SECOLO XX e dintorni

giovedì, gennaio 27, 2005

27 GENNAIO - GIORNATA DELLA MEMORIA

Annah Arendt, da La banalità del male:

«E' anzi mia opinione che il male non possa mai essere radicale, ma solo estremo; e che non possegga né una profondità, né una dimensione demoniaca. Può ricoprire il mondo intero e devastarlo, precisamente perché si diffonde come un fungo sulla sua superficie. E' una sfida al pensiero, come ho scritto, perché il pensiero vuole andare in fondo, tenta di andare alle radici delle cose, e nel momento che s'interessa al male viene frustrato, perché non c'è nulla. Questa è la banalità. Solo il Bene ha profondità, e può essere radicale».

Primo Levi (Intervista a La Stampa  di  Torino)

Si può ottenere secondo lei l’annullamento dell’umanità dell’uomo?

Purtroppo si, purtroppo si. E direi che è proprio la caratteristica del lager nazista - degli altri non so , perché non li conosco, forse in quelli russi avviene altrettanto - è di annullare la personalità dell’uomo, all’interno e all’esterno, e non soltanto del prigioniero, ma anche del custode del Lager perde la sua umanità; sono due itinerari divergenti, ma che portano allo stesso risultato: Direi  che è toccata a pochi la fortuna di conservarsi consapevoli durante la prigionia; alcuni hanno riacquistato la consapevolezza di cosa era stata questa esperienza dopo, ma durante l’avevano persa. Molti hanno dimenticato tutto, non hanno registrato le loro esperienze mentalmente, non le hanno incise nel nastro della memoria, per così dire. Quindi avveniva si, sostanzialmente in tutti una profonda modificazione delle personalità, con una attenuazione della sensibilità, soprattutto, per cui della casa, le memorie della famiglia, passavano in secondo piano di fronte al bisogno urgente , alla fame, al bisogno di difendersi dal freddo, al difendersi dalle percosse, al resistere alla fatica. Tutto questo portava a delle condizioni che si potevano chiamare animalesche, come quelle degli animali da lavoro. […]

Nella foto, datata 27 maggio 1944, soldati nazisti selezionano i prigionieri all'entrata del campo di Auschwitz (Afp)


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martedì, gennaio 25, 2005

Caduta del COMUNISMO IN URSS

Il crollo del comunismo in URSS, sotto la spinta dei dissidenti alla liberta' e dei paesi democratici alla richiesta di un maggiore rispetto dei diritti umani, puo' essere una utile lezione da imparare anche nei rapporti con i regimi dittatoriali e totalitari ancora al potere?

Natan (Anatholy) Sharansky è nato in Ucraina nel 1948 e si è laureato in fisica a Mosca. Sin da giovane è stato un dissidente impegnato in attività sioniste. Nel 1973 chiese al regime sovietico un visto per recarsi in Israele, subito negatogli per «ragioni di sicurezza». Quattro anni dopo venne arrestato con l’accusa di essere una spia degli Stati Uniti e condannato a 13 anni di prigione. In seguito a una campagna internazionale, le autorità sovietiche lo rilasciarono l’11 febbraio del 1986: quella stessa notte Sharansky fece il suo arrivo in Israele. Eletto presidente del neonato Forum Sionista, è stato sempre in prima linea per la causa degli ebrei sovietici. Convinto che la priorità nazionale di Israele sia favorire l’immigrazione, ha fondato il partito politico Yisrael B’Aliya . Ministro dal 1999, ha pubblicato Fear no evil , la raccolta delle sue memorie, e il recente The cause of democracy insieme al giornalista Ron Dermer, dalla cui introduzione è tratto l’articolo qui pubblicato.

Il nostro mondo è tanto cambiato negli ultimi quindici anni ...(da Corriere della Sera 25-1-2005)

