SECOLO XX e dintorni

domenica, febbraio 27, 2005

VITA DELLA CHIESA  

Dopo il Concilio, per la vita della Chiesa cattolica, si apre un periodo di estrema turbolenza e grave crisi. In questa intervista a don Giussani, di Renato Farina, del 1988, riproposta opportunamente, in questi giorni, da S. Magister nel suo sito sulla chiesa,  alcuni snodi fondamentali di quel periodo, vengono descritti e illuminati. Proprio per evitare che si ripropongano e si riaffermino gli stessi errori e le stesse ambiguità (vedi intervista dello stesso Magister a P. Scoppola). 


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sabato, febbraio 26, 2005

 SEGNALAZIONE

Questo sito è segnalato da siti cattolici, in Segnalazioni_Varie/Siti_Personali/Blog.


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martedì, febbraio 22, 2005

STORIA DENTRO LA STORIA  

Alle ore 3.10 di oggi, 22 febbraio 2005, don Luigi Giussani è morto nella sua abitazione di Milano. Aveva 82 anni. Questo è il testo che don Julián Carrón, a nome della Presidenza di Comunione e Liberazione, ha inviato a tutte le comunità di Cl sparse nel mondo:

Cari amici,
alle ore 3.10 del 22 Febbraio, festa della Cattedra di San Pietro, il Signore ha chiamato il nostro carissimo don Giussani.
Certi nella speranza della risurrezione, attraverso l'intenso dolore per questo distacco, nell'abbraccio di Cristo lo riconosciamo padre più che mai, egli che ora contempla la Presenza, a lui tanto cara, di Gesù Cristo, che in tutta la sua vita ci ha insegnato a conoscere e ad amare come consistenza totale di ogni cosa e di ogni rapporto.
Affidandoci tutti alla Madonna, “di speranza fontana vivace”, chiediamo alle comunità di celebrare l'Eucaristia. Grati per la vita di don Giussani, domandiamo che la sua fede, speranza e carità diventino sempre più nostre.
Per la Presidenza
Don Julián Carrón


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lunedì, febbraio 21, 2005

EUGENETICA  vecchia e nuova (da Zenit)

La sfida della “nuova” eugenetica ROMA, domenica, 20 febbraio 2005 - Di seguito pubblichiamo per la rubrica di Bioetica l’intervento della dottoressa Claudia Navarini, docente della Facoltà di Bioetica dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum.
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«Se precettori specializzati, campeggi, programmi di training, persino la somministrazione dell’ormone della crescita per aumentare di qualche pollice la statura, rientrano nell’ambito discrezionale con cui i genitori allevano i figli, perché mai dovrebbe essere meno legittimo un intervento genetico teso a migliorare i normali caratteri della prole?», si chiede N. Agar, nel saggio Liberal Eugenics (in H. Kuhse e P. Singer, Bioethics, Blackwell, London 2000, p. 171).

Queste parole rappresentano un illuminante manifesto della “nuova” eugenetica, quella che a partire dagli anni Sessanta si è sviluppata fino ai giorni nostri, e che pur mostrandosi disinvolta e “liberale” non è meno inquietante di quella “classica”. Sebbene collegata alle più note forme di eugenetica sociale (riconducibile a sir Francis Galton e attraverso di lui a Charles Darwin), nonché di eugenetica razzista, l’eugenetica di cui oggi si parla punta a conquistare con un fascino più sottile e discreto, che rifugge gli altisonanti proclami sulla purezza della razza e sull’inferiorità di alcuni uomini, ma si appella fiduciosa ai progressi della biomedicina e al “diritto di scelta” per selezionare i tratti migliori degli esseri umani e scartare i peggiori.

Costi quel che costi. Anche se ciò vuol dire sopprimere embrioni umani prima di trasferirli in utero o eliminare feti nel grembo materno, o scegliere le caratteristiche genetiche dei gameti prima di procedere alla fecondazione. Questa eugenetica sembra non spaventare più di tanto, anche se, degli scomodi predecessori, conserva «la pregnanza delle […] motivazioni, […] l’intento di creare per mano dell’uomo un’umanità più sana e felice», perseguendo la medesima finalità, che «in forme nuove e con nuovi e più raffinati strumenti operativi, incontrerà molti consensi nel dopoguerra, inaugurando una nuova stagione dell’eugenetica e una sua diversa, più giustificata, legittimazione pubblica» (G. Widmann, Origini e breve storia dell’eugenetica, «Humanitas», 4/2004, p. 669).

Il fascicolo di luglio-agosto 2004 della rivista «Humanitas», da cui è tratto il passo citato di Widmann, analizza la questione dell’eugenetica in un numero monografico (La sfida dell’eugenetica. Scienza, filosofia, religione), che considera le varie angolazioni del tema, da quella storica a quella filosofica, da quella teologica e religiosa a quella culturale, da quella giuridica a quella letteraria. Un riferimento comune a molti contributi è il libro di J. Habermas Il futuro della natura umana. I rischi di una genetica liberale (Einaudi, Torino 2002), in cui l’autore critica la “nuova” genetica, riconoscendovi le vestigia del passato e denunciandole risolutamente.

