SECOLO XX e dintorni

domenica, ottobre 31, 2004

Dintorni

Le elezioni USA influenzano il destino politico, economico e culturale del mondo - dell'Europa in modo speciale.

ELEZIONI USA 2004 : Cosa dicono i cristiani di CL (da cl-usa)

A CALL TO FREEDOM

Christianity begins with a fact: “The Word was made flesh and dwelt among us.” The Eternal Son of God was made man, Jesus Christ. He was born of a human mother and lived a human life “commended by God with mighty deeds.” This man, “delivered up by the set plan and foreknowledge of God,” was put to death on a cross. “But God raised Him up, releasing Him from the throes of death, because it was impossible for Him to be held by it” (cf. Acts 2, 12-25).” The victory of Jesus Christ as Redeemer of history and human life is the creation of a new people called the Church, a new society living amidst other peoples and societies as His presence in the world. Since politics is the art of living together in a society and among societies, His presence, the Church, cannot but have a political relevance and dimension.

In over 2,000 years of history, the Church has given to the world and our country values that are at the very core of our culture and legislation. At the heart of these is the inestimable value of each person (throughout life, from the beginning to the end) based on the recognition that the value of the human person cannot be measured entirely by biology or any other human measure. This recognition also reveals the value of work as collaboration with God; it abolishes that dualism between the sacred and profane that marks non-Christian societies; and it gives birth to a view of time as charged with meaning: progress. And from these values, hospitals, universities, orphanages, industries, banks, insurance agencies, and other initiatives were born, completely unknown to the societies living before the event of Christ. In short, the event of Christ gave to the world the value that sums up all others: personal freedom.

As Americans who have encountered Christ’s victory in the life of the Church, we ask our leaders to guarantee the freedom to make our contribution to the common good, working together with all other citizens of our country through a respectful dialogue. We ask from those in power to allow—if not facilitate—the various societies to exist, flourish, and prosper. The first among these societies is the family and we support and advocate those policies that protect the family, such as respect for human life in all of its dimensions.
From this point of view, we also identify four sacred values that must be respected. First, we seek the freedom of association: the freedom to build structures, places, and institutions where members of our society can live, gather, and be educated. Next, we insist upon the freedom of education, that freedom that breaks every ideological imposition. We seek the freedom to establish relationships of solidarity with others, assisting all those in need. And we desire that our state recognize the principle of subsidiarity: giving the richness of society the first opportunity to establish structures and associations designed to respond to human needs.

Further, we believe the greatest danger to an authentic political process is ideology: when ideas block a humble acceptance of reality as it is. In our current context, we see that our two main parties succumb to this very human temptation--for example, in the Republicans’ insistence that the Iraq war was positive and in the Democrats’ insistence that a fetus is not a human life or that the nature of marriage can be defined by the State.

We are aware that no political agenda, however morally commendable, will create the perfect society or satisfy the desire that makes us human. We are aware of the tremendous responsibility and difficulty of governing a nation and because of this we recognize that mistakes by politicians are understandable, even the mistakes of the President of the United States. We do not expect salvation from politics or politicians.
We do not recognize either party as representing us. In the end, we have only one thing to say to the world: look at the Fact which makes possible the experience of a new life of hope, freedom, compassion, progress, and true peace. Therefore, we will give our vote to those who--on the basis of facts and circumstances and not on the basis of abstractions, ideologies, or a prioris--will better allow and facilitate the existence and flourishing of our society and of all other societies in our country, according to freedom of association, freedom of education, solidarity, and subsidiarity.

 












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DINTORNI

Il tema dell'uscita da un certo stantio e irrazionale laicismo fa parte dei conti ancora sospesi con la storia del XX secolo. Qualche laico sta iniziando a provarci come dimostra questa inchiesta che oggi ha iniziato Battista sulla Stampa.  

ANTICLERICALI NELLA BOTTIGLIA (dalla STAMPA di Pierluigi Battista)

NELLA Francia giacobina e repubblicana viene riscoperto il Tocqueville più ostico e meno pacificante, insomma il grande liberale persuaso che libertà e religione non debbano obbligatoriamente bisticciare. Diceva quel Tocqueville: «E’ il dispotismo che può fare a meno della fede, non la libertà». Nell’Europa dei Lumi e della ragion laica, che riconosce e santifica la propria libertà come il frutto di una trionfale emancipazione dall’oscurantismo religioso, quell’idea è sempre apparsa eccentrica e quasi incomprensibile. Ma un politico che sta ai vertici della Francia laico-repubblicana, il liberal-conservatore Nicolas Sarkozy, l’uomo forte che ha sfidato Chirac e che potrebbe diventare il nuovo inquilino dell’Eliseo, ha talmente apprezzato quel passaggio da averne fatto l’emblema di un libro che ha scioccato la cultura parigina, un volumetto intitolato La Republique, les religions, l’espérance, in cui Sarkozy si definisce fieramente di «confessione cattolica», frequentatore della santa messa, convinto che i valori cristiani siano un «elemento civilizzatore» in un’Europa inseparabile dalle sue «radici cristiane». Il laicismo giacobino francese ha di che sobbalzare. «Non si possono educare i giovani appoggiandosi esclusivamente su valori temporali, materiali, o anche repubblicani», afferma spavaldamente Sarkozy. I pilastri della retorica laica appaiono scossi e incrinati. E’ il segno della crisi sotterranea ma non meno esplosiva della cultura laica in Europa ma anche in Italia, l’indicatore di un terremoto psicologico e culturale che descrive il disagio di un laicismo minato dal disagio di sé proprio mentre in Europa sembra celebrare la sua apoteosi?