Il nostro mondo è tanto cambiato negli ultimi quindici anni da rendere difficile al lettore di oggi la comprensione di quanto l’Occidente fosse un tempo scettico sulla possibilità di una trasformazione democratica all’interno dell’Unione Sovietica. Nei primi anni Ottanta, c’era chi sosteneva che l’Urss potesse essere sfidata, affrontata, annientata, e chi perentoriamente rifiutava questa possibilità. L’eminente storico Arthur Schlesinger jr. diede voce all’opinione di quasi tutti i sovietologi, gli intellettuali, gli opinionisti dell’epoca affermando che «quanti negli Stati Uniti pensano che l’Unione Sovietica sia sull’orlo del collasso economico e sociale, pronta a precipitare alla prima lieve spinta, sono semplici sognatori, si ingannano». Lo choc provocato dal crollo dell’Urss nell’aprile del 1989 rende ancor meglio l’idea. Se a pochi mesi dalla caduta del muro di Berlino nemmeno i politici più lungimiranti, gli accademici più eruditi e i giornalisti più recettivi seppero prevedere un simile evento, immaginate i pensieri del 1975. L’ipotesi che il collasso - allora assai meno imminente - dell’Unione Sovietica fosse inevitabile, sarebbe stata considerata folle da chiunque. O quasi.
Nel 1969, il dissidente sovietico Andrei Amalrik scrisse un libro intitolato L’Unione Sovietica sopravviverà fino al 1984? . Amalrik, al quale avrei più tardi avuto il privilegio di impartire lezioni di inglese, spiegava che uno Stato costretto a destinare tanta parte delle proprie energie al controllo fisico e psicologico di milioni di persone non può sopravvivere all’infinito. L’indimenticabile immagine che il libro imprimeva nella mente del lettore era quella del soldato costretto a tenere il nemico sotto tiro in eterno. Le braccia iniziano a stancarsi finché il loro peso non diviene insostenibile. Esausto, il soldato abbassa l’arma e il prigioniero fugge.
All’epoca della stesura del testo, tra miopi leader democratici convinti che l’Unione Sovietica avrebbe resistito per sempre e indicatori economici secondo i quali essa avrebbe presto raggiunto gli Stati Uniti, Amalrik doveva apparire un illuso. All’interno dell’Urss, invece, il suo libro non fu liquidato come il delirio di un matto. Il potere sapeva che Amalrik aveva toccato i nervi scoperti del regime. Comprendeva di essere vulnerabile a idee dissidenti: la più piccola scintilla di libertà avrebbe appiccato l’incendio all’intero sistema totalitario.
Io fui arrestato nel 1977 con l’accusa di alto tradimento e attività «antisovietiche». Venni condannato, dopo un processo-farsa, a tredici anni di carcere. Nel 1984 i miei secondini del Kgb, gonfi d’orgoglio, mi ricordarono la profezia di Amalrik: «Vedi, Amalrik è morto - in un incidente d’auto in Francia nel 1980 -. E l’Urss vive!».
Ma la predizione del dissidente non aveva mancato di tanto il bersaglio. Pochi mesi dopo quell’incontro nel gulag, Mikhail Gorbaciov salì al potere. Di fronte a un’amministrazione americana pronta ad affrontarlo e consapevole del fatto che il regime sovietico non aveva più la forza di mantenere il controllo dei sudditi e insieme competere con l’Occidente, a malincuore Gorbaciov attuò una politica di riforme improntata alla glasnost , la trasparenza. Quel limitato tentativo di «apertura» avviò mutamenti che sarebbero andati ben oltre le sue intenzioni. Esattamente come Amalrik aveva predetto, nell’istante in cui il regime abbassava le braccia, il popolo terrorizzato per decenni lo schiacciò.
Come ha fatto un dissidente sovietico a vedere da solo quello che legioni di analisti e di policymaker in Occidente non vedevano? Forse Amalrik aveva accesso a un numero maggiore di informazioni? Era più intelligente di tutti i sovietologi messi insieme? Naturalmente no. Amalrik non era né meglio informato né più intelligente di chi non ha saputo prevedere il trapasso dell’Urss. È che diversamente da loro, capiva il potere grandioso della libertà.
Noi dissidenti capivamo il potere della libertà perché le nostre vite ne erano già state trasformate. Ci aveva liberato il giorno in cui avevamo cessato di vivere in un mondo in cui «verità» e «falsità» erano - come qualsiasi altra cosa - proprietà dello Stato. Per la maggior parte di noi, questa liberazione non era finita con la condanna al carcere. Eravamo consci del fatto che i popoli che stavano dietro la Cortina di Ferro desideravano essere liberi, esprimere le loro opinioni, pubblicare i loro pensieri e, soprattutto, pensare con la loro testa. Qualcuno aveva il coraggio di esprimere apertamente questi desideri, ma la maggior parte ne aveva semplicemente paura. Tuttavia noi dissidenti eravamo certi che alla prima opportunità le masse si sarebbero prese la loro libertà: capivamo che paura e profondo desiderio di essere liberi non si escludono a vicenda.
In questa situazione, la politica di accomodamento messa in atto da molti leader occidentali - indipendentemente dalle intenzioni - aveva l’effetto di rafforzare il regime sovietico. Se un simile accomodamento fosse andato avanti, l’Urss avrebbe potuto sopravvivere per altre decine d’anni. Fortunatamente in America ci furono politici che intrapresero una strada diversa. Per me, e per molti altri dissidenti, i due uomini che capirono la debolezza di uno Stato che nega la libertà ai propri cittadini, furono il senatore Henry Jackson e il presidente Ronald Reagan. Questi due leader erano persuasi che la sete di libertà avrebbe portato ad una trasformazione democratica all’interno dell’Unione Sovietica. E inoltre, che ciò era fondamentale per la sicurezza degli stessi Stati Uniti.
Se Reagan e Jackson avessero ascoltato chi li criticava, chi li definiva pericolosi guerrafondai, sono convinto che centinaia di milioni di persone vivrebbero ancora in regime totalitario. Ignorarono invece le critiche, e perseguirono tenacemente una politica di attivismo che legava la posizione internazionale dell’Unione Sovietica al trattamento del suo popolo da parte del regime.
La logica dell’aggancio era semplice. I sovietici avevano bisogno di molte cose dall’Occidente: legittimazione, vantaggi economici, tecnologia, eccetera. Per fargliele avere, Reagan e Jackson chiedevano che il regime cambiasse atteggiamento verso il popolo. Per quanto facile possa apparire, non era da meno di una rivoluzione nel pensiero diplomatico. Se prima di loro c’erano stati uomini di Stato che avevano cercato di legare la politica estera alla condotta internazionale di un regime antagonista, Jackson e Reagan legarono la politica dell’America alla condotta interna dei sovietici.
Assediati in patria dai dissidenti che chiedevano al regime di rispettare gli impegni internazionali e pressati all’esterno da politici disposti ad agganciare la loro diplomazia ai cambiamenti interni all’Unione Sovietica, i leader sovietici furono costretti ad arrendersi. La scintilla della libertà era partita e si diffondeva a macchia d’olio bruciando l’impero. L’Occidente, ammutolito, guardava con soggezione mentre i popoli dell’est gli impartivano la lezione del potere della libertà.
Abbagliati dal successo, i policymaker occidentali si sono presto scordati della lezione sovietica. Oggi, anziché riporre la propria fiducia nel potere della libertà per trasformare rapidamente gli stati totalitari, sono di nuovo impazienti di arrivare alla «coesistenza pacifica» e alla «distensione» con i regimi dittatoriali.
A meno di due anni dal crollo del Muro di Berlino e immediatamente dopo la prima Guerra del Golfo, ebbi un incontro con la redazione di uno dei più influenti quotidiani americani. Sostenni che gli Stati Uniti - che avevano appena salvato l’Arabia Saudita e il Kuwait dall’estinzione - erano di fronte a un’opportunità storica. Proprio quello era il momento di usare la supremazia americana in Medio Oriente per cominciare a portare la libertà in una regione del mondo dove milioni di persone ne sono ancora prive.
Gli Stati Uniti, argomentai, avevano utilizzato con efficacia la politica dell’«aggancio» per accelerare i cambiamenti all’interno dell’Unione Sovietica. Analogamente, l’America avrebbe dovuto legare la sua politica nei confronti degli Stati arabi al rispetto per i diritti umani dei loro sudditi da parte di quei regimi. Come primo passo, suggerii che la ritrovata capacità di leva dell’America nella regione venisse usata per insistere affinché l’Arabia Saudita accettasse un quotidiano di opposizione o togliesse alcune delle sue severe restrizioni sull’emigrazione.
I miei interlocutori si lanciarono rapide occhiate. La loro reazione si esprimeva nei termini che avrebbe potuto facilmente usare Kissinger nel 1975 discutendo di Unione Sovietica. «Devi capire - risposero educatamente -, che i sauditi controllano le più grandi riserve petrolifere del mondo. Sono nostri alleati. L’America non si interessa di come i sauditi governino il loro Paese. La questione non è la democrazia in Arabia Saudita. È la stabilità in Occidente».
L’11 settembre 2001 abbiamo visto le conseguenze di quella stabilità. Mi piacerebbe credere che quella orrenda giornata abbia sgombrato il campo alle illusione del mondo libero, e che i policymaker riconoscano che il prezzo della «stabilità» all’interno di un regime non democratico è il terrore al suo esterno. E mi piacerebbe credere che chi ha fiducia nel potere della libertà per cambiare il mondo vedrà ancora una volta prevalere le proprie idee.
Ma ho seri dubbi. Ci sono, a dire il vero, segnali di speranza importanti. Mi rincuora lo sforzo a guida americana attualmente in atto nella regione per costruire società democratiche in Afghanistan e in Iraq, e anche la determinazione con cui il presidente Bush vuol vedere questo sforzo coronato dal successo. Inoltre, com’è stato per la scorsa generazione, la fiducia nel potere della libertà non è limitata a un versante soltanto dello spartiacque politico e ideologico. Al di là dell’Atlantico c’è un primo ministro di centro-sinistra, Tony Blair, che sembra impegnato non meno di Bush per una trasformazione democratica del Medio Oriente.
Ma ad essere convinti della possibilità di un Medio Oriente democratico sono in pochi. In alcune zone dell’America, e quasi ovunque al di fuori di essa, le voci di scetticismo sembrano in ascesa. Molti hanno messo in dubbio che il mondo democratico abbia il diritto di imporre i propri valori in una regione che si dice li rifiuti. La maggior parte delle persone sostiene che l’intervento in Medio Oriente stia facendo più male che bene.
Gli scettici della libertà sono tornati. Possono anche esprimere la loro incredulità in termini diversi rispetto alla passata generazione. Allora, con i missili nucleari puntati verso le capitali occidentali, l’attenzione era concentrata sull’incapacità del mondo libero di vincere la guerra. Oggi, sull’incapacità di vincere la pace. Comunque, le argomentazioni degli scettici suonano troppo familiari.
Insistono nel dire che determinate culture e civiltà non sono compatibili con la democrazia e che determinati popoli non la desiderano. Sostengono che gli arabi abbiano bisogno e vogliano governanti dal pugno di ferro, che non abbiano mai avuto la democrazia e mai l’avranno, e che i loro valori «non sono i nostri valori».
Ancora una volta viene detto che la democrazia in certe parti del mondo non sia la cosa migliore per l’Occidente. Non si faticherà ad ammettere che gli attuali regimi in Medio Oriente sopprimano la libertà, nella convinzione però che quei regimi sopprimano anche un’alternativa molto peggiore: i radicali e i fondamentalisti che potrebbero vincere le elezioni democratiche. Il messaggio è chiaro: meglio avere a che fare con una dittatura mediorientale che ci è amica piuttosto che con un regime democratico che ci è nemico.
Infine, si afferma che per quanto il mondo libero possa essere reso più sicuro da una democratizzazione nella regione, le democrazie possono fare poco per dare una mano. Ci viene detto che la democrazia non si può imporre dall’esterno e che qualsiasi tentativo in questo senso non farà che provocare un ritorno di fiamma, dando ulteriore fiato all’odio. Siccome la riforma democratica può venire soltanto dall’interno, il ruolo prudente dei leader del mondo libero - si sostiene - è di prendere il meglio da una brutta situazione. Anziché cercare di creare avventatamente un nuovo Medio Oriente che è al di fuori della nostra portata e provocherà maggiore ostilità nei confronti dell’Occidente, i leader democratici vengono consigliati di lavorare con i regimi non-democratici «moderati» della regione per promuovere pace e stabilità.
C’è una cosa che unisce tutte queste argomentazioni: la negazione che il potere della libertà trasformi il Medio Oriente. Io sono invece convinto che la libertà in qualsiasi luogo renderà il mondo più sicuro in ogni luogo. E sono convinto che le nazioni democratiche, guidate dagli Stati Uniti, abbiamo un ruolo cruciale da svolgere nell’estendere la libertà sul pianeta. Perseguendo politiche chiare e coerenti che legano le relazioni con i regimi non democratici al livello di libertà di cui godono i sudditi di quei regimi, il mondo libero può trasformare qualsiasi società sulla Terra, comprese quelle che dominano il paesaggio attuale del Medio Oriente. Così facendo, la tirannia può diventare, come la schiavitù, un male senza futuro.

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lunedì, gennaio 24, 2005

 DINTORNI - BIOETICA

Il sito di cultura cattolica mette in linea molti articoli di Francesco Agnoli, che ci sembrano uno strumento estremamente utile per la battaglia culturale e referendaria di questi mesi.