Il fatto è interessante per due ragioni: la prima è che Habermas è difficilmente accusabile di “integralismo cattolico”, viste le sue discutibili – discutibilissime – posizioni filosofiche; la seconda è il clima in cui, attraverso la battaglia referendaria sulla legge 40, si tenta di istituzionalizzare ancor di più, dopo la prima consacrazione della legge 194/1978 sull’interruzione di gravidanza, una mentalità apertamente selettiva (cioè eugenetica) nei confronti dei soggetti deboli e malati, specie se molto piccoli.

Lo si vuole fare per gradi, incominciando dall’eugenetica negativa, che appare più innocua poiché si limita a «prevenire, eliminare o neutralizzare i caratteri patologici» (L. De Carli, Biologia ed eugenetica, «Humanitas»…cit., p. 681), come è proprio di ogni buona medicina. Ma la sua “ovvietà” si annulla non appena si consideri che l’eliminazione dei “caratteri patologici”, molto spesso, si traduce nell’eliminazione del portatore di tali caratteri, cioè nel soggetto malato. Che generalmente è un embrione o un feto, ovvero un individuo poco combattivo, poco visibile e soprattutto molto silenzioso. La cosa agevola il compito, ma non ne diminuisce l’orrore.

L’eugenetica positiva, volta a potenziare alcuni caratteri fisici o psichici dovrebbe sembrare ancora più aberrante. Chi può arrogarsi il diritto di “costruire” le caratteristiche di un altro individuo, rendendolo simile ad un robot programmato, forse più avvenente della media ma inesorabilmente schiavo del desiderio (illusorio) di perfezione dei suoi genitori/committenti? Eppure nella visione dell’eugenetica liberale la prospettiva non indigna, dal momento che il criterio decisionale diviene l’incontestabile arbitrio individuale: «Le decisioni genetiche si vogliono […] affidare alle opzioni dei singoli genitori o come si suol dire nelle società di mercato guidate da interessi, profitti e preferenze, ai “desideri anarchici di clienti e consumatori”» (M. Nicoletti, La sfida dell’eugenetica nell’orizzonte della biopolitica, «Humanitas»…cit., p. 730). Se l’eugenetica di stato aveva i connotati della coercitività e dell’involontarietà, quella liberale ha quelli dell’assolutizzazione della libertà individuale e del relativismo.

Bisogna poi notare, con Habermas, che le attuali possibilità offerte dall’ingegneria genetica rendono difficile stabilire il confine fra interventi “negativi”, terapeutici, e “positivi”, migliorativi, senza contare che, come ha osservato più volte Jacques Testart, nel caso della selezione embrionale il procedimento selettivo sarà positivo per l’embrione scelto (“il migliore”) e negativo per tutti gli altri, quelli a cui si vuole “evitare” una patologia.

Di conseguenza, occorre ribadire una distinzione quasi scontata, ma purtroppo ignorata da parte della cultura attuale, cioè quella fra prevenzione di nascite malformate ed eliminazione dei malformati (cfr. L. Lorenzetti, La sfida dell’eugenetica. Una valutazione etica, «Humanitas»…cit., p. 757). La prima modalità di attenzione alla salute genetica dei nascituri (la prevenzione) è puntualmente contraddetta proprio dalle tecniche di fecondazione artificiale che pretendono di “risolvere” i problemi genetici: prime gravidanze ricercate a forza in età avanzata con conseguenti rischi per l’embrione, propagazione di anomalie genetiche legate alla sterilità o infertilità delle coppie richiedenti, alterazioni genetiche imputabili alle tecniche stesse di manipolazione dell’embrione e di trasferimento in utero, rischi connessi alla diagnosi prenatale e preimplantatoria.

Al contrario, un’adeguata prevenzione sarà quella che si avvale semmai della diagnostica pre-concepimento, dell’attenzione allo stile di vita (importante sia per preservare un buon livello di fertilità sia per agevolare le prime fasi della gravidanza), della maggior sicurezza possibile relativamente alle “condizioni” del concepimento (un concepimento naturale dà sempre maggiori garanzie di salute fetale delle fecondazioni in vitro), delle necessarie misure precauzionali in gravidanza (quanto a esposizione e assunzione di sostanze tossiche, ad accumulo di stress fisico ed emotivo, a corretta alimentazione e così via).

Eliminare feti attraverso l’aborto selettivo o embrioni a seguito della diagnosi pre-impianto non è invece in alcun modo una forma di prevenzione. Previene una nascita, non l’inizio di una vita malata, dal momento che è stato sufficientemente ed esaurientemente chiarito dalla scienza come l’inizio della vita umana debba collocarsi al momento della fecondazione, quando la testa dello spermatozoo irrompe nel citoplasma dell’ovulo trasformando due cellule complementari (l’ovocita e lo spermatozoo) in una nuova entità unica e irripetibile, che di lì in poi procede il suo sviluppo corporeo e psichico.

