lunedì, agosto 30, 2004
IV Guerra Mondiale
Ritorniamo ad occuparci della guerra mondiale in atto. Riproponiamo un editoriale di ANDRE’ GLUCKSMANN sul Corriere di oggi. Ci ricorda che tutto e' iniziato molto tempo fa, e che la rivoluzione iraniana del 1979 rappresenta l'inizio del consolidamento della posizione integralista islamica.
L’OCCIDENTE IN OSTAGGIO
Christian Chesnot e Georges Malbrunot, due giornalisti francesi, sono a loro volta minacciati di morte. Questa volta, nessuno può continuare a sbraitare assurdamente «è colpa di Bush». Questa volta la Francia governata da Chirac, l’anti-Bush mondiale, è a sua volta sottoposta al ricatto infetto degli assassini islamici. Un fascista non ha il senso delle sfumature: Parigi è contro l’intervento della coalizione in Iraq, e allora? Credete che i pendolari massacrati nella stazione di Atocha a Madrid fossero a favore? Pensate che a Enzo Baldoni sia stato chiesto un parere? Nessun rifugio per i giornalisti, nessun rifugio per le democrazie, nessun rifugio per i civili, camionisti turchi, lavoratori kuwaitiani, kenioti, americani, studentesse e studenti iracheni, nottambuli di Parigi o di Casablanca. La Francia si credeva al riparo, e il suo governo è stato piuttosto avaro di messaggi di sostegno e di compassione per gli italiani sottoposti da mesi agli atroci ultimatum dei ricattatori. L’Europa scopre che non serve a niente fare gli struzzi, con la testa nella sabbia, e deve ricordarsi che la guerra condotta dall’islamismo radicale non è cominciata con George Bush ma con Khomeini, e che questa sovversione terrorista pretende di essere senza frontiere. Ha luogo nelle scuole francesi come nel mausoleo di Alì contro tutti quelli che non ubbidiscono, credenti o non, musulmani o infedeli. Teheran, 1979. Portato al potere da manifestazioni gigantesche dove liberali, rivoluzionari e religiosi si confondono, l’ayatollah Khomeini ordina immediatamente che le donne portino il chador. Tutte le iraniane devono nascondere il loro corpo sotto veli neri. Tutte, giovani, anziane, credenti e non credenti, dalla testa ai piedi, sotto pena di prigione, flagellazione, lapidazione e altre inezie, morte compresa. La guida suprema, ansioso di istituzionalizzare la sua rivoluzione islamica, vuole dare al nuovo regime fondamenta di roccia. E questa roccia è lo statuto di inferiorità concesso alle donne. Il velo dovrà rendere eterno il suo potere. Alcune donne di Teheran non si lasciarono ingannare. Lungi dal considerare l’editto sul velo come un aspetto secondario, scesero in strada, ruppero con l’unanimismo che fino ad allora circondava il regime di Khomeini e lanciarono la prima manifestazione anti-islamista della storia. Furono abbandonate dagli uomini. Tutti, liberali, rivoluzionari, religiosi, credenti e non credenti. Alcuni versavano lacrime di coccodrillo e le richiamavano alla ragione. Il destino «spiacevole» promesso alle figlie dell’Iran non era che il danno collaterale di una liberazione, quanto al resto, generale. La strategia khomeinista si rivelò fruttuosa e contagiosa. Il pezzo di tessuto che le brigate dell’ordine morale imponevano a Teheran diventò uno stendardo politico universale, uno strumento di conquista, un’uniforme degna delle SA naziste, dice la mia amica Khalida Messaoudi, femminista algerina. Gli integralisti, tanto sunniti che sciiti, si erano ormai impossessati del messaggio: perseguitare, amputare, lapidare, sgozzare le donne che si ostinavano a rifiutare il velo. L’ayatollah ha fatto scuola ad Algeri, e il tentativo di velare le liceali, coltello alla gola, porterà a una serie di massacri senza precedenti, dove chi si oppone, bambini compresi, ha il collo tagliato come i montoni della Eid el-Adha, la festa del sacrificio. La sorte riservata alle donne prefigura la punizione di tutta una società. In Afghanistan, gli uomini rincararono la dose