo» con il movimento comunista internazionale. A leggere Sofia 1973: Berlinguer deve morire il libro di Giovanni Fasanella e Corrado Incerti (pp. 112, 11) che è da oggi in libreria per i tipi di Fazi, balza agli occhi che quella parola, «lavorio», era un timido e preoccupato eufemismo. Che quel «lavorio», chiamiamolo così anche noi, era iniziato da parecchio tempo: per lo meno dal 21 agosto 1968, quando i comunisti italiani, ancora guidati da Luigi Longo, espressero «vivo dissenso e riprovazione» per l’invasione della Cecoslovacchia, respingendo la tesi brezneviana della «sovranità limitata». E soprattutto che, accanto al «lavorio» per così dire «pulito», ce ne fu anche uno sporco, che contemplava non solo il finanziamento ai compagni fidati, le microspie, l’infiltrazione, la provocazione, il sostegno, almeno indiretto, al terrorismo, ma forse addirittura l’assassinio politico. Tentato appunto a Sofia, il 3 ottobre 1973, contro Berlinguer, al termine di un tempestoso incontro con il leader bulgaro Todor Zhivkov.
La storia non è certo inedita: a rivelare a Fasanella i forti sospetti di Berlinguer su quel camion che aveva violentemente investito la sua auto sulla strada dell’aeroporto, provocando la morte di un accompagnatore, era stato, nel 1991, Emanuele Macaluso. E proprio da quelle parole di Macaluso (che all’epoca non convinsero né Natta né Paolo Bufalini né Carlo Galluzzi) il libro di Fasanella prende le mosse. Per ricostruire il più possibile nei dettagli quell’oscura vicenda, certo, sulla scorta di nuove carte e nuove testimonianze, tra le quali, importanti, quelle dei familiari di Berlinguer, che, confermando i sospetti di Enrico, rendono ancora più plausibile la tesi dell’attentato. Ma anche per provarsi a raccontare, a partire da qui, una faccia sommersa degli anni Settanta e dei primi anni Ottanta, secondo una chiave interpretativa che si può sintetizzare in questi termini: Berlinguer aveva in animo di indicare un approdo apertamente socialdemocratico e occidentale al Pci, i sovietici (e altri, come i bulgari o i cecoslovacchi, forse persino più brutalmente di loro) fecero di tutto, ma proprio di tutto, per impedirlo.
Il libro si fa leggere con la tensione, e la passione, di un thriller politico. La documentazione è ricca e densa, se non di prove, di indizi inquietanti, la scrittura è incalzante: lascio volentieri al lettore il piacere di scoprirle. Quanto alla chiave interpretativa, mi consento, invece, più di un dubbio. Non sulla profonda e comprensibile avversione sovietica alla politica di Berlinguer, si capisce, e neppure sulle nefandezze, note e meno note, che questa avversione sicuramente avrà innescato, ma sulle intenzioni del segretario del Pci. Che ebbe sicuramente il merito di aver portato la navicella del suo partito prima al limite estremo, e poi anche oltre il limite, dell’Invincibile armata del movimento comunista internazionale. Ma che socialdemocratico non fu mai e mai volle diventare. Nemmeno (anzi: tanto meno) quando «strappò» con Mosca.