Descrive bene la duplice violenza dell’eugenetica negativa e positiva Carlo Casalone (Culto dei geni, accoglienza e cura della vita umana, «Humanitas»…cit., pp. 771-782). Nell’eugenetica negativa, spiega Casalone, «la biomedicina si colloca in posizione di giudice, compiendo una sorta di esame di ammissione all’esistenza, consentendo la tappa successiva» (ibid. , p. 774). Per quanto riguarda il significato più ristretto di eugenetica “positiva”, quello per cui l’eugenetica interviene non allo scopo di individuare il migliore, ma di alterare in senso migliorativo le cellule germinali o l’embrione, «occorre tenere presente il sottile equivoco che si alimenta. Infatti, cercare di modificare i caratteri trasmissibili significa assumere una precomprensione meccanicista secondo cui […] il genotipo si esprimerebbe immediatamente nel fenotipo» (ibidem).

Sappiamo in realtà che lo sviluppo psico-fisico dell’individuo è condizionato ma non rigidamente determinato dai geni, e che dalla composizione genetica di un persona non possiamo dedurre la sua qualità di vita e tanto meno decidere che quella vita non è degna di essere vissuta. Ciò vale anche per la manipolazione e la selezione dei gameti, tesa a circoscrivere una serie di caratteristiche che sarebbero preferibili nel figlio ideale, quello che davvero risponde ai desideri. Tali sono stati i tentativi di aprire banche del seme in cui confluissero gameti provenienti da soggetti selezionati per determinate caratteristiche fisiche o intellettuali allo scopo di ottenere bambini più “dotati”.

Habermas chiarisce che tale atteggiamento strumentalizza la persona umana; ostacola l’identità personale (che sembra in parte legata alla consapevolezza di avere avuto uno sviluppo “naturale”); causa squilibri nella relazione genitori-figli, che diviene sproporzionata a causa dell’eccessivo potere dei genitori; può intaccare la natura dell’agire umano, misteriosamente legata alla propria origine. Infine, stravolge il senso stesso della libertà umana, libertà che della nuova eugenetica è quasi il vessillo. Sorta da un desiderio incontrollato e orgoglioso di “poter fare”, l’eugenetica liberale si rivela profondamente violenta e totalitaria.

Dice Hans Jonas (Tecnica, medicina ed etica: prassi del principio di responsabilità, Einaudi, Torino 1997): «E’ il potere dei viventi sugli uomini venturi, che sono gli oggetti inermi di decisioni prese in anticipo da chi pianifica oggi. L’altra faccia dell’odierno potere è la futura schiavitù dei vivi nei confronti dei morti» (p. 127).

La società illuministica e poi quella sovietica, nel furore rivoluzionario, avevano decretato “la morte dei padri”, cosicché le nuove generazioni rivoluzionarie eliminavano quelle precedenti, trovandosi sradicati. La società rivoluzionaria post-moderna è andata oltre, spingendosi, per un male inteso desiderio di perfezione, alla suicidaria eliminazione dei propri figli.


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domenica, febbraio 20, 2005

MEMORIA E IDENTITA'

Esce la prossima settimana il libro di Giovanni Paolo II sul XX  secolo. Assolutamente da leggere. Oggi tutti i principali quotidiani riportano uno dei passi che più faranno discutere: il paragone fra la strage dell'aborto legalizzato e la Shoa.

Come la Shoah

“Fu un parlamento legalmente eletto a permettere l’elezione di Hitler in Germania negli anni 30. Lo stesso Reichstadt diede a  Hitler il potere che spianò la strada per l’invasione politica dell’Europa, la creazione di campi di concentramento, l’introduzione  della cosiddetta ‘soluzione finale’ della questione ebraica che portò allo sterminio di milioni di figli e figlie di Israele. […]  Dobbiamo mettere in questione i regolamenti legali, decisi nei parlamenti delle democrazie contemporanee… La più immediata associazione di idee che viene in mente sono le leggi sull’aborto… I parlamenti che creano e promulgano tali leggi devono essere coscienti che essi stanno abusando dei loro poteri e rimangono in aperto conflitto con la legge di Dio”.

Karol Wojtyla  “Memoria e identità”, Rizzoli


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martedì, febbraio 15, 2005

FOIBE, MEMORIA CONDIVISA, ITALIA DIVISA

Questo articolo sulla cosidetta "memoria condivisa" di Enzo Bettiza sta giustamente aprendo un dibattito molto interessante su quanto ci sia di retorico ed artificioso sulla cosiddetta "memoria condivisa". Da leggere.

ENZO BETTIZA RIFIUTA LA MELASSA BIPARTISAN CHE CIRCONDA LA RIEVOCAZIONE DELLA TRAGEDIA. E RACCONTA L’ESULE IN QUESTO «MAI DETTO» (da La Stampa 13-2- 2005)

