SECOLO XX e dintorni

lunedì, settembre 27, 2004

Di Eugenetica dovremo per forza occuparci. Troppi segnali arrivano in questo senso. Come sempre, anche per questo tema, il Novecento - e forse anche prima - rappresenta il secolo in cui tutto è iniziato, si è sviluppato, è stato teorizzato. Lo Stato intende dire cosa fare anche rispetto alla vita, al controllo delle nascite:sarà abortista e antiabortista, a seconda delle proprie esigenze. Comunque invasivo, comunque lesivo della libertà del singolo. Questo articolo da Avvenire di domenica 26-9-2004 rappresenta un interessante aiutoper introdurci al tema.

Gli Eugenetici dell'Italietta (di R. Cascioli)

«Chiamo degenerati tutti quegli esseri umani, i quali, pur sopravvivendo nella lotta per l'esistenza, sono deboli e portano i segni più o meno manifestamente di questa loro debolezza, tanto nelle forme fisiche che nel modo di operare; e chiamo degenerazione il fatto di individui e di loro discendenti, i quali nella lotta per l'esistenza non essendo periti, sopravvivono in condizioni inferiori, e sono poco atti a tutti i fenomeni della lotta susseguente». Così scriveva nel 1889 lo psicologo e antropologo Giuseppe Sergi, che più tardi - nel 1913 - diede vita al Comitato italiano di Studi eugenici. Anche in Italia dunque ci fu una scuola «eugenetica» che propugnava la selezione della razza, contemporanea alle Società di Eugenetica inglese e americana figlie del pensiero di Francis Galton. Non a caso lo stesso Sergi conosceva personalmente Galton e ne era un ammiratore. Con quelle Società Sergi si dimostra in sintonia anche per quel che riguarda i rimedi: «Io invoco per una serie di anni, una repressione violenta dei degenerati, quali sono i criminali, i vagabondi, i mendicanti professionali, i parassiti...».
Eppure in Italia tale «repressione violenta» - aborti forzati, sterilizzazioni e così via - non accadde e il movimento eugenetico rimase, tutto sommato, minoritario o comunque circoscritto all'eugenetica «positiva», ovvero a una selezione della razza centrata sul miglioramento delle condizioni igieniche e sanitarie. Almeno questo è quanto risulta dal corposo studio di Claudia Mantovani (Rigenerare la società. L'eugenetica in Italia dalle origini ottocentesche agli anni Trenta, Rubbettino, pagine 400, euro 25,00), che ha anche il merito indiretto di far capire che l'eugenetica non nasce e non è confinata alla Germania hitleriana, ma ha radici filosofiche e applicative ben più ampie geograficamente e ben più antiche nel tempo.
Restando al caso Italia, quali sono gli elementi caratteristici del nuovo movimento eugenetico?
«Direi che gli elementi fondanti sono due: anzitutto l'affermarsi del positivismo e della scuola antropologica lombrosiana, che danno origine a un approccio biologico della questione sociale; non a caso il Comitato di Studi Eugenici nasce all'interno della Società Romana di Antropologia. Tale corrente si fonde con l'utopia igienista, ovvero l'idea di un risanamento integrale della società a partire dalla medicina. E qui abbiamo lo sviluppo della medicina sociale entro la quale possiamo collocare anche il movimento eugenetico italiano».
Facendo un raffronto con le Società di eugenetica anglo-americane, si ha l'impressione che in Italia il movimento abbia avuto uno sviluppo diverso, malgrado il fondatore Giuseppe Sergi appaia in perfetta sintonia con i discepoli di Galton.
