SECOLO XX e dintorni

mercoledì, marzo 30, 2005

DINTORNI

Per una volta, parliamo di politica e di attualita'.

1) Occorre votare per queste elezioni regionali superando scetticismo e confusione 2) noi personalmente appoggiamo LEO di Forza Italia e la giunta GHIGO in Piemonte, che ha governato molto bene: ad esempio, nella promozione della cultura, in un modo realmente pluralista, ha realizzato un modello di riferimento per tutti 3) FORMIGONI in Lombardia, che sta veramente applicando la dottrina sociale cristiana, senza preclusioni o barriere ideologiche 4) STORACE nel LAZIO, visto che ha governato bene - addirittura secondo Andreotti - e sinceramente della Mussolini e delle formazioni neofasciste - con tutte le "manovre" della sinistra per appoggiarla nella presentazione delle liste - facciamo volentieri a meno.  


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giovedì, marzo 24, 2005

PASQUA 2005


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giovedì, marzo 17, 2005
NEI FATTI, IL NAZISMO HA VINTO - INTERVISTA A BRANCIAROLI da TEMPI (16-3-2005)
Provocazione del piu' importante attore vivente italiano. Noi riteniamo che questa "provocazione" sia molto piu' realista di quanto possa apparentemente sembrare. Non a caso, il titolo dell'articolo/intervista e': "Non e' difficile essere come loro".
Otto Adolf Eichmann visse dieci anni a Buenos Aires sotto mentite spoglie, dicendosi zio ai suoi propri figli, lui, gerarca nazista ricercato e infine scovato, processato e impiccato a Gerusalemme. Franco Branciaroli ha voluto trasformare dieci anni di menzogne di cui si era circondato Eichmann, nel mondo di Karl Steuberg. Una “farsa in due atti”, “Lo zio” (Der Onkle), ritagliata intorno alle bugie del gerarca, che si finge fratello di se stesso, ossessionato dal “tornare ad essere lui”, capace di “uccidere per impedire il mio ritorno”.
Branciaroli, perché proprio il nazismo per raccontare la modernità?
Per la sua mira, la sua sostanza: tornare al paganesimo, al pessimismo, al tragico. Questo era l’impianto spirituale nazista, contrapposto all’ottimismo cristiano, che è spirito libero, rivoluzionario, teso alla ricerca della felicità Su questo ottimismo il nazismo doveva uscire vincitore. E sembra avercela fatta. Oggi assistiamo a un paganesimo strisciante, a un ritorno al dominio del più forte e della volontà dionisiaca, pagana. Da qui, la metafora dello zio: dal nazista che si fa passare per ciò di cui è cammuffato, a questo mondo, lo zio dell’altro.
Nel testo sembra emergere che nessuno è veramente padre e nessuno è veramente figlio…
E’ un discorso edipico “rovesciato” da cui scaturiscono significati a raffica. Il Papa proprio tre giorni fa ( nel libro “Memoria e Identità, Rizzoli, ndr) ha paragonato la soppressione dell’esistenza embrionale nel ventre di una madre all’olocausto. C’è un motivo profondo e verissimo in questa affermazione: sopprimere la vita là dove attecchisce ha riferimento con l’olocausto in quanto la vita è soppressa scientificamente. E la caratteristica dell’olocausto è la soppressione scientifica della vita degli ebrei. Ma quello che ci hanno insegnato i nazisti il testo lo dice: hanno tolto dallo sguardo dell’uomo d’Occidente la vita. La vita con la V maiuscola. Perché se si riesce a manipolare la mente umana e a fare dei laboratori scientifici gli agenti soppressori di vita, allora si fa scomparire il senso della vita. Per cui vive chi dico io, in nome di che dico io. Questo ce lo hanno insegnato loro, questa è la loro grande, vera, lezione, ed è per questo che lo siamo tutti, nazisti.
Vengono in mente le parole del cardinale Martins in risposta all’attentatore del Papa: più che di anticristo sarebbe meglio parlare di antiuomo…
Chi parla dell’anticristo è Solove’v. L’anticristo è la democrazia quando farnetica di togliere il dolore, il bisogno, la sofferenza dal mondo. Questo è l’anticristo.
Togliere la Croce dal mondo.
Esatto. Non è un nemico di Cristo, nel senso di un mangia-Cristo, è la caricatura di Cristo.
Ma nel testo lei scrive che “l’anticristo oggi è il mondo”…
I testi non sono tesi: non si deve pensare che quelle parole siano dell’autore. René Girard sostiene che questo è un mondo cristiano perché la pietà verso la vittima trionfa. Può essere vero. Cioè, uno ammazza sua madre, suo fratello e sua sorella e si piglia 12 anni di carcere, giusto? Dopo sei anni lo liberano. Ecco, io temo che questo amore per le vittime sia in realtà un gigantesco scarico della coscienza, e cioè, un altro “zio”, un’altra maschera. Siccome non siamo affatto interessati alle vittime che ci riguardano - personalmente sono sicuro che quotidianamente noi di vittime ne facciamo un sacco -, aderiamo moltissimo alle vittime degli altri. La pietà esiste eccome, sta in tutte le costituzioni, sta in tutti i tribunali, ma è una maschera.