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sabato, gennaio 22, 2005

Aggiornamento dei LINK

Ho inserito i link ai siti della Scuola di Cultura Cattolica di Bassano del Grappa e della Sindone di Torino.


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giovedì, gennaio 20, 2005

EUROPA - SCHUMAN

 

L'unificazione dell'Europa, dopo la II Guerra mondiale e' stata concepita e realizzata da cristiani in politica. Breve presentazione della figura di Robert Schuman, ministro degli esteri francese.

 

Il padre dell'Europa. Sulle tracce di Benedetto  (di Edoardo Zin da TRACCE Dicembre 2004)

 

Nel maggio scorso si è chiusa la fase diocesana del processo di beatificazione del grande statista francese Robert Schuman. Dall’amicizia con Adenauer e De Gasperi la nascita dell’unità europea. «La democrazia deve la sua esistenza al cristianesimo»

 

In occasione della firma da parte dei capi di Stato e di governo della Costituzione europea, la stampa ha scritto che il trattato veniva firmato a Roma in Campidoglio perché nello stesso luogo, il 25 marzo 1957, furono firmati i trattati che diedero luogo alla nascita della Comunità Europea.

In verità, le cose non andarono così. È il 9 maggio 1950 che segna l’inizio della prima Comunità Europea. Da alcuni anni, in questo giorno, in tutti i Paesi dell’Unione Europea, si celebra la “Festa dell’Europa” e tale data commemorativa è sancita solennemente nella Costituzione europea che è stata appena firmata. Il 9 maggio 1950 il ministro degli Esteri francese Robert Schuman con una celebre dichiarazione pose “la prima pietra” dell’edificazione della comune casa europea.

 

La dichiarazione  del 9 maggio 1950

È il 1° maggio 1950 che Robert Schuman decide di “fare sua” la proposta di Jean Monnet, suo stretto collaboratore che da mesi lavora alla realizzazione di un piano per la messa in comune del carbone e dell’acciaio in un’associazione indipendente dai governi con istituzioni di controllo sopranazionale.

Robert Schuman non può perdere tempo perché sa che il 10 maggio è prevista una riunione a Londra dei ministri degli Esteri degli alleati. Nella mattina del 9 maggio Schuman invia al cancelliere tedesco Adenauer un plico riservato contenente la proposta che il Consiglio dei ministri francese approverà nella stessa mattina e che egli illustrerà alla stampa mondiale nel tardo pomeriggio dello stesso giorno.

La breve ed essenziale dichiarazione - ormai passata alla storia come l’atto ufficiale della nascita della prima Comunità Europea - si apre con una visione ampia, quasi profetica, delle prospettive politiche: «La pace mondiale non potrà essere salvaguardata senza sforzi creatori che siano all’altezza dei pericoli che la minacciano». Quindi Schuman afferma la sua visione funzionalistica: «L’Europa non si farà in un colpo solo, né attraverso una costruzione d’insieme; essa si farà attraverso realizzazioni concrete, creanti anzitutto una solidarietà di fatto». Lo statista auspica successivamente il superamento dell’opposizione secolare tra Francia e Germania: «A questo fine il Governo francese propone di dirigere immediatamente l’azione su un punto limitato ma decisivo: il Governo francese propone di porre l’insieme della produzione franco-tedesca del carbone e dell’acciaio sotto un’autorità comune in un’organizzazione aperta alla partecipazione degli altri Paesi dell’Europa. (…)  Così si realizzerà semplicemente e rapidamente la fusione di interessi indispensabile alla creazione di una comunità economica e si introdurrà il fermento di una comunità più ampia e più profonda fra Paesi a lungo opposti da sanguinose divisioni».

Unire le industrie pesanti francesi e tedesche, poterle controllare significava impedire a questi Paesi la possibilità di preparare o di fare la guerra. La fusione economica si realizzerà, per l’appunto, sette anni più tardi, il 25 marzo 1957, con la creazione della Comunità economica europea (Cee, conosciuta anche come Mec: Mercato comune) e della Comunità europea dell’energia atomica (Ceea, conosciuta come Euratom), evolutesi col tempo nell’attuale Unione Europea.

 

I tre artefici dell’Europa

L’orizzonte internazionale agli inizi degli anni 50 è molto buio: l’Urss conduce una violenta campagna contro gli Usa e consolida le sue posizioni a Est, dividendo il pianeta in due blocchi (“la guerra fredda”). Lo stesso Occidente è coalizzato contro la Germania, che è vista come un pericolo per la pace. In Francia, il generale De Gaulle è partigiano di una politica molto dura nei riguardi della Germania vinta.

Nel 1948 Robert Schuman fa il suo ingresso al Quai d’Orsay come ministro degli Esteri e già pensa di far rientrare la Germania nel concerto delle nazioni europee attraverso una politica di partenariato tra Francia e Germania.

Nel 1950 in Germania si scatena una violenta campagna nazionalistica antifrancese: il cancelliere Konrad Adenauer è accusato di “vendere” la Saar e la Ruhr agli alleati; il parossismo della crisi raggiunge i suoi apici quando lo sfruttamento delle miniere di carbone della Lorena viene concesso alla Francia. È allora che Schuman si persuade che l’Europa è la sola formula capace di dare una soluzione al problema tedesco: l’ingresso della Germania accanto ai Paesi vincitori della Seconda Guerra Mondiale le eviterà di riprendere il corso d’una politica nazionalistica e servirà anche alla creazione di una Comunità Europea.

Schuman e Adenauer si conoscono fin dal 1948: i due si stimano, una fiducia reciproca li anima, negli scambi epistolari, entrambi si richiamano alla sincera amicizia e alle comuni convinzioni cristiane.

Anche l’italiano Alcide De Gasperi è ansioso di contribuire a rendere meno aspri i rapporti franco-tedeschi e sogna un’Europa unita.

Schuman e De Gasperi, tutti e due uomini di confine, vissuti tra le minoranze etniche, l’uno nella Lorena, quando faceva parte del secondo Reich tedesco, e l’altro nel Trentino, quando apparteneva a uno dei Länder austriaci, sono persuasi che il nazionalismo può essere trasceso a un più alto spirito europeo.

Con De Gasperi l’amicizia è più recente: «Noi ci siamo incontrati tardi nella vita - scriverà Schuman il 28 febbraio 1953 allo statista italiano -, ma la nostra amicizia è stata profonda e senza riserve. Vi eravamo, senza dubbio, predestinati in un momento in cui veniva definita una nuova politica per i nostri Paesi. Ella è stata spesso un mediatore efficace e disinteressato, sempre un animatore chiaroveggente e tenace».

Schuman, Adenauer, De Gasperi hanno in comune la concretezza che fa abbandonare l'intellettualismo e l’astrazione, il dono innato dei contatti umani, il gusto della riservatezza e della prudenza, l’arte di ricercare grandi progetti nei quali impegnare non solo le parole, ma anche interessi apparentemente contraddittori. Soprattutto li unisce una convinta fede cristiana che li porta a praticare le virtù evangeliche.

La virtù tutta cristiana del perdono e della riconciliazione è stata vissuta in modo straordinario da Adenauer, De Gasperi e Schuman nella loro vita, tanto che per tutti e tre è stato chiesto di indagare se ci siano gli estremi per iniziare un processo canonico di beatificazione. Mentre per i primi due la fase diocesana è da iniziare o è ancora in atto, per Robert Schuman il processo è già stato concluso nel maggio scorso e i volumi delle testimonianze raccolte e vagliate sono stati trasmessi alla Congregazione romana per la Causa dei Santi.

 

Saggezza e autocontrollo

Tutto l’impegno politico di Robert Schuman - esercitato dal 1919 al 1960, quando la malattia lo costrinse a ritirarsi a vita privata - è stato esercitato alla luce di una profonda coerenza tra vita, fede e insegnamenti della dottrina cristiana della Chiesa. Dall’inizio alla fine della sua attività politica non considerò mai in opposizione fede e azione socio-politica. Aveva dell’uomo un concetto biblico: egli deve conformarsi, nella libertà, a Dio che è amore e di cui è immagine vivente. Questo concetto ha fecondato tutta la vita di Schuman.

Chi lo avvicinava, sentiva di trovarsi di fronte a un uomo di Dio, senza desideri personali, senza ambizioni, che cercava di servire gli altri, guidato solo dalla sua coscienza cristiana, che tuttavia non ostentava né imponeva.

Citava volentieri sant’Agostino: «Una legge non è legge se essa non è giusta. Se essa si allontana dalla giustizia, è una corruzione della legge».