«È vero. In Italia gli strumenti dell'eugenetica "negativa" (controllo delle nascite, sterilizzazione forzata, certificazione prematrimoniale) non hanno successo, a parte la "visita medica prematrimoniale" dei fidanzati, che ebbe una certa popolarità tra i medici nel primo dopoguerra. Ma in generale a essere diffusi in Italia sono gli strumenti di eugenetica positiva, che poi rientrano nella medicina sociale: misure di prevenzione delle malattie, campagne contro la tubercolosi con la nascita dei sanatori, incentivi alla natalità, con misure a favore della maternità, lo sviluppo della puericoltura».
Incentivi alla natalità? Come è possibile che gli eugenetici italiani promuovano la natalità mentre i loro «colleghi» all'estero applicano un ferreo controllo delle nascite?
«Molto si deve alla concezione demografica di Corrado Gini, che rovescia il paradigma malthusiano: il benessere della collettività non è considerato inversamente proporzionale all'accrescimento demografico della popolazione, bensì direttamente proporzionale alla disponibilità numerica di materiale umano, preferibilmente a basso costo. C'è poi da considerare il diverso contesto sociale. In America, ad esempio, la questione eugenetica si lega a un forte processo di immigrazione e quindi alla preoccupazione che la razza bianca anglo-sassone possa essere fagocitata dalle altre. La stessa preoccupazione si avrà più tardi nella Germania nazista per la razza ariana».
A parte la questione demografica, l'applicazione dell'eugenetica in Italia resta però molto moderata, il che francamente contrasta con le citate premesse poste da Giuseppe Sergi.
«Credo che un fattore importante di moderazione in Italia sia stata la presenza della Chiesa cattolica. Pur nel clima pre-concordatario, si voleva chiaramente evitare uno scontro con la Chiesa su questi temi, per cui si propongono misure "positive", eticamente meno inquietanti. Non soltanto nei princìpi, ma anche nell'applicazione: nella mia ricerca non ho registrato fenomeni importanti come, ad esempio, le sterilizzazioni dei malati psichiatrici che invece erano comuni nei Paesi nord-europei, come la Svezia, la Danimarca».
In questi Paesi non c'era un problema di immigrazione, ma non c'è neanche un fattore cattolico. È un caso che nei Paesi protestanti si sviluppi l'eugenetica negativa?
«Guardi, nel mio studio non ho approfondito l'aspetto religioso, però posso rilevare che le Chiese protestanti sono fin dall'origine più aperte e disponibili nei confronti dell'eugenetica, mentre in Italia il fattore cattolico è stato elemento di moderazione».
Oggi si sta tornando, seppur timidamente, a parlare di eugenetica, ad esempio nel dibattito sulla fecondazione assistita o sulla clonazione. Lei che cosa ne pensa?
«Non c'è dubbio che oggi l'eugenetica ci sia ancora: la selezione degli embrioni è esattamente questo. Il pensiero che c'è sotto è che ci sono delle vite che non sono degne di essere vissute. La grande differenza che posso trovare con il movimento eugenetico di inizio Novecento è nel fatto che allora l'indegnità di una vita era valutata nel contrasto con l'interesse della collettività. Oggi invece è centrata sull'indi vidualità, sull'autodeterminazione. Per questo allora si chiedeva un maggiore intervento statale, oggi nella selezione degli embrioni si chiede invece meno Stato».