Lo zio (Der Onkle), Teatro Grassi, via Rovello, 2, Milano, 8/25 marzo 2005, di Franco Branciaroli, con Franco Branciaroli, Ivana Monti, Debora Caprioglio, regia Claudio Longhi, Produzione Teatro degli Incamminati – Teatro Stabile di Torino

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martedì, marzo 15, 2005

STORIA fra nazionalismo e mistificazione

Non abbiamo letto questo libro di Procacci, che viene presentato dal Corriere. Ma sicuramente siamo stati sollecitati dalla denuncia documentata di come la storia venga grandemente manipolata in molti paesi del mondo, e di come in particolare, stia riemergendo sempre piu' forte, il male principale ed iniziale del Novecento, il nazionalismo.

Se in un testo scolastico di storia non trovassimo nulla ... (dal Corriere della Sera 15-3-2005)

Se in un testo scolastico di storia non trovassimo nulla sullo sbarco in Normandia del ’44, sulla guerra del Pacifico, e insomma su tutto quanto in quel conflitto non ha coinvolto direttamente l’Italia, rimarremmo esterrefatti. Eppure è proprio questo che succede nei manuali di molti Paesi: succede cioè che le vicende mondiali vi siano trattate solo in un’ottica angustamente nazionale, secondo una specie di autarchia storiografica che nemmeno il fascismo giunse mai a praticare. Ecco dunque che un manuale in uso nelle scuole ukraine può ignorare le vicende della seconda guerra mondiale relative non solo agli altri fronti di guerra ma anche ai territori del fronte orientale diversi dall’Ukraina. Ecco che in molti Stati la storia nazionale e la storia generale sono oggetto di due manuali diversi, con una netta prevalenza della prima. La storia nazionale, ad esempio, rappresenta i tre quarti dell’insegnamento della storia in Serbia; e in Bulgaria l’intera storia europea è trattata solo per l’influenza che essa ha avuto nella regione balcanica. Questi e molti altri esempi si trovano in un libro di grande interesse che Giuliano Procacci ha dedicato ai manuali di storia in uso, in questi anni, nel mondo. Ed è un libro che lascia spesso senza parole, poiché ci mostra un panorama davvero sconcertante di mitologie storiche, di falsificazioni del passato, di uso della storia come arma di combattimento ai danni di altri Paesi o di propri concittadini di diversa religione o etnia: ci mostra cioè quanto sia diffuso in buona parte del globo quell’uso politico del passato che ha costituito uno dei più discutibili caratteri della storia europea tra Otto e Novecento, e che l’Europa occidentale ha infine superato per vederlo ora assiduamente praticato in quasi tutto il resto del mondo.
Un frutto tardivo del nazionalismo ottocentesco, e della sua capacità di dotare la propria nazione di origini antichissime ma più o meno inventate, sembra prender corpo ad esempio nell’Azerbaijan, dove si discute sulla data nella quale collocare la nascita di uno Stato azero che in realtà non è mai esistito. Oppure in Georgia, dove le prime testimonianze della nazione georgiana, risalenti al medioevo, vengono retrodatate all’antichità e perfino alla preistoria. In India, dunque in un contesto del tutto diverso, le correnti fondamentaliste indu hanno cercato di espellere dalla storia indiana ogni apporto musulmano e cristiano, sostenendo a tal fine le origini autoctone delle popolazioni ariane. Nei manuali in uso nelle scuole palestinesi è invece lo Stato di Israele ad essere ignorato o ad essere citato, scrive Procacci, «nei termini di un antisionismo che facilmente sconfina nell’antisemitismo».
In Paesi come il Pakistan o l’Iran la storia viene fatta iniziare con l’islamizzazione del Paese, ciò che si accompagna volentieri alla tendenza a cancellare le tracce di altre civiltà: apprendiamo che in Sudan un futuro ministro dell’istruzione si sarebbe pronunciato a favore della rimozione delle statue «non islamiche» dai musei (un fatto che indurrebbe a considerare il caso dei talebani afgani meno isolato di come in genere si ritiene). In Arabia Saudita la storia del mondo non islamico è totalmente ignorata e per il resto viene ricompresa nell’educazione islamica; e questo rende assai dubbio che, in casi del genere, si possa ancora parlare di insegnamento della storia.