E’ la malattia segreta che da una Francia, imperiosamente orientata alla cancellazione per legge dei simboli religiosi nelle aule della scuola di Stato, diffonde il suo contagio anche nell’Italia incapace, a oltre centotrent’anni di distanza, di chiudere psicologicamente con la sempiterna «questione romana»?

Anche in Italia attorno al laicismo si colgono infatti movimenti e smottamenti che sembrano mettere in crisi le rassicuranti certezze di sempre. Con molte stranezze e strane inquietudini. Certo, hanno vinto, i laici, perché le «radici cristiane» non vengono nemmeno menzionate nel preambolo della nuova Costituzione europea. Hanno piegato e umiliato il Buttiglione che pretendeva di parlare di «peccato» nelle asettiche sale parlamentari di Strasburgo. Hanno raccolto tante firme per abrogare l'ovviamente «oscurantista» e naturalmente «medievale» e dunque «clericale» (o «clerico-fascista») legge sulla procreazione assistita. Sono rincuorati dall'offensiva poderosa di Zapatero che nella cattolicissima Spagna spara raffiche di leggi destinate a sgretolare il tradizionalismo conservatore delle figure matrimoniali e finanche sessuali. Dovrebbero suonare trombe e fanfare, i laici che in ogni timido accenno di reviviscenza della presenza cattolica intravedono lo spettro lugubre della «reconquista» di stampo bigotto e integralistico. Qualcuno lo fa, e quasi esagera, come il Nicola Tranfaglia che sulle colonne dell'Unità perentoriamente intima ai cattolici del centro-sinistra di scegliere senza mediazioni «la fede o la Costituzione», meritandosi l'accorata replica di un esponente cattolico della Margherita come Pierluigi Castagnetti, sorpreso di trovare la sua «fede» posta in antitesi alla lettera e allo spirito della Costituzione.

Eppure il trionfo ha come contrappeso la preoccupazione, la denuncia di inquietanti connubi. Ci sono i giornali di sinistra come La Repubblica e Il Riformista che sparano a zero contro la congiura «teo-con» e lanciano strali contro «gli atei clericali», i «clericali senza fede», che poi sarebbero i laici che riscoprono il valore della religione come fondamento dell'identità culturale occidentale. Ce l'hanno con il Foglio di Giuliano Ferrara partito da tempo per una martellante campagna contro la disinvoltura scientista e «desiderante» nella creazione e nell'uso degli embrioni, antefatto di una deriva eugenetica che potrebbe preludere a nuove e stupefacenti mostruosità. Ce l'hanno con Ernesto Galli della Loggia, che sul Corriere della Sera ha intravisto nel linciaggio in effige di Bottiglione il segno che l'Europa non riesce nemmeno a tollerare le parole del cattolico che parla apertamente da cattolico, senza edulcorazioni e dissimulazioni. Come in ogni denuncia indignata, come in ogni contro-crociata che della crociata porta in sé i germi di una certa retorica apocalittica e cospiratoria, c'è molta esagerazione in queste accuse. Ma c'è anche la percezione che qualcosa ha definitivamente spezzato la granitica monoliticità del fronte che si riconosce nelle parole e nella mentalità del laicismo. Forse sta emergendo qualcosa, a sinistra come a destra, che riflette insofferenza per le rotonde certezze di cui è portatore un laicismo troppo soddisfatto di sé.

Se può stupire che un uomo ai vertici della Francia laico-giacobina come Sarkozy possa sottolineare l'elemento «civilizzatore» del cristianesimo, dovrebbe sorprendere ancor di più che persino nel mondo dei radicali italiani, nel tempio laico dell'anticlericalismo, tra i seguaci di Pannella che ogni anno, il 20 settembre, vanno a celebrare in quasi perfetta solitudine (con qualche sparuto bersagliere) l'anniversario della presa di Porta Pia, si percepisce qualche malumore, come quello pubblicamente espresso da Benedetto Della Vedova contro «l'anticlericalismo dei "no vatican, no taliban" fonte di un rischio di pregiudizio antireligioso». E se si pensa che quello slogan suggestivo ma un po' grossolano, «no vatican, no taliban», è proprio quello sbandierato dal segretario radicale Daniele Capezzone, si capisce come persino nel quartier generale dell'orgoglio laico si può intravedere qualche incrinatura e molta insofferenza verso le parole d'ordine laiciste. Segnali di un clima in cui le solide appartenenze appaiono anguste, una prigione mentale di cui forse qualche portabandiera del laicismo stentoreo dovrebbe cominciare a segare qualche sbarra.

Il presidente del Senato Marcello Pera, laico e liberale, semina lo scandalo tra le file laiciste perché in un intervento pronunciato al Sacro Convento di Assisi, e integralmente ospitato dal quotidiano della Conferenza Episcopale Avvenire, afferma che i «diritti sanciti dalla Carta dell'Unione Europea sono di derivazione evangelica. Perché allora pare dimenticata?». E aggiunge che la sacrosanta «separazione tra la sfera privata dei valori e quella pubblica delle istituzioni» rischia di trasformarsi in una mortificante «cesura» in cui stavolta è il laicismo a diventare un'ideologia intollerante, una nuova «religione cieca, ottusa e dogmatica». E del resto, proprio uno dei consiglieri culturali di Pera, Gaetano Quagliariello, si interroga sul Riformista sulla pervasività asfissiante di un «conformismo dilagante per cui un'affermazione di fede religiosa, seppur depotenziata da antiche arroganze, va intesa comunque come un'offesa al comune sentire europeo». Fino ad affermare che la «laicità altro non è che la figlia emancipata del cristianesimo e che, per questo, tra il clericalismo ed il politically correct di massa vi è pur sempre lo spazio per una religione civile ispirata ai valori cristiani».