nel vietare l’esposizione di ogni più piccola parte di pelle. Il burqa , il velo integrale nella quale la donna soffoca e vede con difficoltà, si propagò e divenne l’emblema della dittatura dei talebani. Nelle scuole europee, nelle periferie delle metropoli, nel cuore delle zone alla deriva, ma anche nei quartieri alti, ragazze giovanissime, con le buone o con le cattive, si fecero strumenti visibili di un Islam aggressivo e conquistatore. Dei ragazzi, padri, soprattutto fratelli, si misero a dividere le donne in «puttane» (senza velo) o «sottomesse» (con il velo). Il trattamento delle «puttane» passa per gli insulti, i pugni, gli stupri e le tournantes , le violenze di gruppo. A Ivry, Francia, Souad viene bruciata viva. L’odio anti-occidentale è evidente. La nudità, la sessualità, l’uguaglianza degli uomini e delle donne sono regali avvelenati dei quali l’Occidente, nella sua grande perversione, si serve per sconvolgere le anime e i corpi. Khomeini ha visto giusto. Risvegliare un antagonismo che da millenni divide l’umanità non è un atavismo oscurantista destinato, a più o meno lungo termine, alla spazzatura della storia. Rischia, al contrario, di incendiare il XXI secolo per bruciare tutto il Pianeta. Ricordiamo che la legge francese proibisce di portare il velo solo nelle scuole primarie e secondarie (elementari e liceo, ndr ), e non certo per strada. Niente di più totalitario della pretesa di decidere il regolamento interno di licei e collegi delle banlieues francesi attraverso una cattura di ostaggi in Iraq! E perché non intervenire, allora, anche sul menu delle mense scolastiche? E la promiscuità nelle piscine? Il terrorismo senza frontiere, né scrupoli, né tabù, è una spada di Damocle sospesa su tutte le democrazie d’Europa. Spetta a chi assassina i giornalisti, a chi lapida le donne, alle bombe umane, di decretare come deve vivere, insegnare e divertirsi chi abita a Roma, Londra, Parigi? Non Bush, ma i terroristi islamici hanno cominciato le ostilità. Presto o tardi gli europei scopriranno la necessità di resistere e di resistere insieme. La mancanza di solidarietà delle autorità europee che ha accompagnato le uccisioni di Quattrocchi e di Baldoni è una vergogna. |
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sabato, agosto 21, 2004
"Penosa" intervista a Fassino su Togliatti
Sul Corriere di oggi. E' anche perchè non si vuole "chiudere" con il Novecento, che noi modestamente abbiamo aperto questo blog.
Hanno anche aperto un Forum di discussione: invitiamo tutti a dire la loro opinione.
Noi abbiamo detto la nostra:
Mi sembra inaccettabile considerare Togliatti al pari di De Gasperi. Perchè tutto quello che ha fatto De Gasperi è stato garantire e promuovere libertà e democrazia, politica ed economica, dovendo contenere o sconfiggere la presenza di un partito totalitario come quello comunista, guidato da Togliatti. Inoltre, Togliatti si "inventa" il cosiddetto partito nuovo a partire dagli scritti e dalle intuizioni sull'egemonia culturale di Gramsci, dopo averlo abbandonato umanamente e politicamente. Di questo Fassino non parla, glissa. E' grave che ancora oggi Fassino non condanni irrevocabilmente il totalitarismo comunista e possa parlare di "coesistenza" in Togliatti di due politiche: Togliatti ne aveva una sola, estremamente coerente e perseguita intelligentemente e tenacemente. Parlare di "partito non ideologico" è un'altra affermazione sconcertante: l'ideologia comunista è stata ed è ben presente nel quadro della politica italiana e Togliatti ne è stato uno dei massimi promotori.
Consigliamo a tutti il libro di Massimo Caprara: "Togliatti un ritratto da vicino" Itaca Libri Edizioni.
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Domani inizia a Rimini il 25^ Meeting (iniziato nel 1980).
Come presentazione, proponiamo l'intervista a Giancarlo Cesana sul Corriere di oggi.