Non sempre i manuali presentano la stessa versione della storia nazionale; è anzi una differenza non da poco la presenza o meno di manuali diversi e della possibilità di scelta che ne deriva. Uno Stato in cui le differenze appaiono accentuate è la Russia, l’unico caso in cui Procacci abbia condotto un esame diretto dei manuali di storia, essendosi dovuto basare per il resto, a causa della vastità dell’argomento, sugli studi esistenti. E il caso russo costituisce un ottimo esempio di un’altra caratteristica diffusissima nell’insegnamento della storia. Mi riferisco all’accentuata celebrazione delle glorie nazionali, che tanto più colpisce nel caso dei manuali russi, divisi sul giudizio da dare su tanti temi fondamentali - dallo zarismo al comunismo - ma uniti nell’accettare, ad esempio, la versione della seconda guerra mondiale come «grande guerra patriottica» elaborata a suo tempo da Stalin.
All’esaltazione delle glorie nazionali corrisponde la cancellazione delle pagine oscure, spesso dei veri e propri crimini, compiuti dal proprio Paese. Se i manuali croati sono giunti a rivalutare il regime ustascia di Ante Pavelic, quelli giapponesi hanno pervicacemente negato il massacro di 300 mila cinesi compiuto dal loro esercito a Nanchino nel 1937. Anzi, in Giappone la guerra contro gli Stati Uniti è stata spesso interpretata, con poco rispetto dei dati di fatto, come una guerra volta a proteggere tutta l’area del Pacifico dagli appetiti coloniali dell’Occidente. Non è privo di importanza, comunque, che in Giappone certe alterazioni del passato siano state oggetto delle animate critiche di una parte almeno dell’opinione pubblica, laddove in tanti altri paesi questo non è potuto accadere.
Diverso, ma non meno sconcertante, appare il panorama dei manuali spagnoli, in cui le tendenze di acceso nazionalismo identitario descritte per altri Paesi si presentano a livello regionale, nei manuali delle varie «comunità storiche». Così in un manuale adottato in Castiglia il merito di avere concluso la riconquista e di aver finanziato la spedizione di Colombo è attribuito interamente alla regina Isabella senza neppure accennare al suo sposo Ferdinando d'Aragona. I manuali galiziani dedicano solo mezza pagina alle vicende spagnole comprese tra la guerra civile e la caduta del franchismo. I manuali baschi ignorano l’intera storia spagnola dai secoli XVI al XVIII e oltre.
Tutto ciò dà luogo a una frantumazione del passato, alla negazione della possibilità stessa di una storia nazionale che per certi versi richiama la frammentazione nei programmi scolastici verificatasi negli Stati Uniti, dove si sono affermati standard di insegnamento della storia di tipo multiculturalista, i quali hanno messo in discussione la possibilità di una sua rappresentazione unitaria perché questa oscurerebbe - si è sostenuto - lo specifico apporto delle diverse componenti etno-culturali. In tal modo la storia che si studia a Los Angeles non è la stessa che si studia a New York: da questo punto di vista gli Stati Uniti si collocano davvero agli antipodi di quella storia accesamente nazionalistica che sembra predominare, a giudicare dal libro di Procacci, in gran parte degli Stati del mondo (e anche in Spagna, seppure a livello substatale).
In un saggio del 1928 Paul Valéry denunciò i pericoli di una storia che «fa sognare, inebria i popoli, produce in loro falsi ricordi, esagera i loro riflessi, mantiene aperte le loro vecchie piaghe, li tormenta nel riposo, li conduce al delirio di grandezza e di persecuzione, rende le nazioni amare, superbe, insopportabili e vane». Queste parole si applicano bene all’uso spregiudicato che della storia fecero, nel XX secolo, le varie dittature di destra e di sinistra, e ancora prima avevano fatto un po’ tutti gli Stati europei che si erano gettati, anche «a causa della storia», nella fornace della Grande guerra. Il libro di Procacci sembra indicare che quelle parole, sol che si guardi fuori dell’Europa occidentale e degli Stati Uniti, non hanno perso purtroppo di attualità.