A molti cultori del laicismo roboante queste affermazioni pronunciate da un non credente possono suonare eretiche. Ma il tabù laico non appare così inviolabile se Massimo Cacciari può bollare come manifestazione di «cretinismo laicista» la legge francese sulla non ostentazione dei simboli religiosi nelle scuole di Stato. O se Angelo Panebianco, uno studioso che in passato ha vantato frequentazioni liberali, a proposito della carta europea afferma che in «un preambolo identitario suona davvero strano, almeno per chi conosce la storia europea, che le radici giudaico-cristiane non vengano mai menzionate». O se Ernesto Galli della Loggia, in un incontro pubblico con prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede Joseph Ratzinger, osserva che «i diritti umani nascono nell'ambito della cultura e della civiltà giudaico-cristiana ma questo non si può dire perché cristianesimo e giudaismo sono religioni e quindi, a maggioranza, è stato deciso che sarebbe inopportuno». Sintomi di crisi di un laicismo che forse ha vinto la sua battaglia fondamentale, la sostanziale non-confessionalità degli Stati d'Occidente, e che per questo diventa esso stesso norma, legge, vincolo rischiando addirittura di trasformarsi nel suo contrario: da rivendicazione di libertà a espressione di una nuova religione di Stato.
(1 - continua)















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venerdì, ottobre 29, 2004

Qualche novità nel sito.

Ho aggiunto nuovi link a blog e siti di interesse.  


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mercoledì, ottobre 27, 2004

 

 

 

 

O'Connor condannato a dieci mesi per abuso di alcolici ....

....e forse al termine del Ramadan espulso dall'Arabia Saudita.

Su Asianews le novità.


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lunedì, ottobre 25, 2004

Eugenetica, Bioetica, Talassemia

Questo articolo e' proprio imperdibile. Chiarisce concretamente cosa e' in gioco oggi, e che da molto tempo si tenta di offuscare, ma anche di riaffermare. Editoriale del Foglio di sabato 23-10-2004.

“Se per sostenere un’idea si cambia la realtà, significa che quell’idea non è formidabile”

Genova. “Tanti buchi fatti sul tavolo di cucina, ecco quel che mi ricordo”. Il padre ritornava la sera dall’Italsider, operaio tutta la vita, e quel bambino con gli occhi a mandorla che a tre anni era sempre stanco svogliato pallido pallido lo preoccupava. E allora prelievi, buchi, un sacco di buchi, analisi a pagamento ogni tre giorni, analisi per escludere, analisi per trovare. Fino alla diagnosi di un pediatra specializzato: “Lui d’ora in poi lo curo io, ha la talassemia”. Millenovecentosessantaquattro, i bambini talassemici non superavano la pubertà. Loris Brunetta aveva tre anni e si ricorda solo i buchi, scappava sotto il tavolo per non farseli fare. Suo fratello no, suo fratello era nato sano, fortunato. Non è difficile imparare la regoletta, la insegnano alle scuole medie, piselli rossi e piselli bianchi: è la legge di Mendel, quello dell’ereditarietà. Per due genitori microcitemici, cioè portatori sani di talassemia, tre possibilità: venticinque per cento figlio completamente sano, cinquanta per cento figlio portatore sano, venticinque per cento figlio malato. Talassemico. Condannato a morte. Anche deforme, con le ossa del cranio un po’ schiacciate, nei favolosi anni Sessanta: globuli rossi piccoli, pallidi, in numero ridotto e con vita breve, trasfusioni sbagliate o approssimative, genitori rassegnati alla malasorte di un figlio a termine, con gli occhi troppo allungati. Loris Brunetta non aveva più la madre, morta prima di sapere che a uno dei due bambini era andata male, morta senza sapere nulla nemmeno della microcitemia e delle leggi di Mendel. Pochi anni dopo, nelle zone più colpite, Bassa padana, delta del Po, Sardegna, Meridione, ci si cominciava a fare le analisi prematrimoniali, e nel 1974 la talassemia ebbe un bel peso nel referendum sull’aborto. Meglio un figlio non nato di un figlio condannato a una mezza vita.
Brunetta tira il fiato, oggi che ha 41 anni e la faccia da ragazzo, la fede al dito e un impiego in comune, a Genova (per un periodo ha fatto le consegne, carico e scarico, lavoro pesante che gli ha procurato un paio di ernie al disco, poi ha vinto il concorso, è contento, in centro ci va con la moto). Nessuno l’ha buttato nel cestino quando lui non poteva farci nulla, e mai nessuno, anche dopo tutti quei buchi e la diagnosi, ha pensato che il cestino sarebbe stato meglio. “Mi portava mio padre a fare le trasfusioni, quando non lavorava, sennò mio nonno, e qualche volta ci andavamo direttamente col donatore: un collega di lavoro, un cugino, chiunque. Prelievo e via, un’ora dopo nel mio braccio il suo sangue ancora caldo”. Funzionava così, negli anni Sessanta: controlli zero, adesso non si può donare il sangue nemmeno se si è sovrappeso. Dice Brunetta, mentre beve un prosecco – “certo, mangio noccioline, bevo, cosa credevi?” – che le complicazioni più pesanti le ha avute dopo le trasfusioni, febbri da cavallo e vomito per il corpo estraneo, magari non sano, magari non compatibile. Anche l’epatite C si è beccato con le trasfusioni, il 70 per cento dei talassemici ce l’ha, e amen. Quando era bambino, condannato dalla legge di Mendel a vita breve e smunta, non c’era nessuno a fissargli l’appuntamento per la provvista di sangue, funzionava così: il padre osservava il piccolo, che poco a poco andava spegnendosi, sempre più pallido, sempre più stanco, e allora capiva che era l’ora delle provviste. “Era un tirare a campare, non c’era altra possibilità che questa”. Ospedale, trasfusione, ricovero anche lungo, lunghissime assenze da scuola, non come adesso con il day hospital, e la ferocia degli altri bambini: non ti picchio perché sei malato, hai preso un bel voto solo perché sei malato, mia madre dice che devo essere buono con te perché sei malato. Gli dava fastidio, allora a pallone voleva essere il più bravo di tutti. Col fiatone, ma il più bravo di tutti.