Davanti agli attacchi delle sinistre all’Assemblea Nazionale, che gli rimproveravano di essere uno “sporco prussiano”, assunse un atteggiamento di saggezza e di autocontrollo che gli erano dettati dalla sua natura di uomo dolce e mite di cuore. «Non sono che dei poveri uomini manipolati: la loro accusa non deve suscitare alcuna avversione da mia parte; ma solo pietà. Piuttosto che maledire, occorre pregare per loro», disse, uscendo dall’aula.

Altrettanto esplicito era in certe affermazioni che oggi farebbero scandalo: «La democrazia deve la sua esistenza al cristianesimo», scrive in Per l’Europa.

Aveva dell’uomo, di ogni uomo, un concetto biblico che ha testimoniato in un’epoca in cui «l’uomo non è che una muffa sulla superficie d’un astro morto» (Nietzsche) o ancora «un tessuto accidentale impregnato di sessualità» (Freud) o semplicemente «un’assurdità» (Sartre).

Per affrontare le battaglie quotidiane trovava la forza nella comunione quotidiana, in una virile devozione alla Madonna, nell’attento ascolto della Parola di Dio e nella convinzione di essere solo uno strumento nelle mani di Dio: «Siamo tutti degli strumenti, anche se imperfetti, della Provvidenza che se ne serve per dei disegni che ci superano», scriveva nel 1960.

L'uomo che trasformò in pacifico strumento di riconciliazione il carbone e l’acciaio, motivi di conflitti secolari, ebbe l’orgoglio di pronunciare di fronte al Parlamento europeo il 19 marzo 1958 queste parole: «Tutti i Paesi dell’Europa sono permeati dalla civiltà cristiana. Essa è l’anima dell’Europa che occorre ridarle».

 

Costituzione europea

C’è stata un’opposizione dura - e alla fine vincente - all’introduzione nel preambolo della Costituzione europea di un richiamo esplicito alle radici giudaico-cristiane del continente. Si è giunti a tale punto perché l’Europa ha smarrito il concetto di persona che è legato a sua volta a quello di Dio, in quanto la persona è fondata sul concetto di “amore” e Dio è amore.

È innegabile che all’origine di questa nostra civiltà europea ci sia il cristianesimo con la sua morale unitaria, che esalta la figura e la responsabilità della persona umana, che fermenta di solidarietà evangelica, con il suo culto del diritto ereditato dalla civiltà romana, con la sua volontà di verità e di giustizia acuita da un’esperienza millenaria.

Ma il cristianesimo non è solo all’origine della nostra civiltà, esso è stato vissuto, testimoniato e praticato dai padri fondatori dell’Unione Europea, in modo speciale da Robert Schuman. Nessuno può negare ciò.

 

*dell’Istituto “San Benedetto, Patrono d’Europa”, postulante la causa di beatificazione di Robert Schuman

 

 

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La Vita (a cura di Benedetta Villani)

1886 Robert Schuman nasce il 29 giugno a Clausen, sobborgo di Lussemburgo, nella regione dell’Alsazia, allora facente parte del Reich tedesco. Trascorsa la giovinezza tra il Lussemburgo e la Lorena, segue studi di Diritto nelle università di Berlino, Monaco, Bonn e Strasburgo. Si laurea in Giurisprudenza a Strasburgo e lavora come avvocato a Metz. Durante la Prima Guerra mondiale rifiuta di arruolarsi nell’esercito tedesco e viene fatto prigioniero.

1913 È tra gli organizzatori del Katholikentag (Congresso dei cattolici tedeschi) a Metz.

1919 Con il ritorno di Alsazia e Lorena alla Francia, viene eletto deputato della regione della Mosella all’Assemblea nazionale per il Partito democratico popolare. Successivamente rieletto e poi eletto come deputato della circoscrizione Thionville-Est, fa parte di diverse commissioni parlamentari e diviene membro del Consiglio consultivo dell’Alsazia-Lorena.

1940 Durante la Seconda Guerra mondiale viene arrestato dai tedeschi e deportato in Germania, ma riesce a fuggire due anni dopo per entrare a far parte della Resistenza francese.

1945 È eletto deputato nelle fila del Mrp (movimento repubblicano popolare, di ispirazione cattolica).

1946 Assume l’incarico di ministro delle Finanze.

1947 Presiede il governo, ma rimane in carica solo un anno.

1948 Nominato ministro degli Affari Esteri. A impegnarlo è soprattutto il progetto di unificazione dell’Europa, consapevole che solo superando i particolarismi nazionali si sarebbero evitate altre guerre.

1950 In collaborazione con Jean Monnet redige il famoso “piano Schuman”, pubblicato il 9 maggio, che proponeva il controllo da parte di un organismo sovranazionale della produzione di carbone e acciaio, le principali materie prime per l’industria degli armamenti.

1951 In aprile il “piano Schuman” diventa realtà con l’istituzione della Comunità europea del carbone e dell’acciaio (Ceca), a cui aderiscono Belgio, Francia, Germania federale, Italia, Lussemburgo e Olanda.

1958 Assume la carica di presidente del Parlamento europeo.

1960 Si ritira dalla vita politica.

1963 Il 4 settembre muore a Scy-Chazelles, vicino a Metz.


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LETTERATURA DEL NOVECENTO

Presentazione dei Buddenbrook, dalle pagine di cultura del Corriere di oggi.  

A 50 anni dalla morte, l’autore dei «Buddenbrook» è ancora il simbolo della crisi spirituale del Novecento