Il libro di Giuliano Procacci «Carte d'identità. Revisionismi, nazionalismi e fondamentalismi nei manuali di storia», Carocci editore, pagine 205, 18,10, sarà in libreria dal 17 marzo


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lunedì, marzo 07, 2005

NUOVA E-CAMPAGNA: LIBERTA' RELIGIOSA IN CINA  

Ciao a tutti,

6 vescovi desaparecidos, cioè arrestati e scomparsi nel nulla. 13 vescovi agli arresti domiciliari. 18 sacerdoti arrestati o impediti a svolgere il loro ministero.

Tutto questo in Cina. Adesso. Ma nessuno ne parla.

Il cristiano O`Connor, rinchiuso nelle carceri saudite, è stato liberato grazie alle pressioni internazionali, avvenute anche e soprattutto via internet. Siamo orgogliosi di aver contribuito alla sua liberazione. 
Ma ad O`Connor abbiamo potuto anche scrivere cartoline mentre era in prigione. Molti di questi religiosi cinesi, invece, sono scomparsi nel nulla. Altri languono nei lager cinesi. Irraggiungibili.

Ci riproviamo, vogliamo continuare la nostra battaglia per la libertà religiosa: aderiamo alla campagna proposta da Asia News, e chiediamo la piena libertà per i vescovi e i sacerdoti cinesi che hanno come unica colpa quella di non volersi separare dalla Chiesa di Roma.

La campagna è partita ieri, giorno d`apertura dell`Assemblea Nazionale del Popolo in Cina. 

Qui potete trovare
la proposta di e-campagna di Asia News: una petizione al Parlamento Cinese, il cui testo è l`elenco degli imprigionati e degli scomparsi. E qui l`elenco dei vescovi e sacerdoti, con due righe di cenni biografici ciascuno.

Ognuno scriva quel che vuole, ma un esempio di testo potrebbe essere:

Liberate vescovi e sacerdoti! Free bishops and priests!

La libertà religiosa è la base solida su cui la Cina potrà costruire uno sviluppo equilibrato, rispettoso della persona e della società

Religious freedom is the solid foundation on which China can build a balanced development that respects people and society

Si può aggiungere il link all`elenco dei prigionieri, o direttamente l`elenco completo (di seguito in inglese)

http://www.asianews.it/view.php?l=en&art=2705 


Scriviamo a:

Assemblea Nazionale del Popolo
e-mail:
xwzx2005@peopledaily.com.cn  

Comitato Olimpico Internazionale Pechino: 
Presidente Qi Liu e-mail:
2008@beijing-olympic.org.cn  

Ambasciata d`Italia a Pechino:
ambpech@italianembassy.org.cn  

Scriviamo e passaparola! Libertà religiosa in Cina!