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venerdì, settembre 24, 2004
GROSSE NOVITA' sul CASO O'CONNOR (da Asianews.it)

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mercoledì, settembre 22, 2004

POLITICA e STORIOGRAFIA della Resistenza in ITALIA

Riprendiamo un articolo di Sergio Romano (Corriere della Sera 22-9-2004) a commento del pamphlet sulla Crisi dell'antifascismo di S. Luzzatto (Einaudi, pagine 105, euro 7), che ci sembra interessante per le indicazioni che offre, rispetto a chi, in Italia, ha 'fatto' la storia e quale prezzo ne abbiamo pagato in termini politici.

Sergio Luzzatto, autore di un pamphlet sulla Crisi dell’antifascismo a cui il Corriere ha già dedicato spazio nelle sue pagine culturali, ne conosce perfettamente le cause. Sa che l’antifascismo e la Resistenza sono stati largamente monopolizzati per quasi cinquant’anni dal Partito comunista. Constata che il crollo dell’impero sovietico, quindici anni fa, ha impietrito i comunisti italiani in una specie di imbarazzato silenzio. E non ignora che la nascita del bipolarismo è stata facilitata da una specie di amnistia storica per gli eredi del Partito fascista e della Repubblica di Salò. Ma queste ragioni non gli sembrano sufficienti a giustificare un fenomeno che rischia di pregiudicare, a suo parere, il futuro della democrazia italiana. Luzzatto non ama il relativismo storico e culturale, non crede che tutti i gatti siano bigi, non vuole che la «storia del Novecento anneghi nel mare dell’indistinzione», non pensa che i morti di una parte pesino quanto i morti dell’altra e non accetta che la memoria storica possa diventare materia di compromessi, patteggiamenti o, come accade in certi programmi televisivi, lottizzazione. La Resistenza (spero di riassumere bene il suo pensiero) ha liberato l’Italia da una potenza occupante, l’ha restituita all’onor del mondo e ha permesso la nascita di uno Stato democratico.
Oscurare l’importanza di questo evento con argomenti berlusconiani sull’egemonia comunista gli sembra sbagliato o, peggio, pericoloso. L’antifascismo quindi, conclude Luzzatto, è necessario all’identità del Paese e al suo futuro.
Questo non è un libro di storia. E’ un pamphlet sul presente e sul futuro della nazione italiana, quindi perfettamente legittimo e per di più, grazie allo stile e all’intelligenza dell’autore, straordinariamente efficace. Ma è pur sempre il libro di uno studioso che dovrebbe tener conto, pur nel suo brillante sfogo polemico, di alcuni fattori storici. Proverò a ricordarne alcuni.
So anch’io, beninteso, che il comunismo italiano non ebbe le responsabilità del comunismo sovietico e che è impossibile pretendere dagli elettori del Pci sentimenti e reazioni simili a quelli di quanti dovettero subire dopo il 1945 l’occupazione dell’Armata rossa e le dittature degli anni successivi. Come ogni uomo è giudicato buono o cattivo a seconda degli effetti che le sue azioni hanno su persone diverse, così una ideologia e un partito verranno giudicati a seconda del modo in cui influirono sulla vita di una particolare società. Ma vi sono aspetti che non è giusto trascurare.
In primo luogo il Pci non si è limitato a dominare la Resistenza. Per farne la base della sua legittimità e conquistare consensi in una più larga area del Paese, ha artificialmente prolungato nel tempo l’esistenza di una minaccia fascista e ha enormemente dilatato la definizione di fascista affibbiandola a chiunque (Montanelli ad esempio) osasse ricordargli i suoi legami con l’Urss. E poiché l’Urss, nel frattempo, faceva altrettanto su scala internazionale, l’antifascismo poteva comprensibilmente apparire strumento di una strategia «eversiva». Luzzatto ha ragione quando ricorda a Giampaolo Pansa, autore del Sangue dei vinti , che le ferite di una guerra civile non potevano «rimarginarsi, per incanto, entro ventiquattr’ore dal 25 aprile del 1945». Ma è davvero sorprendente che a molti italiani le stragi raccontate da Pansa sembrassero, dopo la fine del conflitto, la prosecuzione della guerra civile e un altro passo sulla strada della rivoluzione?
In secondo luogo il Pci promosse e difese in Italia, per più di tre decenni, la politica estera dell’Unione Sovietica. Non vi fu questione internazionale, dalla firma del Patto atlantico a quella del Mercato comune, dagli obblighi dell’appartenenza alla Nato al dibattito provocato dall’installazione dei missili SS20 nei territori occidentali dell’Urss, in cui il Pci non si sia allineato sulla posizione di Mosca.
Era inevitabile, in un Paese caratterizzato da un forte partito comunista, che la guerra fredda diventasse una guerra civile fredda. Supporre che tutto questo non abbia lasciato un segno e non abbia contribuito ad alimentare la diffidenza di molti italiani per il modo in cui il Pci usava la Resistenza mi sembra, francamente, poco realistico.
Vi è un terzo aspetto su cui temo che Luzzatto sarà ancora meno d’accordo. Negli anni della Resistenza il Pci fu un partito oggettivamente patriottico. Ma era l’erede della forze politiche che avevano denigrato la vittoria del Paese nella Grande guerra e sperato di importare in Italia la rivoluzione bolscevica. Quei due fattori, piaccia o no, contribuirono a ingrossare le file del fascismo e a garantirgli un consenso che superava di molto i suoi confini ideologici. Se non si tiene conto di questo antefatto è difficile capire perché i militanti fascisti della Repubblica di Salò potessero contare su una zona grigia variamente composta di simpatizzanti, dubbiosi, incerti o, più semplicemente, attendisti. Ed è ancora più difficile capire perché la parola onore abbia avuto per molti italiani, dal 1940 al 1945, significati diversi.
Fu questo appunto il grande dramma della guerra civile: divise, insieme agli italiani, il concetto dell’onore. Ed è questa la ragione per cui Ciampi, con un gesto disapprovato da Luzzatto, ritenne utile, per ricostituire l’unità del Paese, rendere omaggio ai morti di El Alamein.