«Stavo al quinto anno di Medicina in Statale, all’inizio del ’71, non è che fossi proprio un militante di sinistra ma insomma, sa com’era il clima del Sessantotto, facevo le occupazioni, e c’erano questi cartelli azzurri con su un pesce...». Che in greco si dice ichthùs , le lettere sono le iniziali della frase «Gesù Cristo Salvatore Figlio di Dio»: era il pesce acrostico dei primi cristiani? «Proprio quello. Li guardavo e mi dicevo: ma cos’è questa nuova setta?». E Giancarlo Cesana si fa una risata, «pensi che ai tempi del liceo avevo organizzato un gruppo contro i giessini di don Giussani», mai più avrebbe immaginato che della presunta «setta» sarebbe diventato, per così dire, il leader laico. E ora eccolo qua, nella sua Carate Brianza, una semplice casa a due piani, il cane lupo Zar a occhieggiare dietro la porta-finestra che dà in giardino, la foto con il Papa in salotto e lui, 56 anni, ordinario di Medicina del Lavoro e punto di riferimento di Comunione e liberazione, che alla vigilia del venticinquesimo Meeting di Rimini (da domani al 28 agosto) sta lì tranquillo e racconta il suo inizio: «Fu un caso, ero andato a trovare un amico in montagna, a Canazei, sotto un grande tendone che serviva da refettorio c’era un registratore, lo schiacciai e sentii una voce roca: quella di don Giussani». E intanto è già tempo di anniversari, si festeggia anche il cinquantesimo di Cl, lo slogan del Meeting invita a «tendere continuamente alla meta». E lei ha detto: «O rinasce adesso o non gliene frega niente a nessuno». Che cosa intendeva, professore? «Che un anniversario è il momento in cui si fa il punto, si riprende il senso della propria storia, è nell’inizio che è dato tutto lo sviluppo. Il problema di un movimento è stare nella sua origine, sennò si istituzionalizza, si clericalizza». Che significa stare nell’origine? «Ripartire da Cristo. La genialità di don Giussani è quella di aver comunicato la possibilità di riconoscere la presenza di Cristo non come meta ultraterrena, ma come possibilità di esperienza presente nella storia, come contenuto, strada e metodo. Un metodo critico colossale: rendersi conto, insieme con quelle che non vanno, delle cose che vanno, altrimenti si distrugge e basta. Diceva San Paolo: vagliate tutto e trattenete ciò che vale...». Ecco, a proposito di vaglio... «Sì, ho già capito...» Si dice che Cl abbia cominciato a guardare verso sinistra... «Vede, il Meeting è un punto di incontro e di amicizia, non è l’espressione di un partito ma di una esperienza presente nella società italiana e quindi cerca un dialogo con tutte le persone che hanno una posizione aperta, intelligente e critica nella società...». Compresi invitati come Enrico Letta e Pierluigi Bersani? «Di persona non li conosco, non li ho mai incontrati, ma senza dubbio sono persone che mostrano questo atteggiamento. È lo stesso criterio con cui invitiamo le persone del centrodestra: non dipende da un atteggiamento politico, ma culturale». E l’interesse sempre più marcato per il riformismo? «Lo intendo in senso generale, come quell’atteggiamento positivo che cerca di cambiare in meglio la società italiana, chiunque contribuisca in questo senso lo sentiamo come un alleato». Cl riformista? «Credo ci siano poche realtà riformiste come noi. Ma ancora scontiamo una serie di definizioni che ci diedero negli anni "duri", i ciellini "clericofascisti", cose così. E si dimentica che la fine del regime assembleare e il ritorno della democrazia nelle università venne compiuto da noi insieme alla Fgci, i giovani comunisti, e fu un gesto di apertura da parte di entrambi. Ecco, il Meeting è la testimonianza di questo, a Rimini arriva davvero di tutto». Siete delusi dal governo Berlusconi? «Non direi tanto delusi, perché non ci si è mai illusi: cambiare la situazione in Italia è come mettere mano a un castello di carte, ne togli una e viene giù tutto. Vediamo la fatica di ogni intervento riformatore, scuola, pensioni, welfare, appena si accenna a toccare qualcosa si scatenano le manifestazioni... Per come la vedo il riformismo italiano di oggi, specie a sinistra, è un’espressione personale, non ancora politica. Manca una politica di riforme. Berlusconi, per quanto poco abbia fatto, ha fatto più degli altri. Dall’altra parte c’è una critica generalizzata ma non ancora una proposta alternativa. E appena Rutelli ci ha provato, ad esempio sulle pensioni, si sono subito scatenate le polemiche». Dopo una decina d’anni, tornate a invitare la Cgil e il suo segretario, è un caso? «Direi proprio di no. È la volontà di un dialogo con tutti, in particolare con il leader di una componente sociale importantissima e, secondo me, attualmente conservatrice». E