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giovedì, maggio 26, 2005
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martedì, maggio 24, 2005
Due fratelli contro il nazismo (da Avvenire 24-5-2005)
I Bonhoeffer che, fino all'ultimo, resistettero contro Hitler furono due: il teologo protestante Dietrich e suo fratello Klaus. Ed è proprio la moglie di quest'ultimo, Emmi, ad annotare nel suo diario, in data 30 maggio 1945: «certezza che Klaus è morto». Un appunto che spicca tra quelli presi negli ultimi tragici e frenetici giorni, tra aprile e maggio del 1945, che precipitarono definitivamente la Germania nel gorgo di morte e distruzione preparatole dal suo Führer. Klaus Bohnoeffer fu anch'egli una delle ultime vittime del regime nazionalsocialista che, ormai spacciato, non rinunciò a perseguire fino all'ultimo il sadico annientamento dei propri oppositori. Nell'anno in cui la Germania ricorda il sessantesimo anniversario della morte di Dietrich Bonhoeffer, giustiziato il 9 aprile 1945 nel campo di concentramento di Flossenbürg, una nuova pubblicazione Emmi Bonhoeffer: Essay, Gespräch, Erinnerung («Emmi Bonhoeffer: saggi, colloqui, ricordi») porta alla luce, attraverso le memorie postume della moglie, la figura del fratello maggiore Klaus, ucciso in carcere a Berlino il 23 aprile 1945, pochi giorni prima della resa incondizionata del Terzo Reich. Giurista di formazione, dirigente della compagnia di bandiera Lufthansa negli anni del regime, Klaus Bonhoeffer opererà come figura di collegamento tra diversi gruppi della resistenza tedesca grazie ai rapporti intrattenuti con i critici del regime tra le fila del governo e dell'esercito, con ambienti ecclesiastici attraverso il fratello Dietrich e con esponenti della socialdemocrazia tedesca e dei sindacati. «L'unica cosa che ha senso fare, è convincere i militari che devono agire», era la frase ripetuta spesso da Klaus alla moglie. Uccidere Hitler per liberarsi dal giogo di una dittatura che altrimenti nessuna rivolta popolare avrebbe potuto scardinare, fu la sua idea guida. Uccidere? «È una questione aperta, un conflitto - scrive Emmi Bonhoeffer - che ognuno può decidere solo per sé. Mio marito diceva "Hitler se ne deve andare". Suo fratello Dietrich usava una metafora: "Se vedo un pazzo che si dirige con un'auto sulla folla, non basta a un cristiano curare i feriti e consolare i parenti dei defunti. Bisogna tentare di togliergli il volante dalle mani". Questo spingersi del teologo in politica risale a Klaus, che spronò il fratello in tale direzione». Il dilemma dell'uccisione del tiranno sarebbe stato meno problematico in un'altra Germania. Non per chi doveva cospirare in una nazione che, come osserva Emmi Bonhoeffer, aveva conosciuto in passato i frutti della virtù prussiana dell'obbedienza all'autorità costituita e aveva poi trovato nel «governo di risollevamento nazionale» di Hitler la via per uscire dalla grave crisi economica degli anni Venti. Klaus ci aveva visto bene. «Voleva l'attentato prima dello scoppio della guerra - ricorda Emmi - perché temeva che durante la guerra, magari sotto l'effetto di vittorie, non ci sarebbe stata alcuna comprensione per esso». Il 29 settembre 1938, un giorno prima della firma dell'accordo di Monaco di Baviera tra Hitler e le potenze occidentali, resterà impressa nella memoria di Emmi: «Nella notte avevo partorito il mio terzo figlio. Mio marito si accostò al letto e mi disse: "Non c'è nessuna guerra". Voleva tranquilizzarmi, ma in realtà vidi la sua completa disperazione. Alle vele della resistenza era stato tolto ogni filo di vento». L'attentato arriverà molto più tardi. «Il 5 aprile 1943 - scrive Emmi - furono arrestati Hans von Dohnanyi, sua moglie Christine e Dietrich [Bonhoeffer], il fratello piu giovane, che vennero così a mancare per il lavoro. L'agitazione e l'attività di Klaus aumentarono al massimo. La speranza che i generali finalmente agissero teneva il fiato sospeso. Il 20 aprile 1944 ci tentò infine Stauffenberg e fallì». La bomba piazzata nel quartiere generale di Hitler sarà l'unico piano della resistenza militare che arriverà a concretizzarsi. Terminerà con l'impiccagione del generale e dei suoi collaboratori. Klaus Bonhoeffer non sarà mai coinvolto in piani operativi. Resterà figura di collegamento tra i gruppi della resistenza. Pagherà anch'egli con la vita, ma non uscirà mai storicamente dall'ombra. «Questo fu sempre il dispiacere di Emmi», ci racconta Sigrid Grabner, sua amica e curatrice dell'opera. La nuova pubblicazione restituisce ora memoria al fratello di Dietrich e raccoglie in impressioni forti i ricordi e le riflessioni di una donna della resistenza, che fino alla sua morte nel 1991 non smetterà di spendersi in attività umanitarie, vivendo per sé in condizioni modeste. Tra i testi spiccano anche le lettere all'amica Recha Jászi, in cui Emmi racconta l'esperienza di crocerossina a contatto con i sopravvissuti di Auschwitz, che accettarono di testimoniare al processo celebrato a Francoforte tra il 1963 e il 1965 contro i loro carcerieri.