Blog Solo900
Sito aderente a Samizdatonline


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giovedì, marzo 03, 2005

EUGENETICA

Un saggio di Luca Dotti denuncia una pratica sconvolgente e autoritaria. Promossa dai coniugi Myrdal, premi Nobel Eugenetica, ombra scura sul modello svedese (di GIOVANNI BELARDELLI - dal Corriere della Sera 3 Marzo 2005)

Ancora oggi siamo abituati a considerare il welfare state realizzato in Svezia dalla socialdemocrazia come una delle grandi, e più positive, esperienze politico-sociali del XX secolo. Ma che le cose non stessero interamente così, che il tanto magnificato «modello svedese» avesse anche qualche tratto oscuro, perfino qualche venatura autoritaria, venne fuori in realtà alla fine degli anni Novanta quando, quasi per caso, una ricercatrice svedese, Maija Runcis, fece una scoperta sconvolgente. Si rese conto che nella Svezia socialdemocratica, in cui nessuno - così, almeno, si era sempre sostenuto - doveva essere trascurato o lasciato indietro, erano state compiute dal 1935 al ’75 (anno di abolizione della relativa legge) oltre 60 mila sterilizzazioni, per il 90-95 per cento riguardanti donne. Ed erano state compiute precisamente con l’intento, insieme eugenetico ed economico-sociale, di eliminare la capacità riproduttiva delle persone «difettose», cioè degli esseri umani «di tipo B» (come scrivevano comunemente, negli anni Trenta e Quaranta, gli addetti alle scienze sociali e mediche), ciò che avrebbe permesso di utilizzare al meglio le risorse per garantire il benessere della popolazione sana, degli esseri umani «di tipo A». Di questo argomento si occupa Luca Dotti. Il merito principale del suo volume consiste nel mostrare come la politica di sterilizzazione non rappresentasse un incidente di percorso nella lunghissima vicenda dei governi socialdemocratici che furono ininterrottamente al potere dal 1932 al ’76. Negli anni Trenta l’eugenetica riscuoteva un certo successo in vari Paesi occidentali. Ma in Svezia la sua diffusione poteva giovarsi della paura che, da un lato, il calo demografico (effettivamente in atto), dall’altro il temuto aumento degli individui «di scarsa qualità» avrebbero indebolito la salute, fisica e morale, della popolazione. L’elemento probabilmente decisivo fu il fatto che preoccupazioni del genere vennero fatte proprie dalla socialdemocrazia una volta giunta al potere: la sua concezione di una «casa comune del popolo» (l’equivalente svedese del welfare state ) si dimostrò capace di riqualificare in senso economico-sociale la politica di eliminazione (attraverso la sterilizzazione) del materiale umano «di scarto», senza rinunciare del tutto alle vecchie argomentazioni di tipo biologico, fondate sull’idea di una rigida trasmissione ereditaria delle (presunte) tare fisiche e morali degli individui.
Come Dotti mette in rilievo, a favorire l’affermazione della concezione socialdemocratica di un benessere sociale da creare anche attraverso la sterilizzazione concorrevano almeno altri due elementi. Da un lato, un certo rigorismo luterano, portato a considerare ogni segnale di disordine nel comportamento e nello stile di vita come una minaccia alla salute della collettività: nelle pratiche di sterilizzazione, la «volubilità sessuale» di una donna o la mancanza di pulizia nella casa erano considerate altrettanti segni di pericolosa asocialità. Dall’altro, c’era il diffondersi nell’ambito delle scienze umane di un’ideologia funzionalista che tendeva a concepire la politica sociale come l’applicazione di misure algidamente oggettive, e poneva il benessere della società come nettamente prevalente su quello dei singoli individui.