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martedì, settembre 21, 2004

STORIA dentro la STORIA

Esce una biografia di Annalena Tonelli. Cristiana, laica che ha vissuto in mezzo ai musulmani in Somalia, e ha dato la vita per Cristo e per loro. Un libro da leggere. Eccone la presentazione di G. Fazzini dall'Avvenire di ieri.

L’ATTENTATO UN ANNO FA (di Gerolamo Fazzini da Avvenire 20-9-2004)

Il 5 ottobre del 2003 veniva uccisa a Borama. Ora un volume raccoglie le lettere e gli scritti inediti. Trent'anni trascorsi tra i somali malati e handicappati, guadagnandosi il rispetto dei musulmani. Credeva nel dialogo fra le religioni, ma già nel '93 mise in guardia dal fondamentalismo

«Chi uccide un giusto perché contrario alle sue opere feconda il bene che non può sopportare». Era il 1995 e Annalena Tonelli, missionaria laica forlivese, con queste parole di don Mazzolari si rivolgeva ai genitori di Graziella Fumagalli, cercando di consolarli per la perdita della sua amica dottoressa, anch'ella volontaria, trucidata in Somalia pochi giorni prima. Anche Annalena cadrà in Somalia, il 5 ottobre di un anno fa, vittima di estremisti musulmani, «contrari alle sue opere», invidiosi della simpatia che lei - cristiana - riscuoteva anche tra i seguaci di Allah.
I progetti di assistenza che Annalena gestiva - da sola, mobilitando a distanza centinaia di sostenitori - da allora proseguono a singhiozzo. Ma in tanti, in Somalia, non hanno dimenticato gli occhi azzurri e profondi di quella donna, tanto fragile quanto determinata. Eppure l'interessata, dopo aver speso trent'anni di vita per i somali, curando ammalati di tubercolosi, assistendo bambini e handicappati in zone remote dove nessuno si fidava ad andare, di sé diceva con disarmante semplicità: «Io sono nobody, nessuno».
Di Annalena, del suo oscuro ma fecondo magistero, della sua testimonianza silenziosa ed eloquente, tanti hanno saputo solo in occasione della morte, quando persino su giornali laici vennero pubblicati brani del suo testamento spirituale. Ora, grazie al lavoro di due giornalisti, Miela Fagiolo D'Attilia e Roberto Zanini, la statura spirituale di questa donna si può misurare più compiutamente, grazie a un libro che porta come titolo proprio quell'emblematica carta d'identità: Io sono nessuno (San Paolo, pagine 222, euro 14). Un libro che, oltre a ripercorrere l'intensa esistenza della Tonelli, ne propone una raccolta ragionata di scritti.
Pagine dalle quali emerge in tutta la sua freschezza la scelta di Annalena di «gridare il Vangelo con la vita», sulla scia di De Foucauld. Una scelta che ha portato Annalena a "sposare" i suoi somali, facendosi carico anche delle diffidenze e dei pericoli.
Annalena sapeva di rischiare, stando - da sola, donna e bianca, per di più non sposata - in un contesto integralmente musulmano, nel quale «non c'è nessun cristiano con cui io possa condividere», dove «due volte l'anno, intorno a Natale e intorno a Pasqua, il vescovo di Djibuti viene a dire la Messa per me e con me».
In una lettera del Natale 1993 (prima che l'opinione pubblica d'Occidente scoprisse i pericoli dell'islam radicale) Annalena scrive: «Recentemente qui a Merka si è aggiunto anche il problema dei fondamentalisti islamici che (…) preparano video falsati grazie ai quali attingevano e attingono ai fondi ingenti forniti dalla generosità dei popoli arabi. Ora hanno cominciato anche in collegio dove attirano orfani e molto più non orfani, offrendo loro tetto e materasso morbido e cibo abbondante e stanno potenziando la scuola che è in gran parte solo scuola islamica, dove le bambine stanno separate dai maschi e sono coperte dalla testa ai piedi con un piccolo spazio per gli occhi (…), un numero imprecisato di vestiti sotto il mantello per non far vedere le forme». Anche se sa che «il fondamentalismo è sicuramente una piaga», Annalena non si arrende. «Noi continuiamo la nostra strada di testimonianza silenziosa e naturale, testimoni ogni giorno di un Dio d'amore (…) che si è fatto incontrare da noi».
Credeva nel dialogo, Annalena. Senza nascondersi difficoltà e rischi. Ma la sua era una scommessa sui tempi lunghi, su una presenza fedele e discreta, nel segno del «come loro». «Il dialogo con le altre religioni è questo - scrive nel suo testamento spirituale -. È condivisione. Non c'è bisogno quasi di parole».
Credeva nel dialogo, Annalena, ma senza indietreggiare di un millimetro, senza dimenticare l'assoluta originalità del Vangelo. «Ogni giorno al Tb Center noi ci adoperiamo per la pace, per la comprensione reciproca, per imparare insieme a perdonare (…) Oh, il perdono, come è difficile il perdono! I miei musulmani fanno anche tanta fatica ad apprezzarlo, a volerlo per la loro vita».
La sua tenace dimostrazione di amore gratuito - capace di perdonare anche chi aveva tentato di ammazzarla - ha fatto breccia in tante delle innumerevoli persone che Annalena ha accostato durante la sua avventura africana. Solo alla luce di questo si capisce come mai donne musulmane avessero accettato che una straniera (per di più cristiana!) insegnasse loro - ben prima che la lotta alle mutilazioni genitali diventasse una bandiera delle femministe occidentali - come liberarsi da una pratica tanto antica quanto disumana.
Il paradosso è che a capire in profondità il segreto di quella donna umile è stato proprio un vecchio capo musulmano. «Noi musulmani abbiamo la fede - confidò una volta alla missionaria italiana - voi l'amore».