“Sono un mostro, io?”
“Con poco ferro si muore, con molto ferro si muore”. Lo dice il primario del centro di talassemia a Genova, che prima era uno scantinato dell’ospedale e adesso è qualcosa di più e cura duecento persone. Vanno lì alle undici, seduti in poltrona con l’ago nel braccio, trasfusione e alle tre tornano a lavorare, o vanno a fare i compiti, i più piccoli piangono un po’. Con molto ferro si muore, e infatti di quello muore un talassemico: di accumulo. Le trasfusioni fanno accumulare il ferro, a poco a poco, dove non si deve: cuore, fegato, pancreas. Tra gli ottomila talassemici italiani sta una maggioranza silenziosa e cardiopatica, il settanta per cento muore con un cuore sovraccarico, che non riesce più a funzionare. Brunetta non è cardiopatico, per adesso, ma ha alle spalle dieci anni di non cure, fino al 1974, quando finalmente hanno cominciato a eliminargli il ferro dal sangue con l’infusione, un ago sottocutaneo attaccato a una macchinetta portatile. Quell’anno ha cambiato la vita ai malati, cioè gliel’ha allungata per sempre: “Nel 1974 c’erano ragazzini di cui i medici aspettavano la morte da un momento all’altro, e adesso sono ancora qui”. Adesso sui grafici la curva è ascendente, e l’estate scorsa a Genova è morto il paziente più anziano: quarantasette anni. Brunetta ne ha quarantuno, sa che i miracoli sono rari, dice che con la paura si impara a convivere, e che la morte non è il suo primo pensiero la mattina né l’ultimo la sera: “La paura ce l’hanno tutti, la paura ce l’hai anche tu, basta non farsi prendere dal panico. E un malato ha troppe cose da fare per farsi prendere dal panico”. Troppe cose sono le trasfusioni, i controlli, la terapia per eliminare il ferro. Fino al 1997 solo aghi sotto la pelle per dodici ore al giorno, cinque giorni alla settimana, adesso finalmente c’è una pastiglia. Tutti i giorni, come per la pressione. Nessuna vergogna, “mentre la macchinina con la pompetta faceva vergognare”. Perché si può anche dormire con un ago piantato nel braccio, o nell’addome; ma uscire con una ragazza, a sedici anni, come si fa? E allora c’era chi si rifiutava, e poi ne moriva. “Io se uscivo con una ragazza cercavo di fare presto e poi correvo a mettermi l’ago, qualcuno faceva finta di niente e andava a toglierselo, però era meglio quando glielo spiegavo”. Vallo a spiegare a quelli che guardano le cellule da un microscopio e ne trovano una sbagliata, una da gettare, che fare l’amore con una ragazza, anche con l’ago nel braccio che magari fa prurito, non è così male, come vita.
A un certo punto Brunetta si è incazzato. Parecchio. Quando è stata approvata la legge sulla fecondazione assistita e i radicali, i genetisti, le madri in provetta, hanno scatenato il dramma. Vietata la selezione eugenetica degli embrioni, ma come, mica partorirete un figlio talassemico? Oscurantisti, cattivi, autoritari. Un figlio così è una condanna alla sofferenza, e via col ripescaggio dall’oblio della talassemia. “Come se esistessimo soltanto come prova di non diritto alla vita, come esempio di spazzatura di cui liberarsi, qualcosa che disturba la perfezione della non sofferenza, e allora giù per lo scarico del water”. Brunetta si è incazzato, dice che anche gli altri pazienti sono furiosi, ma non con le madri per le quali talassemico è troppo, alle quali non bastano le forze. “Non potrei mai criticare la scelta di una coppia dilaniata dal dubbio, che alla fine rinuncia”, dice, lui che avrebbe fatto volentieri un altro figlio, “e sarebbe stato quasi sicuramente malato, perché mia moglie è portatrice sana, ma sono successe troppe cose, e abbiamo perso il treno: adesso è tardi”. Ma l’arrabbiatura resta. “Io mi arrabbio con chi non vuole più ricordarsi di essere stato un embrione, con chi studia le cellule e non vede oltre, con chi ci considera mostri da non far nascere: sono un mostro, io?”. Sui giornali è stato scritto anche questo, Miriam Mafai si è chiesta sulla prima pagina della Repubblica che cosa farà una madre quando al bambino di due anni comincerà a gonfiarsi la testa e gli si allungheranno le ossa del femore. Il fatto è che quarant’anni fa succedeva davvero, da trenta non succede, non succederà mai più, almeno in Italia. Brunetta si è infuriato e ha mandato una lettera alla Mafai, le ha chiesto perché raccontasse frottole, lei che è così brava e autorevole, lei che la gente l’ascolta; lei gli ha risposto, privatamente, che quel che ha scritto l’ha detto una senatrice della Lega in Parlamento, e che comunque loro due hanno idee diverse: lei è contraria alla legge e lui no, lei è per la ricerca sulle staminali e lui no, lei è per la selezione eugenetica e lui no.
(23/10/2004)