Declino della borghesia e tentazioni totalitarie: il messaggio di un grande


Il lettore innocente che per la prima volta si accosta a I Buddenbrook , uno dei vertici della letteratura europea del Novecento, scritto da Thomas Mann poco più che ventenne in gran parte a Palestrina e a Roma, difficilmente può sospettare che, nella lunga, incantevole scena dell'inizio, si nascondano il dolore, i semi della decadenza e della sventura. Non di rado, negli esordi del romanzo ottocentesco e di quello moderno, «occasioni mondane» occultano tragedie storiche o irrisolvibili dilemmi del cuore o della mente (come in Guerra e pace , o nella Recherche : in fondo, è atteso il «mondano» Swann); tuttavia, davvero, chi potrebbe mai immaginare che le certezze della famiglia Buddenbrook saranno ridotte in frantumi, un giorno? È il pomeriggio inoltrato di un mese d’ottobre della metà dell’Ottocento. A Lubecca fa freddo: tira il vento dal Mar Baltico. Nel palazzo della Mengstrasse - sul portone del quale campeggia il motto: Dominus providebit - i Buddenbrook, insieme ad alcuni ospiti, sono riuniti attorno alla tavola da pranzo, riccamente imbandita, per il tradizionale appuntamento del giovedì. Le candele illuminano gli occhi celesti, i profili intagliati dell’anziano Console, il capostipite, e di sua moglie, nata Kröger; quelli dei figli e dei nipoti; quelli degli ospiti che presto si imporporeranno per le delizie della gola (la minestra squisita, il pesce guarnito, il prosciutto fumante), nonché per il vino della Mosella, giallo quanto l’oro, servito nei bicchieri di cristallo; si chiacchiererà allegramente, compiacendosi delle timidezze dei bambini; verranno tessuti elogi alla magnificenza della casa e della cena; arriveranno le meringhe; gli uomini si ritireranno a fumare il sigaro e bere i liquori; non tardi, perché i mercanti che sanno gestire i propri affari si svegliano all’alba, nel bel palazzo, che al piano terra ha gli uffici e i magazzini, sarà il tempo del meritato riposo.
La casa, la famiglia, il tempo, l’idea per nulla sotterranea della rispettabilità borghese, fondata sulla solidità delle tradizioni congiunta con quella del patrimonio - insieme a un veleno misterioso - sono i protagonisti dei Buddenbrook. Il vecchio Console e sua moglie moriranno. Lo sostituirà il figlio, e poi Thomas, l’erede «solido», diverso dallo scapestrato Christian. In una serie di matrimoni sfortunatissimi, la dolce Tony diventerà signora Grunlich e quindi Permaneder, prima di rientrare, sola con una figlia, nel portone della Mengstrasse. La compravendita delle merci all’ingrosso andrà bene, ma non sempre. Thomas sposerà Gerda, una donna malinconica che ama il violino, e da loro nascerà il piccolo Hanno. Conosceremo le meraviglie delle vacanze a Travemunde: il profumo delle alghe, le strisce verdi e grigie del mare solcato dai velieri che, ai magazzini della Mengstrasse, portano luppolo, mais, grano. Assisteremo sgomenti alla morte. Parteciperemo alla gioia delle nascite, mentre il tempo passa e, nell’album che registra la storia familiare, si aggiungono nomi, vengono segnate date definitive. Nell’aula municipale della città, in cui sono riuniti i rappresentanti del Senato, ascolteremo gli echi delle proteste del popolo che chiede maggiore libertà. Sapremo che qualche affare è andato male, il patrimonio dei Buddenbrook comincia ad assottigliarsi. Di nuovo sarà Natale e, mentre la neve cade su Lubecca, attraverso le finestre rischiarate dolcemente, vedremo l’ultimo Console, Thomas, rabbuiarsi perché Hanno - che lui non capisce - dimentica i versi della poesia e piange. Una nuova casa sorgerà a poca distanza dalla prima. Il tempo continuerà a fare il suo corso… Qual è, dov’è nascosto questo veleno misterioso che corrompe i Buddenbrook? È il veleno nutrito dalla rispettabilità borghese, dalla ipocrisia, dal danaro, e nulla di più? O non è, per caso, un germe addirittura più insidioso della infelicità senza motivi: il germe oscuro che, come una pianta malata, la borghesia europea è condannata a custodire nel suo seno, e fa morire di disperazione Thomas Buddenbrook, prima di veder cancellato dal tifo suo figlio Hanno?
Cent’anni più tardi, un mite umanista, Serenus Zeitblom, raccontando la tragica vita di un suo amico e grande musicista, Adrian Leverkühn, vedrà risorgere quella infezione letale con spietata chiarezza: nel sangue e nella mente di un artista superbo e freddo, altamente spirituale, posseduto dal demonio; nella catastrofe della Germania nazista. È il Doktor Faustus , il romanzo che Thomas Mann scrisse nell’esilio californiano, davanti alle onde lunghe di quell’oceano sconosciuto, dal maggio del 1943 al gennaio del 1947, e si chiude con l’estrema invocazione a Dio e la richiesta di pietà. Leverkühn, infatti, è appena scomparso nella tomba; la storia millenaria del popolo tedesco è sfociata nell’ignominia, in un fallimento senza pari. «Un uomo solitario giunge le mani e invoca: Dio sia clemente alle vostre povere anime, o amici, o patria!», scrive Zeitblom.
Quando la storia inizia, a cavallo fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, Adrian è poco più di un ragazzo. Viene da una famiglia di agricoltori di Buchel, in Sassonia. Colpisce Serenus per il suo riso: secco, innaturale, gli occhi attenti a lontananze invisibili. Dopo il liceo ad Halle, la città di Händel, non lontana da Lipsia, la città di Bach, ha studiato teologia: per «umiliarsi», e cercare l’Assoluto. Ma presto scopre la musica: Chopin, Monteverdi, Webern, Wagner. Suona l’armonium, compone. Immagina una musica primordiale: un suono senza armonia, un accavallarsi di ululati su più tonalità, che dia il senso del ritorno al nulla, al momento della creazione del mondo. Oppure, una musica che sia come una unione magica di matematica e teologia. Serenus osserva la sua intelligenza, il suo carattere freddo e schivo: ed è in ansia per lui.
Nel 1905, Leverkühn si trasferisce a Lipsia, abbandona la teologia e si getta nelle braccia della musica. A Lipsia avviene uno dei due incontri fondamentali della sua vita: quello con la prostituta Esmeralda. Come accade agli individui nei quali «la più superba spiritualità si contrappone alla pura animalità, ed è in sua balia», Adrian, che non ha mai toccato una donna, insegue Esmeralda fino a Graz, dove danno la Salomé , e nonostante lei lo avverta di essere infetta, cede al desiderio. Scrive Serenus: «Quale volontà temeraria di tentare Iddio indusse l’ammonito a voler possedere quella carne?» Lo sapremo tra non molto. Intanto, la Spirocheta pallida si insinua nel suo sangue e va a toccargli la mente. Adrian soffre di continue emicranie; i suoi occhi, cerchiati di un anello color ruggine, hanno qualcosa di sinistro.
Passano gli anni. Leverkühn compone. Si trasferisce a Monaco: una città mondana, decorativa, estranea al suo sguardo freddo, assorto. In Baviera, a Pfeiffering, trova una casa «antica», con un cortile ombreggiato da un olmo, simile alla casa della sua infanzia, e una famiglia che lo accoglie. Nel 1912, mentre la Germania è alle soglie della Prima guerra mondiale, va in Italia, a Palestrina: vuol mettere in musica Pene d’amor perdute , la commedia di Shakespeare. Qui, finalmente, il demonio, tante volte evocato nei discorsi con gli amici, appare «in carne e ossa». Sta nell’ombra della stanza. Ha ciglia rossicce, occhi infiammati, viso cereo, mani tozze. Indossa pantaloni stretti e una giacca a quadretti. Come un clown. Come il diavolo del Maestro e Margherita . «Chi sono? - gli dice - Lo sai: come se non mi avessi aspettato da un pezzo! Abito le spelonche dell’inferno. Volevo soltanto intendermi con te, mio caro, e dirti che la clessidra è collocata e la sabbia ha cominciato a scorrere».
La scena è terribile: non c’è ironia, scetticismo, difesa che possa fermare il demonio. Sempre - rivela il beffardo ospite - ti abbiamo tenuto d’occhio; così abbiamo fatto in modo che cadessi nelle braccia di Esmeralda. Col tuo sangue infetto ti sei battezzato nel nostro nome. Ora c’è la cresima. Ti diamo ventiquattro anni: hai ventiquattro anni di vita, durante i quali ti regaleremo esaltazioni, illuminazioni, brividi di potenza e della esaltazione di te stesso tali da farti ritenere un mostro divino. Tu credi, infatti, nell’ingegno che non abbia nulla a che fare con l’inferno? Ma vai! Una ispirazione davvero beatificante non è possibile con Dio: soltanto col diavolo, il vero signore degli entusiasmi. La malattia creatrice, quella che scavalca ogni ostacolo, la elargisce il demonio. A un patto, però: che il beneficato rinunci ad amare. L’amore ti è vietato, perché riscalda. La tua vita deve essere fredda. Non devi amare nessuno. Eserciterai come vorrai la tua superbia; poi, esaurita la clessidra, io verrò a prenderti.
Ora, il patto è stabilito. Scoppia la guerra: la catastrofe che preparerà la «Sodoma e Gomorra» del secondo conflitto. Zeitblom racconta tremando. Adrian è indifferente a tutto. Chiuso nella casa di Pfeiffering, tormentato dalle emicranie, compone in quattro mesi e mezzo l’ Apocalipsis cum figuris : la partitura ispirata al testo di Giovanni, ma anche alle visioni di Ildegarde di Bingen, nella quale si annunciano il Giudizio Finale, la resa dei conti, si spalanca l’altro mondo, e l’urlo è usato come tema. «Quale orrore!», scrive Serenus. L’opera, del resto - Mann suggerisce il nome di Schönberg - è dominata dal paradosso per cui la dissonanza esprime tutto ciò che è elevato e puro; mentre al mondo infernale, o al male - come alla meretrice di Babilonia - sono riservate l’armonia e la tonalità. Però, certe parti liriche - come il coro solo all’apparenza dissonante dei fanciulli che apre la seconda parte e si contrappone alle risate infernali, i latrati, gli ululati, gli urli che chiudono la prima - fanno venire le lacrime agli occhi.
Adrian non assisterà mai alla rappresentazione del suo capolavoro. E neppure alla Lamentatio Dr. Fausti : il cupo inno alla tristezza che chiuderà la sua carriera. La sabbia nella clessidra sta scorrendo. Gli anni si accumulano. Torvi episodi - il colpo di rivoltella che Ines Institoris spara all’amante sul tram - scuotono la borghesia corrotta, contagiata da Leverkühn. Serenus scrive mentre la Germania è allo stremo. Monaco è orrendamente sfigurata: case dalla occhiaie vuote contemplano macerie ovunque. E, nel tempo del racconto, che la clessidra pone attorno al 1930, un uomo altero e solo compie un errore imperdonabile. Si innamora perdutamente, come si può amare un angelo, di un bambino strano e saggio: il figlio di sua sorella, il piccolo Nepomuk. Quale errore dimenticare il patto! Una meningite cerebro-spinale cancella il bambino dalla terra. «Prendilo, mostro! - grida Adrian durante l’agonia - prendilo, cane fottuto, ma spicciati, se non hai voluto concedermi nemmeno questo!».
Siamo alla fine. Adrian convoca gli amici e, con la voce stentorea del demonio, rovesciando il bulbo degli occhi, narra la sua storia. Poi precipita nella demenza. Sua madre lo riconduce a Buchel. Ha la barba lunga, gli occhi nelle fosse, non riconosce nessuno: sembra un fantasma di El Greco. Muore il 25 agosto del 1940.
In tal modo l’oscuro veleno, che già offuscava gli occhi spenti di Thomas Buddenbrook, ha compiuto il suo percorso. È il veleno che nasce dal peso inaccettabile della finitezza umana: quando l’uomo rifiuta i propri limiti e - credendo di poter fare a meno della sua unica salvezza: l’amore - immagina di sfidare Dio. È la ubris . Può provocare malattie tremende. Portare la mente umana alla follia. E un popolo nell’abisso.