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giovedì, settembre 16, 2004
RICORDO DI WALTER TOBAGI
Ieri sera in TV, e' stata trasmessa una intervista di Claudio Martelli a Barbone, assassino reoconfesso di Walter Tobagi, giornalista del Corriere della Sera. Riportiamo uno dei suoi ultimi articoli, dove risulta evidente l'apertura alla realta' e il desiderio reale di capire, senza schematismi ideologici, le radici del terrorismo che in quegli anni insanguinava l'Italia. (Gia' da diversi anni, Barbone si e' pentito, ha rigettato la lotta armata e si e' avvicinato al cristianesimo.)
 
Nell'ateneo milanese non si arrendono alla paura di Walter Tobagi (Corriere della Sera, 21 marzo 1980)

Milano - Una mano ignota è passata tracciando col gesso nero la stella a cinque punte e la scritta «W BR». Il luogo dell'agguato disterà venti passi, in quel corridoio grigiolino, al secondo piano della Statale, che s'apre sulle tegole luccicose di pioggia. La scritta sembra fresca di mattinata. Con ogni probabilità l'ignoto simpatizzante s'è mescolato alle decine, centinaia di ragazzi che arrivano in silenzio, stanno fermi davanti ai mazzi di fiori, leggono i tatse-bao scritti con pennarelli neri e rossi. (...)
Metter piede all'università è come riprecipitare nel cuore delle emozioni più intense. Manifesti che annunciano il convegno su Stendhal. Pareti tappezzate di cartelli, un gigantesco supermarket di slogans e avvisi, c'è chi vende quattro boxers di razza, chi una chitarra più organetto elettrico a settantamila. Reclamizzano l'ultimo disco di Edoardo Bennato «Uffà uffà» e t'invitano al «teatro miele» per il seminario sul «Vissuto corporeo». Non potrebbe immaginarsi un luogo più emblematico della diaspora culturale, della confusione di valori che aggredisce ogni giorno migliaia di giovani. È un'epoca di incertezza, e l'università riflette questa condizione. (...)
Quale sia l'obiettivo politico dei terroristi è l'argomento che divide ancora e sempre i giudizi. Che cosa sperano di raggiungere con questa sequela di delitti? Rispondere a questa domanda vuol dire indicare, implicitamente, la via da seguire per battere il terrorismo. I muri della Statale offrono le risposte dei gruppi che si contendono l'egemonia ideologica a colpi di tatse-bao.
Quelli del Movimento lavoratori per il socialismo scrivono: «Sviluppiamo la vigilanza e la mobilitazione di massa contro il terrorismo». Quelli di Democrazia proletaria dicono: «Se vogliamo battere il terrorismo, dobbiamo rilanciare la lotta di massa». Sono ragionamenti che rispondono a una logica strettamente politica e ti lasciano l'ambiguità di un interrogativo: può la sola logica della politica sanare ferite che proprio l'esasperazione politica, il panpoliticismo ha favorito?
L'altra logica si ritrova nei tatse-bao di Comunione e Liberazione, che sono i più numerosi. All'ingresso dell'aula magna, hanno ricopiato a mano anche l'articolo di Giovanni Testori sul Corriere di ieri. E ad ogni cantone hanno affisso un lenzuolo che comincia «Quando la morte è fra noi» e contiene verità amare, domande imbarazzanti. Parla del «coraggio di riconoscere che politici e intellettuali, mezzi di comunicazione e mentalità comune hanno contribuito a distruggere, in questi decenni, i fattori che rendono possibile e giusta la convivenza». Denuncia che «la violenza del più forte» è diventata «l'unico criterio nei rapporti fra gli uomini. Se la verità non esiste, la condanna della violenza non ha verità».
Possiamo non essere d'accordo quando dicono che «solo l'incontro con uomini resi più liberi e più responsabili dalla verità del Cristianesimo ci permette ancora di sperare». Possiamo pensare che peccano d'integralismo. Ma non possiamo far finta che le loro domande non tocchino il cuore di una crisi che è anzitutto morale e ideale.
Il testo dell'articolo, così come appare qui, è quello riportato nel sito web del centro W.Tobagi.