Il binomio stesso di «memoria condivisa» ha in sé qualcosa di consociativo, di bipartisan, di politicantesco. Qualcosa che con altre parole potrebbe evocare una nuova forma di compromesso storico: una sorta di patto di non aggressione fra una sinistra decomunistizzata, improvvisamente autocritica dopo mezzo secolo di silenzio sulle foibe e sull'esodo, e una destra defascistizzata, pervicacemente rivendicativa, che per mezzo secolo aveva continuato a parlare dell'esodo e delle foibe nelle piazze in termini demagogici, ultranazionalisti, antislavi, insomma assai poco europei. Tracciare gerarchie del male è spesso operazione opinabile e sconsolante. Tuttavia, a quelli che più hanno levato la voce sulla nefandezza delle foibe, come non ricordare che i loro precursori avevano dato nel 1920 alle fiamme l'Hotel Balkan, centro culturale degli sloveni di Trieste, trasformando la città e il contado in un poligono di prova dello squadrismo che di lì a poco sarebbe dilagato per l'intera Penisola? L'intreccio straordinariamente complesso e variegato delle storie e dei tragici paradossi adriatici e danubiani, che coinvolgevano di volta in volta italiani d'Oriente e slavi d'Occidente, hanno radici insieme lontane e vicine. Sottigliezze culturali, sfumature religiose, inestricabili grovigli etnici e semantici che davano cognomi slavi a nazionalisti italiani e cognomi italiani a nazionalisti slavi, si rincorrono per due secoli pieni di fermenti culminati alla fine nell'orrore e nella strage: dai moti liberali e risorgimentali dell'Ottocento, su blando sfondo absburgico, ai feroci fascismi e comunismi di frontiera su sfondo mussoliniano e poi titoista. Ma che ne sanno di tutto questo coloro che oggi piangono in toto il destino degli esuli? Piangono, si pentono, si emozionano davanti a un filmato sulle foibe carico di melassa, di errori e di omissioni, senza darsi la briga di conoscere più a fondo l'oggetto del loro rimorso postumo. Senza distinguere il carattere e il retaggio dell'esule istriano da quelli dell'esule dalmata, senza cogliere il dramma di contadini sloveni e croati a loro volta trucidati da partigiani comunisti serbi o montenegrini, ignorando che nel quadro absburgico Fiume e Abbazia facevano parte del regno d'Ungheria, mentre Trieste, Istria e Dalmazia, che non è mai stata tutta italiana, appartenevano all'impero propriamente austriaco. Ha avuto più d'una ragione l'esule Kundera a intitolare L'ignoranza il suo ultimo quanto desolato romanzo. Il malinconico racconto descrive due personaggi d'esilio, la cui identità traumatizzata resta due volte ignorata, due volte offesa e fraintesa, sia nell'Occidente sazio dove si sono rifugiati, sia nella grigia Cecoslovacchia postcomunista dove ritornano nel vano tentativo di trovare qualche ombra del passato fra parenti e amici rimasti in patria. Non ritrovano altro che sordità, meschinità, volgarità. L'incomprensione che li circonda a Praga rafforzerà lo spessore dell'ignoranza e dell'indifferenza che riprenderanno a circondarli a Parigi e a Copenaghen. Kundera ci dice per esperienza personale che la memoria dell'esule è solitaria, irraggiungibile, incomunicabile: non condivisibile con nessuno per nessuna ragione. Colui che interroga un esule, che cerca di indagarne la memoria reticente e contratta, può ottenere una risposta imprevedibilmente contraria a quella che aspettava di ottenere. Ho assistito a una recente trasmissione di Porta a porta dedicata per l'appunto all'esodo e alle foibe, inframmezzata da alcune sequenze strazianti del filmato Il cuore nel pozzo. Ad una vittima presente nello studio di Vespa, un'anziana signora istriana, è stato chiesto quali sentimenti provasse oggi per gli slavi. Ha risposto: «Per la servitù slovena, che veniva dalla campagna e ci accudiva nella nostra casa di città, provo solo simpatia e nostalgia. Le ragazze piangevano e ci aiutavano quando ci preparavamo all'esodo». Ad un'altra signora istriana, che ha passato lunghi e umilianti anni in un campo profughi nei pressi di Vicenza, è stato chiesto se provasse ancora rancore per qualcuno. La risposta è sgorgata secca e strabiliante: «Sì, per gli italiani, che spesso ci hanno trattato come intrusi indesiderati». Due casi di memoria certamente più divisa che condivisa dal pubblico emozionato, ma ignaro, che aveva appena visto le scene di un filmato in cui i soldati jugoslavi, chiamati solo «titini» e mai comunisti, organizzano il pogrom che sfocerà nell'infoibamento col disciplinato rituale funerario di plotoni che ricordano la Wehrmacht tedesca. La verità storica, per quanto ne so, s'era suddivisa invece in due fasi distinte. La prima, subito dopo l'8 settembre 1943, aveva visto plebi rurali slovene e croate sollevarsi contro i «signori», in gran parte italiani, ma non solo, che a centinaia subirono aggressioni mortali. La seconda fase, più legata al terribile martirio delle foibe, in cui perderanno la vita migliaia di istriani, si snoda sul finire della guerra a partire dal 1945. Qui il copione segue quello applicato dalla polizia segreta sovietica alle popolazioni caucasiche, in particolare cecene e tatare, accusate di connivenza con gli occupanti germanici: la caccia all'uomo si dispiega alla svelta, alla rinfusa, di notte, in un incrocio di delazioni, vendette private, rapimenti in parte mirati in parte casuali; dopodiché si compirà la deportazione per alcuni e l'eccidio di massa per i più nei baratri carsici. Si deve poi distinguere la sorte toccata agli italiani dell'Istria da quella che colpì gli italiani della Dalmazia, dove fu il mare, anziché la foiba, a svolgere la funzione del carnefice che inghiotte e non restituisce la vittima. Due erano le particolarità degli italiani dalmati rispetto agli istriani. Anzitutto non rappresentavano una maggioranza etnica ma una minoranza aristocratica, borghese e linguistica nelle grandi e piccole città delle costa e nelle isole; l'altra particolarità, intimamente connessa alla prima, era la loro stretta mescolanza per matrimoni e parentele alla