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sabato, ottobre 23, 2004

Segnalazioni

Per il ventiseiesimo anniversario di Pontificato, l'Armata russa (ex-rossa) ha offerto uno spettacolo di canti e di danze tradizionali russe al Papa, in Vaticano. L'evento aveva un evidente significato simbolico. Ho letto un ottimo editoriale su questo fatto di Enzo Bettiza sulla Stampa, ma il commento più gustoso e centrato è questo.

Per la "storia dentro la storia", vale la pena di leggere questo articolo dall'interno della Cina.  


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mercoledì, ottobre 20, 2004

Solidarnosc e Comunismo

Solidarnosc è stato il segnale dell'inizio della fine per i regimi comunisti dell'Est europeo. E Jerzy Popieluszko il suo martire. Perchè il potere, prima di dichiararsi sconfitto, uccide. Sempre. Ma la figura di questo giovane prete, nel tempo diventerà sempre più significativa, per i polacchi prima, per gli europei poi.     

Don Jerzy il resistente (Luigi Geninazzi da Avvenire del 19-10-2004)

Per la Polonia fu un momento di grande dolore e di composta fierezza. Per il regime comunista semplicemente l'inizio della fine. Il 19 ottobre di vent'anni fa don Jerzy Popieluszko venne sequestrato e assassinato da tre agenti dei servizi segreti che, dopo averlo massacrato di botte, lo gettarono nelle acque gelide della Vistola. Oggi, sulla strada che da Torun conduce a Varsavia, nel punto dove venne rapito, c'è una croce d'abete con l'immagine della Madonna di Czestochowa. Il giallo inquietante tenne la Polonia col fiato sospeso per due settimane. A dare la notizia del rapimento fu l'autista di don Jerzy, Waldemar Chrostowski, un ex paracadutista che riuscì a saltar fuori dall'auto dei sequestratori e a dileguarsi nel bosco. Per lunghi giorni si continuò a sperare che «il cappellano di Solidarnosc» fosse ancora vivo. Fino a quando, il 27 ottobre, il capitano dagli occhi di ghiaccio Grzegorz Piotrowski confessò: «L'ho ucciso io, con le mie mani». Il corpo verrà poi ritrovato nel lago artificiale formato dalla diga di Wloclawek, un centinaio di km a nord di Varsavia. Lo choc fu immenso ma la nazione polacca lo affrontò senza cedere alla rabbia o alla violenza, memore delle parole che padre Jerzy soleva ripetere: «Dobbiamo vincere il male col bene». Chi era don Popieluszko? «Un fanatico politico, un Savonarola dell'anti-comunismo, un tipico esempio del clericalismo militante» l'aveva definito il portavoce del governo Jerzy Urban (oggi editore di una rivista porno-satirica). Il suo nome, insieme con altri sacerdoti vicini a Solidarnosc, stava su una lista nera che venne sottoposta alle autorità ecclesiastiche in vista di una espulsione. Per don Jerzy si profilava un periodo di studio a Roma, lontano dagli operai delle acciaierie Huta Warszawa ai quali era stato assegnato come cappellano dopo l'agosto 1980, data di nascita del libero sindacato. Ma intervenne il Vaticano e don Popieluszko rimase al suo posto. Aveva solo 37 anni ed era già diventato un simbolo per i pol acchi, nonostante l'aspetto modesto e il fisico malaticcio. Era un puro di cuore che dietro il viso da adolescente nascondeva una volontà di ferro e una passione incondizionata per la verità. Non era un politicante, anzi si mostrava fin troppo schivo e riservato. Quando una volta gli chiesi un'intervista rifiutò decisamente: «Sono solo un povero prete. Se vuol sapere come la penso venga a sentire quel che dico ai fedeli». Era lì, nella chiesa affollata all'inverosimile di san Stanislao Kostka, nel quartiere operaio di Zoliborz a Varsavia, che don Jerzy una volta al mese celebrava la «Messa per la patria», una tradizione che risaliva all'Ottocento quando la Polonia senza Stato difendeva la sua identità rifugiandosi sotto il manto della Chiesa cattolica. «Poichè con l'instaurazione della legge marziale (introdotta nel dicembre 1981, ndr) ci è stata tolta la libertà di parola, ascoltiamo la voce del nostro cuore e della nostra coscienza» diceva, invitando i polacchi «a vivere nella verità dei figli di Dio, non nella menzogna imposta dal regime». Oltre che di grande coraggio il piccolo don Jerzy era dotato di humour. A conclusione delle Messe per la patria chiedeva ai fedeli di pregare «per coloro che sono venuti qui per dovere professionale», mettendo in imbarazzo gli spioni del Sb, il servizio di sicurezza, che in chiesa si trovavano a loro agio come un sordomuto a un concerto rock. Avevano deciso di fargliela pagar cara. Iniziarono con le minacce, seguirono con le perquisizioni che portarono alla "scoperta" di materiale esplosivo in canonica e all'ordine d'arresto per il «prete sovversivo». Lui manteneva il suo sorriso triste da fanciullino. Fino a quando, la notte del 19 ottobre, gli maciullarono la bocca dopo avergli fracassato il cranio a colpi di manganello. Un delitto compiuto con ferocia bestiale, raccontato nei macabri dettagli dagli assassini nel corso di un drammatico processo. I mandanti non furono mai giudicati. Gli imputati vennero condannati ma ebbero la pena ridotta e sono già usciti tutti dal carcere. È triste ammetterlo, ma sembra che i crimini efferati di quel regime siano rimasti sepolti sotto le macerie del comunismo. Don Jerzy invece continua a vivere: sulla sua tomba si recano in pellegrinaggio milioni di persone che lo venerano come il testimone della resistenza morale e spirituale della nazione polacca. Dal 1997 è in corso la causa di beatificazione che sembra ormai vicina alla conclusione. Eroe della libertà e testimone della fede, don Popieluszko ci appare come «l'autentico profeta dell'Europa, quella che afferma la vita attraverso la morte», ha detto Giovanni Paolo II. Un messaggio più che mai attuale a vent'anni dal suo martirio.