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lunedì, maggio 16, 2005
DITTATURA DEL RELATIVISMO
"Dopo la caduta dei regimi costruiti sopra le ideologie del male [nazismo e comunismo], in quei Paesi le forme di sterminio sono di fatto cessate. Permane tuttavia lo sterminio legale degli esseri umani concepiti e non ancora nati. E questa volta si tratta di uno sterminio deciso addirittura dai Parlamenti eletti democraticamente, nei quali ci si appella al progresso civile delle società e dell'intera umanità. Né mancano alte gravi forme di violazione della legge di Dio. Penso, ad esempio, alle forti pressioni del Parlamento europeo perché le unioni omosessuali siano riconosciute come una forma alternativa alla famiglia, a cui competerebbe anche il diritto di adozione. E' lecito e anzi doveroso porsi la domanda se qui non operi ancora una nuova ideologia del male, forse più subdola e celata, che tenta di sfruttare, contro l'uomo e contro la famiglia, perfino i diritti dell'uomo". (Giovanni Paolo II, Memoria e identità, Rizzoli, p.22-23)
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giovedì, maggio 12, 2005
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La doppia morte di Yalta
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André Glucksmann ci dice che Solidarnosc aveva già seppellito la resa al totalitarismo sovietico, e che anche ai tempi di Stalingrado ci fu chi si ribellò. Risposta a Sergio Romano sull’uso della storia
Parigi. André Glucksmann non è di quelle anime gelate che a ogni buon conto alzano il sopracciglio di fronte a qualsivoglia prodezza intellettuale provenga dall’America. Lui che in Francia è stato uno degli antesignani nella critica dello spirito di Yalta – il libro che lo rese famoso “La cuisinière et le mangeur d’hommes. Essai sur l’Etat, le marxisme, le camps de concentration”, uscì da Seuil nel 1975 – è sorpreso oggi dal clamore che il presidente George W. Bush ha suscitato col suo discorso di Riga. “Per me non dice niente di nuovo. La verità su Yalta, come elemento estremamente discutibile, è roba vecchia. Per la gauche francese risale almeno al 1980, all’epoca di Solidarnosc. Allora sul movimento del sindacato autonomo dei cantieri di Danzica ci fu una fortissima divisione tra quanti, come François Mitterrand e il suo governo, pensavano che la divisione dell’Europa decisa a Yalta fosse giustificata e irreversibile, e dunque che bisognasse abbandonare Solidarnosc lasciando mano libera al generale Jaruzelski per instaurare lo stato d’assedio, e quanti invece, sempre a sinistra, a cominciare dalla Cfdt (il sindacato di Edmund Maire che allora aveva una forte componente cattolica), e nello stesso Ps, invece sostenevano Solidarnosc, convinti che Yalta nulla avesse di irreversibile e di storicamente giustificato. Sicché, da noi, la questione di cui oggi parla Bush è stata metabolizzata da almeno venticinque anni. Non capisco invece come in Italia, dove solo un mese fa venivano innalzate corone di fiori a Giovanni Paolo II e alla resistenza del Papa polacco al sovietismo, ci sia chi si stupisca per le parole di Bush e pensi addirittura che abbia detto cose nuove, da revisionista”.
Eppure, il fatto di evocare l’eccezione italiana, e cioè la presenza in Italia di quello che fu il più grande partito comunista d’occidente, non sembra tentare più di tanto la riflessione di Glucksmann. Inutile citare il partito togliattiano e le complesse traversie del suo lascito sulle coscienze. “E’ uno stupore che mi sembra dipendere da un ritardo mentale”, taglia corto Glucksmann. “Se è vero che l’egemonia del partito di Togliatti ha frenato la riflessione, c’erano anche uomini che pensavano giusto e che proprio perché antistalinisti e antitotalitari sono stati repressi o rimossi. Yalta, insomma, è un grosso problema, che però è già stato risolto da tempo. All’inizio, nel 1945, la passività consisteva nel distinguere tra i buoni, che avevano combattuto Hitler, e i cattivi, che stavano con Hitler. Non vi è dubbio che il carattere irriducibile del nazismo sia rimasto lo stesso. Ma è cambiata l’idea che i nemici di Hitler fossero tutte brave persone, candidi come la neve. La sinistra è rimasta a lungo ferma a Stalingrado come ultimo giudizio della storia, convinta che Stalin fosse incontestabile perché s’era schierato contro Hitler. Anche allora, però, ci fu chi avanzò obiezioni e sollevò dissensi. E penso a Arthur Koestler, alla sinistra antifascista di personaggi come George Orwell, che denunciò il patto Molotov-Ribbentrop del 1939, dopo aver puntato il dito contro le azioni terroristiche e repressive da parte di Stalin durante la guerra di Spagna. E in Italia, c’era gente come Ernesto Rossi e Altiero Spinelli, anch’essi rimossi per il loro manifesto per l’Europa, che era antitotalitario e antistalinista”.