Furono i coniugi Gunnar e Alva Myrdal i massimi teorici di questo socialismo che attribuiva allo Stato e alla politica funzioni demiurgiche, affidandosi agli scienziati sociali e alle loro soluzioni indiscutibili, poiché queste si presentavano come il frutto del puro calcolo razionale. Economista (e a lungo capo del gruppo parlamentare socialdemocratico) lui, esperta di problemi della famiglia lei, i Myrdal furono anche insigniti del premio Nobel: il solo caso di coniugi premiati per due materie diverse e in due periodi differenti (i coniugi Curie, l’unica altra coppia, avevano ricevuto entrambi il Nobel per la fisica). Nel 1934 un loro libro dedicato alla crisi demografica svedese non solo ebbe uno straordinario successo, ma svolse anche una funzione decisiva nell’orientare la socialdemocrazia e l’opinione pubblica verso misure tese a eliminare gli «individui superflui» così da evitare che la società sprecasse risorse a causa di persone giudicate irrecuperabili.
I Myrdal, e un po’ tutti gli esperti socialdemocratici del tempo, criticarono non poco la legge sulla sterilizzazione del 1934 poiché essa autorizzava in realtà l’intervento solo nel caso di malati di mente o comunque di individui incapaci di intendere e di volere. Sarebbe stato invece necessario, sostenevano, intervenire su tutta la massa di «sfaccendati», «asociali», «leggermente ritardati» che sfuggivano alle maglie della legge, sottraendosi così all’ossessione purificatrice degli scienziati sociali e dei rappresentanti della professione medica.
Un esponente socialdemocratico dichiarò: «Io penso che sia meglio esagerare che rischiare di avere una progenie inadatta e inferiore». Fu così che pochi anni dopo, nel 1941, una nuova legge introdusse la possibilità di sterilizzare una più ampia casistica di persone. La legge, per la verità, indicava chiaramente che chi risultava capace di intendere e di volere avrebbe dovuto sottoscrivere la richiesta di sterilizzazione. Ma la presenza della firma, argomenta convincentemente Dotti, non certificava di per sé la volontarietà. Esistevano infatti molte forme di pressione che medici e assistenti sociali potevano mettere in atto per convincere ad accettare l’intervento: la possibilità di ricevere solo a quella condizione l’assistenza contro la povertà, oppure la prospettiva di essere dimessi da un’istituzione pubblica, nella quale si era costretti a soggiornare, solo dopo aver accettato l’intervento di sterilizzazione.
Quella raccontata da Dotti con precisione (anche se in una forma non sempre chiarissima) è una vicenda alla quale sono stati dedicati vari studi. E tuttavia su di essa spesso si preferisce sorvolare. Ad esempio, nella voluminosa e informatissima Enciclopedia della sinistra europea nel XX secolo (diretta da Aldo Agosti per gli Editori Riuniti), riguardo all’opera dei coniugi Myrdal negli anni Trenta ci si limita sostanzialmente a scrivere che si batterono «a favore di ampi ed efficaci programmi di assistenza»; senza appunto menzionare la determinazione con cui quei programmi miravano anche a liberare la società dal peso del «materiale umano scadente». Si trattava, insomma, di programmi non privi nella pratica di risvolti autoritari, come era forse conseguenza inevitabile di un socialismo fortemente statalista, animato da una marcata diffidenza nei confronti della soggettività individuale. Quel socialismo si assegnava infatti il compito di intervenire dentro la sfera privata dei singoli. Non a caso Alva Myrdal partecipò alla progettazione di un modello abitativo di tipo collettivista, che puntava a regolare le aree più private della vita familiare, con la messa in comune di cucine, servizi e spazi per il tempo libero, nonché con la presenza di figure appositamente addette all’alimentazione e all’educazione dei bambini. In uno «slancio taylorista-totalitario», come lo definisce Dotti, il progetto arrivava a prescrivere quanto tempo ciascuno avrebbe dovuto impiegare nelle varie attività collegate alla vita domestica.