borghesia slava che qui era molto più sviluppata e influente che in Istria. Mia madre, figlia di un magistrato absburgico, era slava pur parlando alla perfezione, come il nonno giudice, anche il nostro antico dialetto veneto. Parimenti la madre di Ottavio Missoni, nato a Ragusa, oggi sindaco «in esilio» della città di Zara, era una nobile d'origine slava. Ogni volta che m'incontro con l'amico Ottavio, parliamo per due terzi in veneto e per un terzo in croato. Con Frane Barbieri, nato a Makarska, che conosceva l'italiano ma non il dialetto veneto, parlavo invece prevalentemente in croato. Il bilinguismo era comunque uno dei nostri connotati salienti: eravamo e siamo bilingui di lingua, d'animo, di mente. La nostra italianità era, è culturale più che etnica, e quindi più che altrove è duplice e drammatica. Tant'è che i grandi dalmati dell'Ottocento, il bilingue Tommaseo di Sebenico, il bilingue Bajamonti podestà di Spalato, il bilingue Lapenna, brillante capobandiera del liberalismo autonomista zaratino, si consideravano italo-slavi e la loro politica linguistica si differenziava nettamente da quella degli italiani di Trieste e di Pola. Il loro autonomismo, in sintonia col realismo di Cavour, non perorava l'unione della Dalmazia all'Italia bensì la separazione dalla Croazia ungherese e il mantenimento del legame lealistico con l'Austria. Autonomismo e bilinguismo erano nella Dalmazia austriaca sinonimi: non a caso la maggioranza autonomista della Dieta provinciale dalmata volle proclamare la libertà d'uso dell'italiano e del serbocroato nei lavori dell'assemblea. Conquistata nella seconda metà dell'Ottocento l'egemonia politica in Dalmazia, i nazionalisti croati, sempre tesi all'integrazione con la Croazia, imposero che l'italiano fosse eliminato come lingua d'istruzione nelle scuole e andasse insegnato come lingua straniera: fu così che mio padre, prima di recarsi alle università di Graz e di Vienna, dovette frequentare a Spalato la Realschule serbocroata. Questo complesso stato di cose faceva dire nel 1866 all'insospettabile Giuseppe Mazzini: «Per condizioni etnografiche, politiche, commerciali, nostra è l'Istria: necessaria all'Italia come necessari sono agli slavi i porti della Dalmazia». Ma torniamo a Zara. Era questa l'unica città dalmata a netta prevalenza italofona: l'unico dei maggiori centri urbani che venne ceduto, con l'isola di Lagosta, all'Italia negli anni dopo la prima guerra. Non solo l'oligarchia imprenditoriale del porto franco zaratino, ma la gente semplice, marinai, scaricatori del porto, camerieri di caffè, bidelli e uscieri parlavano tutti il dialetto veneto. Mentre sul finire della seconda guerra le minoranze italiane della costa e delle isole erano ormai scomparse - la mia famiglia legata per industrie e commerci all'autonomismo bajamontino fu una delle ultime a lasciare, nel 1945, Spalato dominata dai comunisti - i numerosi italiani o italofoni di Zara dovettero subire un lungo calvario: ben 54 bombardamenti angloamericani consumarono per conto loro una indiretta pulizia etnica dell'enclave italiana, trasformando la bella e antichissima città, che aveva difeso a sangue la propria indipendenza anche contro Venezia, in una triste Dresda dell'Adriatico. Poi vennero i soldati di Tito. Essi portarono a termine l'ecatombe, cancellando negli uomini e nelle pietre perfino il ricordo antropologico e architettonico della più romantica delle vecchie città illiriche. Finirono annegati nel mare, spesso legati dentro gabbie, 900 zaratini, fascisti e non fascisti, italiani e qualche croato o albanese del Borgo Erizzo. Due eminenti cittadini, i fratelli Luxardo, eredi della ditta produttrice del famoso maraschino, scomparvero nelle acque e vennero postumamente condannati come «nemici del popolo». Altre migliaia, quattro, cinque, forse di più, erano perite sotto le bombe americane. Negli esodi e nei massacri la contabilità è quasi sempre incerta. Alterano le statistiche, per difetto o per eccesso, i dispersi senza volto e senza numero. La memoria di tanti zaratini, fuggiaschi da una all'altra sponda dell'Adriatico, è una memoria di naufraghi per niente allegri. Quelli che dopo il 1943 sbarcarono sfiniti nel porto di Ancona vennero accolti con un fitto lancio di uova marce; all'incirca nella stessa epoca il bicchier d'acqua verrà negato agli assetati profughi istriani nella stazione di Bologna. Io, per mia scelta e fortuna, ho evitato di subire simili oltraggi dai «connazionali» della «madrepatria». Da buon dalmata solitario ho sempre evitato, nei miei contatti con i «regnicoli», di far loro sapere con precisione geografica e genetica chi fossi e da dove venissi. D'altronde, solo pochi conoscevano il nome italiano dei luoghi vicini e pur lontanissimi da cui provenivo. Dirò di più. Non ho mai fatto gruppo, cordata piagnistea, l'esule di professione, ho sempre scansato raduni associativi con bevute e canti nostalgici nel nome di un profugato «giuliano» che non ho mai ben capito che cosa significasse. Ho subito da giovane gli insulti della miseria, ho accettato fino in fondo il rischio individuale, muovendomi nel mestiere e perfino nell'agone politico da cittadino italiano fra cittadini italiani, senza elemosinare pane né sconti per il fatto di aver lasciato alle spalle la terra perduta. In tempi andati certi irredentisti triestini, perfino quelli del Melone, mi consideravano come «traditore» per aver scritto Il fantasma di Trieste ispiratomi dalle triestinissime pagine di Angelo Vivante e di Scipio Slataper.
Forse, queste ultime righe sono di troppo. Sarebbe però inopportuno pentirmi e cancellarle all'ultimo momento, in chiusura di pagina. Esse sigillano spontaneamente, all'insegna del «mai detto», una serie di scritti e di memorie elaborate per l'archivio del «non detto». Pudore e convenienza forse consiglierebbero di togliere anche altre cose rievocate e confessate in questo congedo dal lettore mio complice. Ma, appunto perché mio complice, il farlo sarebbe oltremodo sleale verso di lui e verso me stesso.