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mercoledì, gennaio 19, 2005

PAPA e gli EBREI

«Sono io l'orfano ebreo salvato da Wojtyla» di Alessandra Farkas (da Il Corriere della Sera 18.1.2005)

Come tanti orfani ebrei della Shoah adottati da genitori cattolici durante la guerra, anche il polacco Stanley Berger sembrava destinato a essere battezzato e a non fare mai più ritorno alla propria fede e cultura.

Ma a cambiare il suo già tragico destino fu un giovane prete della natia Cracovia, che si rifiutò di battezzarlo e ordinò ai genitori adottivi di restituirlo al suo ambiente d’origine. Quel sacerdote si chiamava Karol Wojtyla. Questa è una storia che ha rischiato di non essere mai raccontata perché, come tanti sopravvissuti all’Olocausto, anche Berger aveva cercato di seppellire il suo straziante segreto nei meandri più reconditi della propria coscienza. Tutto inizia nell’autunno del 1942, quando Helen e Moses Hiller, genitori di Berger, decisero di affidare il loro unico figlio (che allora si chiamava Shachne e aveva 2 anni) a una coppia cattolica senza figli che viveva nella zona tedesca della cittadina di Dombrowa. «Si chiamavano Yachowitch ed erano amici intimi dei miei» spiega Berger, che dopo anni di silenzio ha deciso di raccontare la sua storia al Corriere della Sera , tra i libri e documenti ingialliti della Shtetl Foundation di New York. Dopo l’irruzione nazista del 28 ottobre nel ghetto di Cracovia, quando migliaia di ebrei furono deportati nel campo di sterminio di Belzec e i malati degli ospedali e 300 bimbi degli orfanotrofi furono uccisi sul posto, gli Hiller si erano decisi ad agire.

«Il 15 novembre mamma era riuscita a portarmi fuori dal ghetto e ad affidarmi ai suoi amici cristiani, insieme a due grandi buste - incalza Berger -. La prima conteneva tutti i suoi oggetti di valore, l’altra tre lettere». La prima era indirizzata ai signori Yachowitch, ai quali dava in consegna il piccolo Shachne, istruendoli di educarlo come ebreo e di restituirlo al suo popolo in caso di morte dei genitori. La seconda lettera era indirizzata allo stesso Shachne: gli spiegava che era stato un amore profondo a indurre mamma e papà a metterlo in salvo presso estranei e gli rivelava le sue origini, augurandosi che crescesse orgoglioso di essere ebreo. La terza lettera, infine, conteneva il testamento di Reizel Wurtzel, madre di Helen, indirizzato alla cognata Jenny Berger a Washington.
«Nostro nipote Shachne Hiller, nato il 18 del mese di Av (il penultimo mese del calendario ebraico, ndr ), il 22 agosto del 1940, è stato affidato a brave persone - recita il documento -. Se nessuno di noi farà ritorno, ti prego di prenderlo con te ed educarlo rettamente. Queste sono le mie ultime volontà». Prima di congedarsi dagli Yachowitch, Helen consegnò loro i nomi e indirizzi di parenti - gli Aaron e i Berger - che abitavano a Montreal e a Washington. «Se non faremo ritorno, quando sarà finita questa follia - Helen istruì l’amica - spedisci loro queste lettere».

Il suo tragico presagio doveva avverarsi di lì a poco. Nel marzo del ’43 il ghetto di Cracovia fu liquidato. La città col primo insediamento di ebrei sul suolo polacco, risalente al XIII secolo, venne dichiarata Judenrein («libera da ebrei») e anche il destino dei genitori del piccolo Shachne si consumò poco dopo nei forni crematori di Auschwitz. Nello stesso periodo, anche gli Yachowitch dovettero fare i conti con la loro rischiosissima scelta. «Dal ’42 al ’45 eravamo costantemente in fuga, da una casa all’altra e da una città a un nuovo villaggio - rievoca Berger -. Molti polacchi ostili e antisemiti sospettavano, dal mio aspetto, che fossi ebreo e se ci avessero denunciati i miei genitori adottivi rischiavano la morte».
Un giorno, mentre si nascondevano in un silos, il piccolo riuscì a spiare, dalle crepe nelle pareti, due agenti della Gestapo che facevano razzia nella fattoria accanto, in cerca di ebrei. «Ero talmente paralizzato dalla paura che trattenni il respiro - rievoca -. Mia "madre" mi strinse forte al petto e riuscimmo a superare anche quell’ennesimo incubo». Sì, perché, nel frattempo, la signora Yachowitch si era affezionata tantissimo al bimbo e lo considerava come un figlio. E così pure suo marito che, nonostante fosse alcolizzato, non gli usò mai il minimo sgarbo o violenza. «Dopo la fine della guerra andavamo tutte le domeniche alla messa insieme - rievoca Berger - io non avevo la più pallida idea di essere ebreo e avevo imparato a memoria tutti gli inni cattolici».

Quell’amore materno, incondizionato ed eccessivo, di una donna che nonostante mille tentativi non era mai riuscita ad avere figli, si rivelò ancora più forte dell’amicizia. La Yachowitch dimenticò ben presto le promesse fatte a Helen e decise di far battezzare il bimbo, che voleva adottare ufficialmente e trasformare in un buon cattolico.
Andò da un giovane prete della sua parrocchia, ordinato da poco ma già con una reputazione di uomo saggio e giusto, e gli rivelò il terribile segreto sulla vera identità del piccolo e sul tragico destino dei suoi genitori. «Mamma, come la chiamavo allora, espresse il desiderio di farmi battezzare - spiega Berger - affinché potessi diventare un cattolico vero e devoto come lei». Il giovane parroco ascoltò con attenzione la donna e quando ebbe finito il suo racconto le domandò: «Qual era il desiderio dei genitori, quando affidarono il loro unico figlio a te e a tuo marito?». Quando la Yachowitch rivelò il contenuto del testamento, il giovane prete si rifiutò di eseguire la cerimonia. «Questo avveniva nel ’46 - spiega la professoressa Yaffa Eliach, storica e scrittrice, nonché fondatrice della Shtetl Foundation e una delle massime esperte mondiali di cultura ebraica - quando dal Vaticano giungevano indicazioni ben diverse per la sorte dei tantissimi orfani ebrei battezzati, che sono vissuti e morti senza mai conoscere le proprie origini, il futuro Papa ebbe il coraggio di dire no».
La Eliach è stata la prima a rivelare al mondo la storia di Berger. Che ha dato poi il via alla grande e inedita branca di studi che approfondiscono ciò che la Eliach definisce «lo straordinario filosemitismo di Wojtyla: il miglior amico degli ebrei negli ultimi duemila anni». Grazie al rigore morale del futuro Papa, il piccolo Shachne poté intanto partire per il Nord America, dove l’aspettavano i parenti materni. «Non fu un’impresa facile - racconta Berger -. La legge polacca proibiva agli orfani di lasciare il Paese e le norme sull’emigrazione canadesi e statunitensi non mi concedevano il visto. Così fui palleggiato per altri tre anni da un parente all’altro. Imparai a non affezionarmi mai ai posti e alle persone. Perché niente durava più di sei mesi». Alla fine, nel 1949, il Consiglio ebraico canadese riuscì a ottenere dal governo di Ottawa il permesso di fare entrare nel Paese 1.210 orfani. Tra questi c’era Shachne, l’unico polacco. Il 3 luglio del ’49, il transatlantico «Batory» getta l’ancora nel porto di New York. Dalla cabina numero 228, in prima classe, emerge il piccolo che non ha ancora compiuto nove anni e ignora ancora di essere ebreo. «Da questo momento in poi la mia odissea si è fatta ancora più rocambolesca. Senza visto americano fui costretto ad andare a vivere dalla zia Aaron a Montreal. Ma quando suo marito morì di cancro, finii in orfanotrofio e poi a casa di ricchissimi industriali, i Kertz, che mi ospitarono in attesa dei visto Usa».
Il 19 dicembre del ’50, dopo due anni di pressioni da parte di Jenny Berger, il presidente americano Harry Truman firmò un decreto speciale che assegnava Shachne Hiller ai Berger. «Erano passati più di otto anni da quando, nel ghetto di Cracovia, mia nonna aveva scritto il testamento. Alla fine il suo desiderio si era realizzato». Ma il giovane Shachne, che nel frattempo si era educato nelle migliori università ebraiche americane ed era diventato un ebreo osservante, marito devoto e padre di due gemelli, ignorava ancora un piccolo, grande dettaglio della sua storia. A rivelarglielo, nell’ottobre del ’78, fu la signora Yachowitch, con cui era rimasto in rapporti epistolari. «Per la prima volta, mi rivelava che aveva cercato di battezzarmi ed educarmi come cattolico. Ma che era stata fermata da un giovane prete, futuro cardinale di Cracovia, Karol Wojtyla, da poco eletto Papa».Quando il rabbino capo di Bluzhov, rabbi Israel Spira, apprese dalla professoressa Eliach questa storia, disse: «Le vie di Dio sono misteriose, meravigliose, sconosciute agli uomini. Forse è stato il merito di aver salvato quell’anima ebrea che lo ha condotto a essere Papa. È una storia che deve essere raccontata».
 