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venerdì, ottobre 15, 2004

DINTORNI - NUOVI TOTALITARISMI

Nuove forme di totalitarismo si profilano all'orizzonte del XXI secolo. Come se la storia del XX secolo non fosse stata veramente "compresa".

Ci hanno molto colpito due articoli che, partendo dalla bocciatura al Parlamento Europeo di Rocco Buttiglione, delineano un clima culturale che in Europa si fa sempre più esteso e soffocante.

Il primo è il comunicato stampa di CL:

In medicina si parla di “eventi sentinella” per indicare fatti che segnalano il pericolo incombente di un’epidemia o di altri disordini patologici. La bocciatura da parte di un comitato del parlamento europeo di Rocco Buttiglione, quale candidato italiano a ricoprire la carica di commissario sembra uno di questi eventi. Il prof. Buttiglione presentandosi per assumere la carica di commissario alla giustizia e alla immigrazione, ha detto di essere cattolico e coerentemente di essere contrario al matrimonio dei gay e a una idea di femminilità che non contempli il ruolo naturale di madre di famiglia. Ha detto anche che questi sono i suoi pensieri e che li sosterrà, conscio e rispettoso della possibilità che il parlamento europeo non li accolga. Nonostante tale ultima dichiarazione gli è stato votato contro.

Altri eventi significativamente allarmanti sono: a Tolone, la proibizione rivolta a un prete di portare la tonaca in quanto “ostentazione” di segni religiosi; in Svezia, la condanna di un pastore protestante, che essendosi dichiarato contro i matrimoni gay, si sarebbe reso colpevole di discriminazione; nel Baden Wuerttemberg, l’equiparazione del velo delle suore a quello mussulmano e quindi il divieto del tribunale regionale di portarli entrambi durante l’insegnamento scolastico; per non parlare infine di quella forma di antisemitismo strisciante per cui gli ebrei sono buoni solo quando non sono israeliani o religiosi.

L’Europa che rifiuta le radici giudaico cristiane è senza radici ed è pericolosa. Come si sa, chi non conosce la storia è condannato a ripeterla, anche nei suoi aspetti peggiori e liberticidi. Non basta che prendano posizione la parte politica cui il prof. Buttiglione appartiene e le comunità religiose colpite dalle azioni sopra menzionate. Anche chi non fosse d’accordo con loro deve esprimersi. Siamo arrivati al punto in cui, con il pretesto di difendere la possibilità di tutti a professare la propria relativa verità, si sta introducendo un totalitarismo culturale che nega libertà di coscienza, pensiero e opinione. Che brutta fine ha fatto il motto della Rivoluzione Francese, “non sono d’accordo con le tue idee, ma mi batterò perché tu possa esprimerle”! I cattolici, in particolare, qualunque sia la loro opzione politica, non possono accettare di essere ridotti a un silenzio, che ormai rischia di non essere solo pubblico, ma anche privato.

Il secondo è un articolo di Blondet su Avvenire, che, anche se non condividiamo in toto, riprendiamo in alcuni stralci, che ci sembrano centrati:

(...) Il più duro e inatteso dal "Wall Street Journal" (il giornale della finanza americana): il quale ha spiegato ai suoi lettori che Mr. Buttiglione, durante l'interrogatorio davanti alla commissione esaminatrice, "ha stabilito una distinzione tra morale e legge" (ossia tra "peccato" e "delitto perseguibile"): distinzione evidentemente troppo sottile per i suoi ascoltatori.
Ma proprio questa distinzione negano "gli inquisitori laicisti d'Europa" (la definizione è sempre del "Wall Street Journal").
Vogliono che ciò che loro riescono a far diventare legge positiva, a colpi di maggioranza, sia obbligatoriamente accettato da tutti come bene morale. Non riconoscono alla coscienza il diritto di giudicare alla luce dell'etica la legge positiva. Per loro, è lo Stato a definire cosa è bene e cosa e male, ed è vietato fare obiezione, perché non riconoscono un'istanza superiore alla legge sancita dalle Camere o dai giudici.
Ma questa è precisamente la definizione dello "Stato etico" che, da Hegel scendendo a Marx e Lenin (a sinistra) e ad Hitler (a destra), incarna lo spirito totalitario del XX secolo. Sarà bene dirlo finché si può, perché questo nuovo spettro corre già per l'Europa, e Zapatero che legalizza le nozze gay e le adozioni fra omosex viene guardato da più parti come modello; la bocciatura di Buttiglione per le sue convinzioni già ci dice che l'Unione manca di robusti anticorpi contro questo neo-totalitarismo.
I vecchi generali sono pronti a vincere la guerra precedente, ma si fanno cogliere di sorpresa dalle strategie più aggiornate. I liberali e laici fanno lo stesso: s'aspettano che i nemici della libertà arrivino con le forme di ieri - la talare di Torquemada o gli stivali hitleriani - e non si accorgono che hanno altri costumi. Si aspettano che anche il nuovo totalitarismo venga con le leggi razziali o il militarismo, e magari non lo riconoscerebbero se arrivasse sul vento della "trasgressione" forzata e trapiantata nel cuore delle leggi. (...)

Segnalato da Albacete, la "Buttiglione controversy" viene presentato anche dai media americani, in particolare da ABC News. Ne riportiamo l'ultima battuta, che ci sembra molto chiara ed esplicita.

Sergio Lo Giudice, president of the Italian gay rights group Arcigay, said the decision showed the EU's strong commitment to human rights and its independence from the Roman Catholic Church. "We are pleased and reassured by the decision. The Vatican's backyard ends at the Alps," he told the ANSA news agency.

Altri approfondimenti su questo tema su stranocristiano e giona del 14 Ottobre.









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venerdì, ottobre 08, 2004

COMUNISMO e TOTALITARISMO

PANSA NEI BUCHI NERI DEL COMUNISMO di Roberto Beretta (da Avvenire - 8 Ottobre 2004)