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lunedì, febbraio 14, 2005

Ebrei salvati dai conventi (di Andrea Riccardi da Avvenire di sabato 12-2-2005)

Esce oggi in libreria il volume «Salvati nei conventi» di Alessia Falifigli (edizioni San Paolo, pagine 170, euro 12), con prefazione di Andrea Riccardi (che qui in parte anticipiamo) e una serie di testimonianze sull'aiuto della Chiesa agli ebrei di Roma durante l'occupazione nazista.

Già Renzo De Felice aveva steso una lista degli istituti ecclesiastici apertisi all'ospitalità clandestina nella sua storia dell'ebraismo italiano, calcolando che almeno 4000 ebrei fossero stati salvati dalla Chiesa. Indubbiamente si trattò di una pagina straordinaria: uno spiraglio di luce in tanta tragedia, quella subita dall'ebraismo romano, indifeso e isolato dalle leggi razziste del 1938, aggredito dalla potente macchina da guerra della Germania nazista.
L'ospitalità negli ambienti cattolici è una parte cospicua di quel movimento spontaneo di solidarietà e di resistenza passiva che ha caratterizzato Roma in quei mesi oscuri. Ma si deve anche dire che dietro a questa resistenza passiva di Roma si sente forte l'impronta della sensibilità del mondo cattolico e delle istituzioni ecclesiastiche. Le autorità ecclesiastiche non volevano una rivolta contro i tedeschi a Roma. Ma sentivano forte l'esigenza di resistere il più possibile e in modo umanitario alla brutalità nazista. Prima che nelle direttive dei vertici ecclesiastici era proprio nel sentire della gente che apparteneva al mondo della Chiesa.
Fausto Coen, nel suo insuperato libro 16 ottobre 1943, (la data della razzia nel ghetto romano, ndr.) ha riportato un esempio emblematico di questo sentire. Un parroco romano, don Libero Riganelli, dalle parti della stazione Termini, conduceva un gruppo di ebrei alla ricerca di un rifugio, il pomeriggio del 16 ottobre. Mancava poco allo scoccare del coprifuoco. Lì vicino c'era un monastero femminile di clausura. Don Libero andò a chiedere ospitalità per il suo gruppo di ebrei, tra cui c'erano alcuni uomini. Ospitare questa gente era contrario alle leggi canoniche e gravi sanzioni erano previste per chi le avesse infrante: «La madre superiora era irremovibile», si legge. Alla fine il parroco disse: «Madre, lei non deve aprire la porta, deve solo togliere il catenaccio. La porta la forzo io. Non sarà stata lei a rompere la clausura, ma io». E alla fine gli ebrei furono accolti. Il giorno dopo il parroco fu preso dagli scrupoli per l'accaduto. Andò in Vicariato (la curia diocesana di Roma che era presieduta dal cardinal Marchetti Selvaggiani con la collaborazione di monsignor Traglia). Il parroco raccontò la storia: «Hai fatto bene», gli dissero. Un impulso spontaneo alla solidarietà veniva accolto dai responsabili diocesani, anche se portava a situazioni non solo inedite ma interdette.
Quando, negli anni Settanta, ho interrogato vari responsabili ecclesiastici e religiosi sull'ospitalità agli ebrei, ho sempre posto la questione delle direttive da parte della Santa Sede. Ma tutti, unanimemente, hanno sorriso all'idea che potesse esserci qualche documento vaticano in proposito. Chi avrebbe fabbricato una prova contro se stesso per un'attività proibita e clandestina? Eppure tutti i responsabili erano convinti che fosse la volontà del Papa, quella di aprire le porte delle loro case agli ebrei e ai perseguitati.
Un atto ufficiale di protezione fu la difesa, l'estensione o l'invenzione di una specie di extraterritorialità per gli edifici religiosi di Roma, quelli che avevano diritto a queste garanzie, ma anche quelli che non ne avevano diritto. Dopo il 16 ottobre (esattamente il 25 di quel mese), la Segreteria di Stato invia un cartello, da me ritrovato nell'Archivio del Vicariato di Roma, scritto in italiano e tedesco, sormontato dalle chiavi pontificie, in cui si legge: «Questo edificio serve a scopi religiosi ed è alle dirette dipendenze dello Stato della Città del Vaticano. Sono interdette qualsiasi perquisizione e requisizione». Si è anche trattato di un'estens ione unilaterale di un'esenzione a edifici religiosi italiani, che non avevano nessun diritto particolare a norma del Trattato e del Concordato del 1929.