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martedì, gennaio 18, 2005

I ANNO del BLOG

Questo blog festeggia il suo primo anno. Nel frattempo gli amici in rete sono cresciuti e sono in arrivo tante belle novita'.

Ho aggiornato i link con due nuovi ingressi: il blog la cittadella ed il multiblog dei moschettieri.  


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lunedì, gennaio 10, 2005

Polemiche "storiche" 2  

La polemica "storica" aperta da Melloni sul Corriere, aveva altri fini: lo abbiamo sostenuto subito. Potete trovare un'ampia documentazione, sia su stranocristiano - che riporta anche l'acuta analisi di magister - che su giona.  Oggi alcuni amici mi hanno segnalato questo articolo dal Riformista, come possibile spiegazione della polemica. Interessante da conoscere.


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giovedì, gennaio 06, 2005

POLEMICHE "STORICHE"

In questo periodo, il Corriere della Sera ha iniziato una campagna di stampa, nella propria sezione della cultura, su presunte direttive del Vaticano alla Chiesa di Francia, date alla fine della II Guerra Mondiale, di non restituire, alle proprie famiglie d'origine, i bambini ebrei che avessero ricevuto il battesimo. I protagonisti di questo "giallo" sono il Nunzio in Francia dell'epoca, Angelo Roncalli e il Papa Pio XII. Tutto nasce da un "documento" ritrovato dal giornalista e storico Alberto Melloni,  che è da molti anni colonna della dossettiana “officina” di Bologna, assieme ad Alberigo e al priore del monastero di Bose, Enzo Bianchi.  Tutto questo ha ben poco a che fare con la storia o anche solo con delle "polemiche storiche".... Altri sono gli interessi, altri gli obiettivi. Oggi lo dice anche lostorico Rumi sul Corriere.

"Tira una brutta aria, un’aria di tempesta, intorno all’ affaire Pacelli . Ma poi, perché identificarlo soltanto con Pio XII? Le ultime rivelazioni sulla direttiva vaticana alla chiesa francese, riguardo i bambini ebrei battezzati da non restituire alle famiglie, chiamano in causa anche l’allora nunzio a Parigi, Angelo Giuseppe Roncalli. E ancora, come escludere che le polemiche si arrestino di fronte al mito del Papa Buono? La catena dei sospetti potrebbe ragionevolmente allargarsi e coinvolgere altri: persino l’allora massimo responsabile della diplomazia vaticana, Giovanni Battista Montini. Ma in ogni caso, è questa «brutta aria» che preoccupa più di tutto lo studioso cattolico Giorgio Rumi. E per «brutta aria» intende il rischio che si metta in moto una specie di «nuova Inquisizione» anticattolica, una macchina processuale volta ad ottenere comunque, in ogni caso, una qualche forma di condanna.
L’articolo dello storico Daniel Jonah Goldhagen, pubblicato l’altro ieri dal Corriere della Sera , culminava in un durissimo atto d’accusa a Pacelli, nella richiesta di istituire una commissione internazionale per giudicare tutta la vicenda, e, in sostanza, nell’invito a interrompere qualsiasi processo di beatificazione in corso, almeno fino a quando non sia stata accertata la verità.
Se non che, ora, la prospettiva si presenta un po’ differente. Infatti, l’ affaire si è messo in moto quando lo storico Alberto Melloni ha rivelato, sempre sul Corriere , l’esistenza della direttiva vaticana, avallata da Pio XII, che riguardava i bambini ebrei da confermare nella fede cattolica. Ma se noi ora scopriamo di avere a disposizione soltanto una sintesi in francese, vergata da Angelo Giuseppe Roncalli, su che si basano le accuse rivolte a Pio XII?
«Questo strano caso finisce a coda di topo - sostiene Giorgio Rumi - dal momento che si reggeva principalmente sull’atto d’accusa di Goldhagen». Perché è vero, secondo Rumi, che l’innesco dell’incendio risale alla pubblicazione del documento scoperto da Melloni; però è stato Goldhagen a trasformare la scoperta del documento in una vera e propria requisitoria, con tanto di bollo d’infamia «criminale» impresso sulla memoria di Pacelli.
E dunque? La lista dei «cattivi» si allunga. «Prima Pacelli, del quale si dice che avrebbe in ogni caso avallato il famoso documento, benché non ne esistano prove. Poi Roncalli, in quanto suo esecutore materiale. Domani, non ci sarebbe da stupirsi se si arrivasse a un terzo "criminale", cioè Giovanni Battista Montini, con la motivazione che, nella sua qualità di massimo responsabile della diplomazia vaticana, non avrebbe potuto non sapere quel che stava accadendo...».
Un punto fermo, tuttavia, sembra esserci. Il testo, conservato negli «Archivi della Chiesa di Francia», reca l’intestazione della Nunziatura di Parigi, e dunque doveva essere stato avallato per forza da Roncalli. Ma Giorgio Rumi non intende affatto accontentarsi di questa spiegazione. E si chiede: «Che vuol dire "Carta della Nunziatura"? È firmata? È un dattiloscritto e porta una sigla? Oppure è scritta a mano, con i caratteri della sua calligrafia inconfondibile, e dunque l’autore potrebbe essere identificato senz’ombra di dubbio?».
E poi ci sono altri interrogativi che Rumi considera decisivi. Ad esempio: è sicuro che i vescovi francesi abbiano ricevuto quel documento così scottante? Nell’archivio della diocesi di Parigi non dovrebbe essere difficile ritrovarlo, visto che sono passati poco più di cinquant’anni. Ma se invece non si trovasse? Vorrebbe dire che non è mai stata spedita, e di conseguenza bisognerebbe chiedersi il perché. Rumi si spinge fino a ipotizzare che possa essersi trattato di una riflessione privata, di un dubbio messo per iscritto, di un documento che si inserisce in dossier più ampio e del quale (come risulta in effetti dai primi esami) alcune parti risulterebbero mancanti.
Ancora: si potrebbe avanzare l’ipotesi, benché estrema, di una manipolazione, addirittura di un falso? Su questo Rumi preferisce procedere con cautela. «Bisognerebbe prima chiarire il concetto di falso. Potrebbe trattarsi di una manipolazione avvenuta in anni lontani, con chissà quali scopi, oppure di una faccenda concepita oggi.(...) Altri elementi, in questo affaire , confortano i dubbi di Giorgio Rumi. Per esempio il fatto che la diplomazia francese del tempo, che all’ambasciata presso la Santa Sede era rappresentata da intellettuali come Maritain e d’Ormesson, non fece mai alcun riferimento a questo episodio. E non ne accennò neppure un grande politico del tempo, il ministro degli esteri Bidault.
Interrogativo dopo interrogativo, l’ affair e somiglia sempre più ad un giallo, ma Rumi preferisce non lasciarsi intrappolare nel gioco delle ipotesi.
«Il problema centrale - afferma - è un atteggiamento sbagliato che riguarda l’uso della memoria. Uno storico non è un boia. E invece, anziché essere umile di fronte alle testimonianze del passato, spesso finisce per metterlo al servizio di un disegno oscuro». (...)"

Un'unica osservazione: è un brutto inizio per il Corriere di Mieli.
Proponiamo diseguito, due articoli apparsi su Avvenire che danno una interessante chiave di lettura.

PS: Su altre "operazioni culturali" tipiche della "Officina"di Bologna, si può leggere un recente documentato articolo di Magister.