 
Negli anni Settanta la modifica delle norme sulla sterilizzazione, sopravvissuta da allora nell’ordinamento svedese soltanto come misura effettivamente volontaria, fu la conseguenza di decisivi mutamenti nel frattempo intervenuti entro l’intera società riguardo al modo di concepire la malattia mentale e il disagio sociale. I malati, gli emarginati, in genere gli individui in difficoltà erano diventati soggetti da aiutare; non venivano più visti, dunque, come potenziali minacce che la società doveva neutralizzare attraverso la sterilizzazione. Si chiudeva così una esperienza che aveva mostrato quanto, anche nei regimi democratici, possa diventare pericolosa una politica che non si assegni dei limiti, che non dovrebbe essere lecito varcare neanche nella prospettiva, destinata a rivelarsi un’illusione, di fare in tal modo il superiore interesse di tutta la società.



Il saggio di Luca Dotti, «L’utopia eugenetica del welfare state svedese (1934-1975)», è pubblicato da Rubbettino, pagine 325, euro 22

 


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BIOETICA 

E' nato il partito di Erode?

Con alcuni amici abbiamo pensato di rispondere all'editoriale del prof. Sartori pubblicato l'altroieri dal Corriere della Sera. Consapevoli che embrioni, feti, bambini, disabili e scemi, pur non avendo piena consapevolezza di sè, hanno il diritto di vivere, ecco cosa abbiamo replicato:

Alla c.a. del Direttore e della Redazione del Corriere della Sera.
Il prof. Sartori, sul Corriere di lunedì scorso (28/2/2005), si erge a difesa della ragione e della logica, ma nel farlo, contribuisce a scavare la fossa ad entrambe.
Sartori, infatti, filosofeggiando su "vita umana" (concetto biologico) e "persona" (concetto filosofico), cerca di convincerci che un embrione sarebbe "vita", ma non "vita umana", quindi non ancora "persona".
Ma il professore si astiene dal qualificare la "vita pre-umana" dell'embrione, per il semplice motivo che non può farlo senza contraddirsi.
In effetti, se l'embrione è "vivo" deve appartenere a una qualche specie vivente, non vi pare?
Ora, visto che "dal punto di vista biologico non c'è in sostanza nessuna discontinuità dal concepimento alla nascita e oltre" (Edoardo Boncinelli), fino a quando da un embrione di topo nascerà un topo, da un embrione umano nascerà un uomo e non viceversa, il prof. Sartori dovrà rassegnarsi a considerare l'embrione umano come "vita umana" fin dal momento della fecondazione e come tale a rispettarla, anche se non se la sente di chiamarlo "persona".
Oppure vuole reintrodurre il concetto di vita umana "inferiore", che andava di moda ai tempi dello schiavismo?
Tra l'altro, dicendo che l'uomo inizia a differenziarsi dall'animale "quando comincia 'a rendersi conto', non certo quando sta ancora nell'utero della madre", Sartori arriva a legittimare l'infanticidio. Infatti, un neonato (ma anche un bimbo di uno o due anni) non è certo "capace di riflettere su se stesso, e quindi caratterizzato da autoconsapevolezza".
Il prof. Sartori ha la "consapevolezza" delle conseguenze di quello che scrive? Vuole davvero fondare "il partito di Erode", come dice Ferrara, sul Foglio (1/3/2005)?  Speriamo di no e che si auto-corregga.


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mercoledì, marzo 02, 2005

 LA VERA RIVOLUZIONE E' CRISTO

Intervista di Marina Corradi a Massimo Caprara (da Avvenire 1 Marzo 2005)