Non tutti però erano d'accordo con questa attività. Nel processo di beatificazione di Pio XII si trova una testimonianza interessante, quella del suo cameriere dal 1909, Giovanni Stefanori, il quale afferma: «Ricordo che una sera, alle ore 22, monsignor Berretti, parroco di San Pietro, mi avvertì che era morto monsignor Ceccarelli, sagrista di San Pietro, che il cardinal Canali voleva mandar via 4 ebrei che detto reverendo aveva in casa. Alle ore 23 il Papa, da me informato, mi fece telefonare al cardinal Canali per dirgli di soprassedere allo sfratto e che il giorno dopo gli avrebbe parlato monsignor Montini».
C'erano pareri differenti riguardo l'ospitalità. Ma significativamente il Vicariato di Roma, l'istituzione più a contatto con le comunità religiose della città, anzi alla loro testa, era favorevole all'attività clandestina. Questo avveniva con la diretta approvazione del Papa. La voce che esistesse una direttiva scritta della Santa Sede o del Papa sull'ospitalità ecclesiastica, che è emersa qua e là, non ha trovato ancora conferma. Da parte mia dubito che sia mai esistito un simile documento che avrebbe costituito una prova di colpevolezza evidente davanti ai tedeschi. Infatti gli stessi superiori degli istituti religiosi evitavano di lasciare tracce scritte della loro attività clandestina. Don Aldo Brunacci ha parlato di una lettera di provenienza vaticana sulla necessità di aiutare gli ebrei, che il vescovo di Assisi gli avrebbe letto nel settembre 1943. È possibile, ma si resta stupiti, che la Santa Sede abbia corso un simile rischio. In realtà la Santa Sede e il Papa assecondarono (e in qualche caso stimolarono) un movimento spontaneo di solidarietà.
Tra i tanti testimoni che ho incontrato alla metà degli anni Settanta, prevaleva l'idea che ci fosse una volontà del Papa a proposito degli ebrei e degl i altri perseguitati da nazisti e fascisti. Tale volontà non avrebbe potuto essere imposta come obbedienza ai superiori religiosi, i quali, ospitando gli ebrei, rischiavano la loro vita. Tuttavia era abbastanza chiara e corrispondeva a un sentire diffuso dei responsabili e delle comunità religiose.
A proposito del Papa, risulta di grande interesse la testimonianza di suor Pascalina Lehnert, che per 35 anni fu la governante della casa di Eugenio Pacelli. La suora ha testimoniato: «Il S. Padre non solo aprì le porte del Vaticano per accogliere i perseguitati, ma invitò i monasteri e tutte le case religiose ad essere larghi nel concedere ospitalità ed aiuti. Così gli ebrei erano un po' dappertutto e i superiori si rifornivano in Vaticano». La testimonianza così continua: «Posso aggiungere che mi diede incarico di spendere tutto il suo denaro personale per dare la possibilità agli ebrei che lo desiderassero di lasciare l'Italia...».


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 E' MORTA SUOR LUCIA, L'ULTIMA DELLA MADONNA DI FATIMA (da Repubblica)

E' morta oggi 13 Febbraio a 97 anni di eta' suor Lucia de Jesus dos Santos, l'ultima superstite dei tre pastorelli cui apparve la Madonna a Fatima, nel Portogallo centrale, nel 1917. Suor Lucia, una delle donne che piu' ha influenzato il cattolicesimo nel ventesimo secolo, e' deceduta nel convento delle Carmelitane a Coimbra, dove aveva vissuto dagli anni Quaranta.

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giovedì, febbraio 10, 2005

GIORNATA DELLA MEMORIA DELLE FOIBE  

Delle foibe abbiamo gia' trattato lo scorso anno. Quest'anno e' stata per la prima volta celebrata la giornata della memoria. E' stata l'occasione anche per polemiche forti fra politici (Tremaglia che ha ricordato il ruolo indubbiamente sinistro di Togliatti ha provocato reazioni scomposte dei Comunisti italiani), ma sostanzialmente la novita' e' che nella maggior parte del popolo italiano sta ormai crescendo una coscienza nuova di questi avvenimenti. Ormai se ne puo' parlare e se ne puo' discutere senza tema di essere tacciati di "fascismo". Una fiction televisiva - per quanto incompleta e romanzata - ha suggellato questa nuova fase.