Da AVVENIRE 2 Gennaio 2005

INTERVISTA
«Dai documenti nulla di nuovo, ma c'è chi non perdona a Pio XII di aver fermato il comunismo». Parla lo storico padre Blet

Ebrei caso pilotato? di Marco Roncalli

«Leggete padre Blet», disse una volta Giovanni Paolo II ai giornalisti che lo incalzavano su Pio XII e gli ebrei. Innanzi alle polemiche innescate dal problema della non restituzione di bambini ebrei battezzati alle loro famiglie, abbiamo chiesto un parere a questo anziano gesuita, storico, professore alla Gregoriana, coautore - tra l'altro - della raccolta Actes et Documents du Saint-Siège relatifs à la Seconde Guerre mondiale (12 voll., Libreria Editrice Vaticana 1965-1982) e autore di Pio XII e la seconda guerra mondiale (San Paolo 1999).
Allora, padre Blet, ci aiuta a interpretare i nuovi documenti?
«Per la verità non ho letto tutti gli articoli di questi giorni, anche se mi pare non ci sia nulla di nuovo sostanzialmente…».
Ma il testo del Sant'Uffizio sul divieto di restituire i bambini ebrei battezzati ai genitori…
«Era la prassi, una legislazione che Pio XII si era trovata e doveva applicare. Per il diritto canonico vigente in quel periodo, chi aveva ricevuto il battesimo doveva avere un'educazione cattolica».
Già. Ma tra il dettato inflessibile e l'amore della propria famiglia, il legame del sangue…
«Detto così, anche la prevalenza del legame di sangue può essere razzismo».
Padre, parliamo di orfani che avevano perso i genitori in campo di concentramento, battezzati magari a loro insaputa.
«È un problema complesso e bisogna ricordare che le cose sono andate in un certo modo soprattutto in Francia, meno in Italia dove ci furono falsi battesimi proprio per aiutare i piccoli ebrei poi tornati in famiglia. Ma le disposizioni dei vescovi francesi per quanti accoglievano piccoli israeliti erano di non battezzarli».
Però ci sono stati casi come quello dei piccoli Finaly, battezzati e nascosti pur di evitare la restituzione; che poi peraltro ci fu, forse perché sui diritti religiosi prevalsero quelli civili.
«Quel caso me lo ricordo: ero a Parigi, preparavo la mia tesi di laurea alla Sorbona. I genitori erano morti, i bambini avevano già un'altra famigli a, la loro famiglia era chi li aveva accolti».
No. I familiari erano all'estero e c'era una zia che li reclamava.
«Li reclamò e li ottenne. I bambini furono restituiti. Passarono poi in Israele».
Pensa che il nunzio Roncalli giocò un ruolo in quel caso? Pensa che disattese gli ordini?
«Non conosco i documenti. Ma mi è difficile però pensare ad un nunzio - come lui era - che trasgredisse. I nunzi sono esecutori, e Roncalli era fiero di essere l'occhio, l'orecchio, la bocca, la mano di Pio XII in Francia».
Secondo lei come si superò la questione del battesimo?
«Credo che alla fine prevalsero questioni per così dire di ordine pubblico. La situazione era grave. Ci fu una mediazione tra il cardinale Gerlier e il rabbino Kaplan e non si applicò il diritto canonico perché, considerata la sorte dei genitori, sarebbe sembrato approfittare di un dramma. Ma non furono molti i casi del genere».
Occorrerebbe approfondirli, alla luce di quanto si sta dibattendo.
«Non credo che le polemiche di questi giorni abbiano gran valore, sono attizzate con un fine preciso».
Cioè?
«Nascono e vengono pilotate perché non si vuole la beatificazione di Pio XII. Si amplificano per fermarla».
È vero che il relatore della causa ha concluso il suo lavoro e il dossier è ora al vaglio degli storici prima di passare alla commissione dei teologi?
«Non dico nulla se non che la causa lentamente avanza. E guarda caso, proprio mentre uno come John Cornwell rivede le sue posizioni giudicandole squilibrate, ecco nuove polemiche…».
Ma chi ha interesse a pilotarle?
«Non certo gli ebrei, che sono intelligenti e in moltissimi considerano queste storie risolte».
Risolte? Ma il presidente delle comunità italiane Luzzato non ha escluso che «vi saranno problemi nei rapporti con gli ebrei»…
«Non so. So che in tutto il mondo molti ebrei fin dalla prima ora hanno ringraziato Pio XII per il suo operato. Anche grandi rabbini. Di ieri , come Isaac Herzog. Di oggi, come David Dalin. Lo ripeto: non sono gli ebrei a non volere la beatificazione di Pio XII. Sono quelli che non gli hanno mai perdonato di aver fermato il comunismo. Non era ebreo nemmeno Rolf Hochhuth, l'autore del Vicario, all'origine di tante infamie contro Pacelli».

Da AVVENIRE 5 Gennaio 2005

Il Corriere e Pio XII

Operazione dai tratti oscuri di Andrea Riccardi

Sono giorni che si discute su Pio XII e gli ebrei sulle pagine di un importante quotidiano italiano. Ieri è stata la volta di un lungo intervento di Daniel Goldhagen, che evocava un "Pio XII alla testa di una Chiesa che diffuse un feroce antisemitismo proprio quando gli ebrei venivano sterminati". È un'affermazione priva anche del più lontano sapore della storiografia. Come pensare, e dunque affermare, che l'asilo fornito agli ebrei durante la persecuzione nazista potesse avvenire contro la volontà di Pio XII? Trent'anni fa, chi scrive cominciò a studiare questo tragico periodo in particolare per quanto significò a Roma. Incontrai molti protagonisti di quelle vicende. E attraverso la documentazione disponibile mi resi conto che, senza l'appoggio del Papa, non sarebbe stato possibile portare avanti una operazione di tale rischio in aiuto agli ebrei. Come un monastero di clausura avrebbe potuto ospitare clandestinamente le famiglie ebraiche senza il permesso dei superiori? Ed è stato anche ricostruito che non tutti in Vaticano concordavano con questa ospitalità. Ma Pio XII la favorì, perché, nel turbine della guerra, voleva che la sua Chiesa fosse uno spazio d'asilo. Enzo Forcella, studioso laico purtroppo scomparso, ha ripercorso il complesso lavorio della Santa Sede per preservare i suoi edifici come "zona franca" di asilo. Ma ormai non si usa più far leva sulla storiografia con le sue acquisizioni. Ciò che conta è insistere ritualmente sulle responsabilità di Eugenio Pacelli.
Per quel che riguarda la Francia del 1939-45, è noto l'orientamento filopetenista della maggioranza del clero e dei vescovi locali. Pio XII era scontento di questa posizione (e con lui il battagliero cardinale Tisserant). Ma non per questo si può minimizzare il ruolo della Chiesa francese sul fronte degli aiuti agli ebrei durante l'occupazione tedesca in Francia. I severi studi di Serge Klarsfeld mostrano che la Francia è stato il paese che meglio ha protetto i suoi ebrei e dove molto ha fatto proprio la Chiesa cattolica. Temi, questi, che evidentemente non si possono dibattere nello spazio di poche righe. Occorreranno anche nuovi studi, se - come insegnava Marc Bloch - gli storici vogliono continuare a "comprendere". Invece si assiste a esplosioni polemiche, come la storia segreta di Pio XII di John Cornwell di qualche anno fa, su cui l'autore è recentemente ritornato dicendo candidamente di aver esagerato.
D'altra parte, le diverse interpretazioni e gli studi sugli anni della guerra si sono nel frattempo così consolidati, da non poter essere facilmente scossi da un documento o una dichiarazione. Nel caso saremmo già molto fuori dal dibattito storiografico, che non fa giustamente l'unanimità, ma ha un suo stile. Forse bisognerebbe interrogarsi sui tratti di un'ossessione antipacelliana che rischia di confondere i contorni della storia e di criminalizzare questo Papa, mentre sfumano le vere responsabilità del dramma della Shoah. C'è un uso di Pio XII infatti che va al di là della storia. O questi è diventato la figura simbolica di un ancien règime da abbattere ritualmente o lo si è reso un capro espiatorio dietro al quale nascondere il grado di insensibilità che ci fu nei confronti degli ebrei anche da parte di istituzioni e governi schierati contro i nazifascisti. In un caso come nell'altro è inevitabile chiedersi che cosa ci sia sotto un simile atteggiamento. Non certo un avanzamento delle conoscenze storiche, non una comprensione maggiore del dramma di tanti e delle meccaniche degli eventi. Si scorge piuttosto un rischio, e cioè che una metodica simile produca infine disaffezione verso la storia contemporanea, avvertita come strumento polemico e non come un terreno di seria comprensione della realtà passata. Può darsi tuttavia - come rivela l'articolo di Goldhagen - che le impellenze siano d'altro tipo ancora, ma sicuramente non si iscrivono nell'ambito della storiografia. Qui allora siamo in un altro campo d'indagine, che chiama in causa non a caso il giornalismo d'oggi. Ma perché?

 









































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SECOLO XX e dintorni, il secolo più violento nella storia dell'umanità