Nemmeno a stimolarlo dall’altro lato del discorso di Bush, quello americano che mette in crisi la figura di Franklin D. Roosevelt, facendolo passare dal campo dei liberatori a quello degli oppressori, Glucksmann perde il suo áplomb. “E’ vero, Roosevelt fa la parte dell’ingenuo. Alcuni storici si permettono di pensare che l’uscita di Bush sia a uso interno agli Stati Uniti, in chiave antidemocratica. Personalmente penso che sbaglino. Ignorano infatti che Bush ha già fatto ricorso a questo tipo di critica due anni fa, quando prese a bersaglio le posizioni di cinquant’anni di diplomazia americana favorevole all’Arabia Saudita e al dispotismo in genere, prendendo così di mira sia Roosevelt, che l’inaugurò, sia i suoi successori alla Casa Bianca, compreso Bush padre. Quindi non si tratta di una questione di tattica politica, repubblicani contro democratici, ma di una questione di lucidità. D’altra parte, l’argomento che riguarda le dittature nel mondo arabo, in particolare l’Arabia Saudita, il Pakistan, l’Egitto, è identico a quello che Bush ha avanzato adesso, a proposito dei paesi baltici, contro la divisione dell’Europa. Bush insomma dice sempre la stessa cosa. E cioè che la diplomazia americana, sia essa repubblicana sia essa democratica, ha sacrificato, in nome della stabilità, l’attenzione per la libertà dei popoli. E tutte le volte che ciò è successo, il risultato è stato nefasto, perché non si è avuta stabilità, ma instabilità. In altre parole, le dittature del terzo mondo non garantiscono la sicurezza degli Stati Uniti e degli altri paesi occidentali. Anzi, invece di procurarsi la stabilità impossibile attraverso il dispotismo, bisogna avere la pace attraverso la libertà, l’unica condizione perché la pace sia stabile”.
Glucksmann dunque condivide l’idea di una storia che ha fretta e dopo l’11 settembre rende impellenti le verità del passato. “L’argomento di Bush è la lezione che egli ha lentamente tratto, ahimé troppo lentamente, dall’11 settembre. All’epoca, io che pure approvavo il suo atteggiamento, gli rimproverai, in ‘Dostoevskij a Manhattan’, il buonismo che dimostrava nei confronti di Putin e della Russia. In effetti, non si può denunciare da un lato il sostegno al dispotismo arabo e dall’altro continuare a sostenere, a occhi chiusi, il dispotismo che prende piede nella Russia del dopo Gorbacev. Quando scrissi quel saggio (ed. Robert Laffont 2002, trad. it. Liberal libri), pensavo che Bush non andasse fino in fondo nel suo ragionamento. Adesso, invece, vedo con piacere che si è accorto come un dispotismo fondato sulla rendita petrolifera, come è quello russo, non sia né democratico né stabilizzante”.
Difficile perciò che Glucksmann sottoscriva, contro l’uso politico della storia, il consiglio di lasciare la storia agli storici. “A Sergio Romano e ai suoi lettori che volessero farsi un’idea di cos’è stato lo spirito di Yalta e del perché non poté mai essere accettato né dai dissidenti sovietici, né dai polacchi, né dai baltici, consiglierei la lettura di ‘Vita e destino’, il grande libro postumo di Vassilij Grossman, che fu il cronista della battaglia di Stalingrado e morì disperato dopo che il Kgb gli sequestrò il manoscritto. Attraverso la storia di una famiglia rimasta per metà in Ucraina e per metà in Urss, spiega molto bene il tragico destino parallelo di un popolo che fu vittima di Hitler e vittima di Stalin, anche se in nome dell’antifascismo. Leggendolo, capiranno che George W. Bush non è il primo a mettere in questione il trattato di Yalta. Quanto alla storia riservata agli storici, noi non siamo bambini nati dalla tabula rasa, dall’assenza di memoria. La storia sta nell’attualità. Lasciarla agli storici vuol dire ingannare la gente, raccontare delle favole, come fa Vladimir Putin, quando ripropone il mito della Russia sovietica, e nega il rapporto tra tirannide stalinista, gulag e lotta al nazifascismo. La verità è utile in politica. Ed è una questione di politica. Se oggi il culto di Stalin risorge dalla Russia profonda, non è perché c’è troppa storia in circolazione, ma perché non c’è abbastanza verità storica”.
(da IL FOGLIO - 11/05/2005)
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SECOLO XX e dintorni, il secolo più violento nella storia dell'umanità
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