Il tema della coscienza nazionale e della memoria storica viene affrontato nell'articolo di Avvenire di U. Bernardi, intitolato "L'onesta' della memoria in una patria davvero comune".

La dimenticanza, ebbe a scrivere il dalmata Niccolò Tommaseo, perde i popoli e le nazioni, perché ogni nazione altro non è che memoria. Un pensiero alto su cui l'Italia contemporanea appare intenzionata a meditare. Se è vero, come molti sostengono e come dolorose esperienze di divisione tuttora impongono, che il male profondo della nostra comunità nazionale è la fragilità della sua memoria collettiva, attraversata da antiche e più recenti fratture. A cominciare dalle modalità con cui si è venuta formando la stessa unità italiana. Nell'indifferenza per le specifiche tradizioni culturali regionali, quando non con l'imposizione manu militari. Il Regno delle due Sicilie, aggredito dal Piemonte senza dichiarazione di guerra, conosce la resistenza di decine di migliaia di soldati nelle fortezze di Gaeta, Messina e Civitella del Tronto, in nome della legittima dinastia borbonica. I prigionieri meridionali rinchiusi in carceri alpine a morire di freddo, la caccia feroce sulle montagne ai non rassegnati, bollati come briganti. Regno d'Italia e regime fascista hanno steso una coltre pesante su questi fatti. E una lettura distorta della storia ha negato il peso che ebbe sull'immigrazione di milioni di italiani verso le Americhe l'odio borghese contro i contadini, accusati di essere succubi del prete. E ancora, una perversa retorica nazionalista ha imposto lo stereotipo bonario dell'occupante italiano nelle colonie d'Africa e nei territori strappati all'Austria-Ungheria con la Grande guerra. Quando si spinse il confine fino a pochi chilometri da Lubiana e si occupò Fiume, inglobando oltre trecentomila abitanti di ceppo slavo che il regime fascista tentò con ogni sopruso di strappare alla loro lingua e cultura. La Seconda guerra fece di peggio, dichiarando Lubiana e Spalato province italiane. Chi si opponeva alla snazionalizzazione veniva destinato dal generale Roatta ai campi di concentramento di Gonars in Friuli, di Arbe in Dalmazia, di Monigo a Treviso, dove migliaia di donne, uomini e bambini sloveni e croati trovarono la morte per fame e stenti. Se ne parla a fatica solo ora. Quando si comincia a cercare risposta al dramma devastante e sanguinoso vissuto dalla Venezia-Giulia. A cominciare dagli abitanti di Zara, costretti a lasciare la città fin dal 1943, quando gli Alleati si accanirono in bombardamenti quotidiani. Interrogandosi sui perché di un esodo istriano e fiumano che ha sconvolto per sempre la geografia umana ed etnica di quelle bellissime terre miste. Gli italiani delle cittadine venete della penisola istriana, gli italiani di Pola martire, gli italiani dei villaggi dell'entroterra, costretti a fuggire nel terrore degli infoibamenti cominciati subito dopo l'8 settembre del 1943 e ripresi nel terribile maggio del '45, anche a Trieste e Gorizia occupata dai comunisti di Tito. Ebbene, il Parlamento nazionale ha fatto una scelta responsabile nell'istituire il giorno della memoria per confermare il valore dell'identità italiana. La nazione ne ha il dovere, per la sua grande tradizione di civiltà, per i tesori di bellezza che le sue genti hanno creato nei secoli. Meditare, anno dopo anno, sulle verità rimosse e negate. In un esame di coscienza civile che chiami in causa, senza tabù, risorgimento, fascismo, resistenza e violenza sugli sconfitti. Epoche segnate da eventi grandi, da uomini generosi quanto da misfatti e sangue innocente sparso in nome di ideologie totalitarie. Il 10 febbraio è la data del trattato di pace imposto nel 1947 all'Italia sconfitta. Pola si svuota del 90 per cento dei suoi abitanti. L'esodo complessivo disperderà in Italia e oltre oceano trecentomila cittadini della Venezia-Giulia, che paga il conto per tutti gli italiani. Una somma esorbitante di costi umani. Che il sacrificio di tanti abbia almeno il senso, per la nuova Europa, di sollecitare all'onestà delle memorie, in una patria comune per tanti popoli diversi.


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martedì, febbraio 08, 2005
 DINTORNI - BIOETICA

Segnalo alcuni strumenti utili su Internet sul tema della Procreazione Assistita e al dibattito sui referendum della legge 40.

Dossier su Procreazione Assistita sul sito di Avvenire (da selezionare sulla destra su Dossier-Approfondimenti): i principali articoli pubblicati da Avvenire sul tema in particolare fra Gennaio e Febbraio 2005

- Rassegna articoli sul sito di CL "Referendum Fecondazione - la posizione della Chiesa" (in alto a sinistra): articoli recenti apparsi sulla stampa e alcuni vecchi articoli di Tracce 

- Documenti sul Corriere pubblica (da oggi) il documento del presidente della Pontificia Accademia per la Vita Elio Sgreccia. (non completo...).

- Completo Reportage su Stranocristiano con articoli dai giornali, di tipo scientifico, link da consultare, ecc. Veramente ricco e completo.


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SECOLO XX e dintorni, il secolo più violento nella storia dell'umanità