Un uomo solo nel posto sbagliato (o in quello giusto, basta intendersi): prima contro Franco in Spagna, poi in esilio per colpa di Mussolini, quindi alla macchia come partigiano, e ancora in prima linea sul confine triestino, in seguito internato nel peggiore dei gulag di Tito - l'Isola Calva -, infine spina nel fianco del Pci di Togliatti...
Quante anime per un uomo, che per giunta aveva soltanto la pretesa di rimanere coerente con se stesso. E per questo si trovò sballottato tra i più ipocriti trasformismi del secolo scorso, tritato dai meccanismi implacabili (ma altalenanti) delle ideologie e delle dittature, sacrificato come vittima sull'altare della più cinica Realpolitik. Tutto questo in un corpo solo, quantunque più volte ferito e martoriato, fu Andrea Scano: irriducibile comunista sardo alla cui vicenda romanzesca (ma nient'affatto romanzata) è dedicato il nuovo, appassionante libro del giornalista e storico Giampaolo Pansa Prigionieri del silenzio (Sperling & Kupfer, pp. 446, euro 17).
Pansa: come mai - dopo «Il sangue dei vinti», dedicato alle vittime della giustizia sommaria partigiana - ha deciso di continuare sulla via dei «revisionismi»?
«Beh, intanto non penso che il revisionismo sia una brutta strada. Chiunque si occupa di storia, anche un dilettante come me, ha l'imperativo di "rivedere" sempre, di completare i buchi del passato, di illuminare le zone rimaste oscure. Io l'ho fatto non solo da ora. Né mi pongo il problema di bacchettare nessuno: dico ciò che penso, provo a raccontare qualcosa che gli altri non hanno mai narrato, o che hanno spiegato in modo parziale».
Ma perché accanirsi a sinistra?
«Intanto perché è un terreno poco dissodato dalla storia. E poi ho scritto tantissimo anche sulla resistenza e sul fascismo. Anzi, devo dire che - mettendo le pagine sulla bilancia - forse pesa di più il malloppo "antifascista"».
L'anno scorso lei compilò un affresco dei delitti partigiani. Que sta volta invece tratta della storia di un individuo solo.
«Che però non è solo la storia di un singolo... È la vicenda di un essere umano immerso nei grandi rivolgimenti politici e sociali, tra le guerre civili del '900, negli scontri fra ideologie. E apre uno spiraglio non solo sul dopoguerra italiano e sul Pci, ma pure sulla storia dell'Europa tout court, del comunismo internazionale e delle dittature».
In che senso?
«Penso che ci sia molto da scrivere di nuovo sulla storia del secolo scorso. C'è campo libero d'indagine e bisogna che gli storici italiani - in genere bravi anche se qualche volta troppo faziosi - si diano da fare».
«Mi sto rendendo conto - confessa a un certo punto un personaggio del libro - del vuoto in cui molti di noi comunisti, o presunti tali, siamo vissuti per anni».
«Sì, perché la sinistra non sa affatto che cosa è accaduto nel suo mondo. Ho chiesto una volta a un politico diessino assai importante se conoscesse il gulag dell'Isola Calva. "E che cos'è?", mi ha risposto. Ma davvero non sai niente? Non conosci che cosa hanno fatto i tuoi stessi compagni? Non per nulla c'è ancora gente che rimpiange Stalin e parla dei gulag come invenzione della Cia...».
Il suo eroe è comunque un solitario che, partito da uno dei posti più solitari d'Italia (la Sardegna e, in essa, il deserto ventoso di Capo Testa), attraversa pagando un pesantissimo biglietto i luoghi cruciali del '900: lo scontro tra rossi e neri, l'opposizione al fascismo, le contraddizioni della resistenza, i gulag comunisti...
«Ribadisco: non si tratta solo di un solitario. È qualcosa di più tragico: Scano è un vincitore, uno dei "soldati rossi" che hanno vinto la loro battaglia sgominando il fascismo e sperano di trasformare presto l'Italia in una repubblica socialista, che all'improvviso si trova nella situazione di vinti, e nel modo più terribile: cioè per mano dei suoi stessi compagni. È una specie di nemesi non tanto del pote re, ma delle ideologie: pratichi un'ideologia che vuole la distruzione dell'avversario? Ricorda che qualche volta anche tu puoi diventare il "nemico" per la tua stessa fede».
La teoria del comunismo come una «chiesa», che chiede il sacrificio totale dei suoi adepti... Ma allora la morale è: meglio non avere ideali, per lo meno così totalizzanti?
«No, non mi piace il relativismo assoluto, non ci credo. E nemmeno sono un cinico totale. Penso a una cosa più precisa, nel mio piccolo: e cioè che è meglio aver fiducia in ideologie che non prevedano l'annientamento dell'avversario. In princìpi che siano rispettosi delle vite altrui».
Scano sacrifica tutta la vita personale (famiglia, salute, anni) all'idea. Potrebbe essere una gigantesca figura tragica, oppure una piccola vittima del Moloch del potere. Lei da che parte sta?
«È proprio così: Scano è nello stesso tempo grandissimo e microscopico. Grande in rapporto alla debolezza umana: è uno che resiste, che non molla. Però purtroppo la storia del mondo ci obbliga a prender atto che, messo a confronto con ingranaggi pazzeschi come quelli del comunismo internazionale degli anni Cinquanta, egli è soltanto polvere. La sua è la sorte di milioni di uomini: immagino infatti che nei gulag sovietici ci siano stati molti resistenti; ma alla fine nessuno sa neppure che siano esistiti».
Valeva la pena comunque di credere nel comunismo?
«Alla fine del libro io e il mio immaginario interlocutore ci domandiamo se Scano ha buttato la sua vita. Secondo il "dover essere", certo lui è un gigante. Ma se pensiamo che si è speso per un'ideologia che ha seminato risultati terribili, la risposta qual è? Il lettore se la dia».
Nonostante tutto ciò che Scano subì sulla sua pelle di militante, tuttavia, l'idolo non è vacillato. E il sardo non ha mai disobbedito all'ordine disumano di tacere.
«Certo, Scano è un comunista. Se potessi interrogarlo adesso, ragionerebbe come Bertinotti... Eppure è riuscito a sopravvivere tre anni all'Isola Calva - l'isola del Male, l'isola dove piove sangue - senza macchiarsi di nefandezze morali: una prova di enorme forza interiore».
Scatta a volte nel racconto, tra gli stessi comunisti perseguitati dai compagni, il paragone col fascismo: non solo per le botte ricevute, ma per la mancanza di legalità. Peggio il tiranno rosso o quello nero?
«Sono questioni che, chi ha provato ambedue le esperienze, ha risolto a svantaggio dei comunisti: i gulag furono peggio del peggior lager nazista. Però non farei mai graduatorie del genere. Se un'ideologia prevede l'annientamento dell'avversario, conta poco che questo avvenga in modo drastico oppure soft».

























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mercoledì, ottobre 06, 2004

ANNUNCI. Il nuovo libro del PAPA "MEMORIA E IDENTITA'"

Si intitola "Memoria e identità" il nuovo libro di papa Wojtyla, la cui prossima pubblicazione viene annunciata oggi alla fiera di Francoforte dalla Rizzoli. Lo ha confermato il portavoce vaticano Joaquin Navarro-Valls. Secondo quando ha riferito il portavoce Navarro è un'opera di "filosofia della storia" in cui il Papa analizza l'Europa e i grandi temi come la "democrazia contemporanea e i diritti dell'uomo" nell'ambito del secolo appena trascorso, il Novecento e i nuovi scenari che si prefigurano nel nuovo millennio.


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I^ GUERRA MONDIALE e STORIA dentro la STORIA

Domenica scorsa e' stato beatificato Carlo I d'Asburgo. E' una figura interessantissima per capire cosa veramente e' stata la 1^ Guerra Mondiale ("l'inutile strage") e come si muove un "politico" o un "governante" cattolico anche in situazioni estreme come a lui e' toccato di vivere. Le sue proposte di compromesso e di pacificazione, se accettate, avrebbero cambiato cosi' profondamente l'evoluzione storica che forse non avremmo avuto i totalitarismi moderni... Ma ormai troppi argini erano stati gia' distrutti. Dal punto di vista storico, non si puo' dire che egli abbia avuto successo, ma la sua rimane una posizione che illumina la storia del suo tempo. Qui trovate degli articoli molto interessanti su questo protagonista del Novecento.


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SECOLO XX e dintorni, il secolo più violento nella storia dell'umanità