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lunedì, settembre 13, 2004

IV GUERRA MONDIALE - La strage di Beslan

Ci è stato molto difficile scrivere di questo evento. Dopo una settimana in cui la Russia di Putin (uno stato non ancora democratico, che sta uscendo da settanta anni di totalitarismo comunista) è stata messa sotto scacco:due aerei abbattuti, un kamikaze che si è fatto esplodere all'ingresso della metropolitana di Mosca e infine tragicamente, la strage di bambini, mamme e insegnanti a Beslan, nella Ossezia del Nord, nel Caucaso da parte di un gruppo sedicente indipendentista ceceno.

Un giudizio che apre una prospettiva dopo quanto vissuto e visto in diretta in televisione lo si può trovare qui: è un articolo di Giorgio Vittadini. Sono parole molto difficili da concepire, ma reali.

Le prime avvisaglie di reazione da parte di Putin sono assai allarmanti: adesione all'idea di guerra preventiva al terrorismo e senza confini (probabile minaccia alla Georgia, che sta passando ad un governo filo occidentale e filo americano); ridiscussione della stessa struttura dello stato, con maggiore accentramento dei poteri rispetto alle autonomie attuali; chiusura totale rispetto al resto del mondo per quanto riguarda la soluzione del problema ceceno. Qui una sintesi di Geninazzi su Avvenire.

L'altro aspetto della strage di Beslan è che, insieme con il rapimento in Irak di Simona Torretta e Simona Pari - giovani donne italiane, pacifiste, della Ong "Un ponte per", con questi ultimi avvenimenti, il terrorismo fa un nuovo 'salto di qualità' anche rispetto alla mentalità e alla cultura musulmana. Lo spiega bene Padre Samir in una intervista ad AsiaNews. Altri contributi interessanti sono di Biloslavo e Casadei su Tempi.


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II GUERRA MONDIALE - 8 SETTEMBRE 1943

Un nostro caro amico e lettore ci segnala una delle ricorrenza più censurate della storia d'Italia (8 Settembre '43). Per ricordarla, ci segnala un sito che parla di un fatto drammatico accaduto in quei giorni (l'affondamento della corazzata Roma) e della situazione delle nostre forze armate.
Interessante perchè mostra:
- come le decisioni furono prese sulla pelle di chi combatteva,
- quanto grave fu il dramma di chi dovette obbedire
- la tragedia dei naufraghi della Roma (veramente toccante la testimonianza di Incisa Della Rocchetta, ufficiale più anziano sopravissuto).
Grazie Corrado!

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SECOLO XX e dintorni, il secolo più violento nella storia dell'umanità