Ai funerali di Luigi Giussani, in Duomo, c'era anche un uomo sugli ottant'anni, visibilmente addolorato. Pochi, fra i tanti giovani nella cattedrale, hanno immaginato che quell'uomo coi capelli bianchi fosse l'ex segretario di Palmiro Togliatti. Massimo Caprara, classe 1922, figura di primo piano del Pci fino alla crisi e alla radiazione, nel '69. Fondatore del Manifesto e poi, di nuovo, «eretico». Oggi in «Riscoprirsi uomo» (Marietti), scritto con Roberto Fontolan, si dichiara credente. Il suo maestro, dice, è Luigi Giussani.
Eravate coetanei, ma non vi siete mai incontrati. Lei segretario di Togliatti, lui prete «integralista». Chi era per lei Giussani?
«Sono stato colpito nel vivo dalla perdita di don Giussani. Eravamo coetanei: gli anni dell'impegno pubblico hanno visto lui alla Cattolica e nei primi passi di Cl, e me, contemporaneamente, nel Partito comunista e alla Camera. Luoghi diversissimi, eppure impermeabili alla sua opera e al suo insegnamento. Fu all'inizio degli anni '70 che mi giunse il segnale del suo carisma. Ero stato, allora, da poco radiato dal Pci perché tra i fondatori del gruppo di opposizione interna del "Manifesto", quando cominciai a fare attenzione alle voci degli universitari, soprattutto di Milano. Parlavano con trasporto e con gioia di un prete che stava rinnovando la loro vita con la ragione e la fede in un Cristo inedito e presente, il cui mistero dava argomenti all'essere "dalla parte di Dio". Qualcuno mi raccontò, aumentando il mio allarme e il mio sconcerto, che egli era solito parlare anche di noi, dei comunisti, dicendo che erano come gli altri: "conservatori, non veri rivoluzionari: l'unica vera rivoluzione è quella di Cristo che per noi si è fatto uomo". Non era il modo comune in cui ci si rivolgeva a noi "rivoluzionari di professione", come dicevamo di essere, ma un modo nuovo e intrepido di "pensarlo e farlo". Mi intrigò questa "provocazione" avvincente, sicché volli saperne di più. Mi informai meglio e così crebbe la mia volontà di mettermi in discussione, non mutando già da allora le mie rigide e coriacee convinzioni, ma aprendo una finestra nel mondo, nel costrittivo mio modo di vivere, nell'inquietudine della vita e dei suoi drammi anche politici. Da quelle trascinanti parole sorse in me un desiderio di apertura e di liberazione che mi portò assai al di sopra e al di là del mio vissuto. Accettai quella che mi sembrava una sfida concreta e, nei molti anni della mia professione di giornalista e inviato in tutto il mondo, praticai il mio itinerario verso la fede. Quel piccolo prete fu il mio gigantesco suscitatore di fede gioiosa. Tutt'altro che integralista egli mi apparve, subito, ma un uomo che convincendo mostrava come essere persone fuori dagli schemi. Conobbi allora, e dal di fuori ammirai, i seguaci del Movimento, che a lui si riferivano nella scuola e nelle professioni, dando testimonianza di coraggio, comunione, amicizia: l'esatto contrario di ciò che avevo patito nell'esperienza comunista. Il mio itinerario con don Giussani l'ho vissuto come umanizzazione di Cristo attraverso il Vangelo».
Oggi lei definisce Togliatti un «non-uomo», doppio e antiumano come il suo Pci. Vent'anni accanto a un «non- uomo». Che significa allora «riscoprirsi uomo»?
«La memoria di Togliatti, scaltro organizzatore politico e culturale, è per me quella di un'esperienza disumana e del rifiuto di una trascendenza che completi la ragione post illuminista. Non banalmente ateo era Togliatti, ma negatore con i fatti della qualifica dell'uomo che è in ogni uomo. Quel titolo del libro è appunto la storia del mio riscatto da un passato da cui non mi assolvo, per riconquistare le mie qualità di uomo: che sono di ragione, di cuore, di libertà da guadagnare in una lotta incessante per la verità. Colui che mi ha ingaggiato, illuminato in questa lotta è stato Giussani. Giussani è per me l'amico. Mi ha sostenuto in questa lotta il suo senso della bellezza che si realizza in Cristo . Quando, da homo viator,ho incontrato Cristo nelle pagine del Vangelo, ho cominciato a essere uomo».
«Il comunismo è solitudine», lei scrive, "sono passato alla forma piena di grande coesione", all'amicizia. Com'è nata questa amicizia? E, infine, lei combattente di tante rivoluzioni, e più volte eretico, a 83 anni ha stabilito qual'è, di tante rivoluzioni, quella vera?
«La mia vita nel comunismo è stata collettivamente sola: stavo con molti altri, ma con nessuno con il cuore. L'amicizia, gli incontri sono avvenuti quando mi sono liberato dalla camicia di forza dell'ideologia e dei suoi ceppi e costrizioni. L'amicizia, poi, è un dono che ti raggiunge sorgendo dal tuo essere, promessa di bene, scelta di libertà. La individui con stupore e gioia, la realizzi con ammirazione per l'altro da te che non incarna un dualismo, ma una indissolubile, consapevole, unicità, un dipendere dall'altro che ti legge nel cuore e individua il cammino più giusto per essere sempre "rivoluzionari": cioè rinnovatori della propria esistenza. Non ho mai incontrato don Giussani di persona. L'ho vissuto e lo vivo quotidianamente, incessantemente come maestro e guida generosa per la mia fermezza e la comune identità cristiana».


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SECOLO XX e dintorni, il secolo più violento nella storia dell'umanità