allora? «Il nostro problema è che non si può andare avanti in un clima di intolleranza, divisione, guerra civile non solo ideologica. Così noi cerchiamo tutte le strade che in qualche modo indichino un’apertura, una collaborazione anche fra gente che la pensa in modo diverso. La democrazia si basa sull’alternanza, bisogna tenerlo presente, e noi cerchiamo di valorizzare tutte le possibilità di collaborazione senza essere settari». Eppure Cl viene spesso vista come un movimento tetragono... «Secondo me è sbagliata la percezione che si ha di noi, la certezza riguardo all’esperienza vera che si sta facendo è il contrario di un atteggiamento definitorio, la verità non è una definizione ma una strada, la meta è infinita, e lungo la strada si possono presentare molte possibilità ed esperienze nuove». Al Meeting si parlerà anche dell’Iraq, si bruciano le chiese... «Ciò non toglie la certezza che esista anche un Islam moderato, cioè sinceramente religioso, e che si debba valorizzarne al massimo le esperienze. L’idea centrale è che non si risolve il problema facendo guerra a questo o a quel Paese. La Chiesa è severa nella condanna agli attacchi ma tende di continuo la mano, la strada è questa, non si può pensare di far diventare protagonisti della storia un miliardo di persone occupando, anche se ora andare via dall’Iraq non avrebbe senso». Don Giussani ha chiamato accanto a sé don Julián Carrón, quale sarà il futuro di Cl? «Don Giussani ha chiesto a Carrón di condividere la direzione del movimento, una posizione centrale, ma come ha spiegato lo stesso don Julián la guida del movimento è comunionale. Quanto al futuro, non so, sarà quel che sarà. In ogni caso, una personalità come don Giussani è insostituibile perché carismatica, porta con sé un dono che non si può "fotocopiare"». In che senso? «Anche in termini laici, carisma significa la capacità di far vivere ciò che altrimenti sarebbe morto. Don Giussani ha risvegliato in noi una fede che altrimenti sarebbe morta. È quello che è successo a me fin da quando sentii quella registrazione. Don Giussani domandava: cosa ha detto Gesù all’inizio della sua predicazione? Tutti rispondevano: amatevi. E lui: no, ha detto "venite e vedete". Per capire se un vino è buono, spiegava, l’unica è provarlo. Molti di noi hanno lasciato il cristianesimo solo perché non l’hanno conosciuto. Io invece ho cominciato così: un’impostazione sperimentale. Capito perché al Meeting invitiamo tutti?».
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giovedì, agosto 19, 2004
De Gasperi, uno dei più grandi statisti italiani ed europei del Novecento
Vedi l'intervista a Sergio Romano alla rivista '30 Giorni'.
Riportiamo alcuni stralci da un articolo di Avvenire di ieri 'Schuster, De Gasperi e la patria allo sbando' di Inos Biffi in cui si riporta il giudizio del Cardinal Schuster su De Gasperi.
(...) L’arcivescovo di Milano aveva sempre nutrito profonda stima per lui, tanto incompreso sia in alcuni settori della Chiesa sia nelle correnti più inquiete, e alla fine forse meno avvedute, del suo stesso partito, benché, di là da ogni dubbio, fosse lo statista più grande che un’obiettiva storia italiana, e non solo del secolo XX, potesse annoverare. De Gasperi morì, esausto, a Sella di Valsugana il 19 agosto 1954, pronunziando il nome di Gesù, e dopo aver dichiarato alla figlia: «Ho fatto ciò che era in mio potere, la mia coscienza è in pace». Il cardinale Schuster ne apprese la notizia nel seminario di Venegono dove, stremato e sofferente, stava trascorrendo, gli ultimi giorni della sua vita. Scrive Giovanni Colombo, allora rettore maggiore: «Il 19 agosto alle ore 8.30 gli fu riferito che la radio aveva annunciato la morte di Alcide De Gasperi. Un senso di tristezza desolata gli trasparì sul volto e si raccolse per qualche istante con le mani giunte in preghiera silenziosa. Alla fine disse: "Scompare dalla terra un cristiano umile e leale, che diede alla sua fede testimonianza intera nella sua vita privata e in quella pubblica. Come statista fu grande soprattutto per tre cose. Nella politica estera: ricondusse l’Italia vinta, prostrata, disprezzata ad assidersi con onore al consesso delle nazioni libere e civili. Nella politica interna: fu il Presidente della ricostruzione. Nella politica religiosa: salvò e consolidò il Concordato per il bene dell’Italia e della Chiesa". Sedutosi allo scrittoio, racchiuse i suoi commossi sentimenti in un breve messaggio alla diocesi, che l’Italia pubblicò il giorno appresso». Rievocando quel fatto il segretario di Schuster ricorda: «Con garbo mi rimproverò, perché non avrei dovuto comunicargli quella notizia così grave, quasi di sorpresa». «L’improvvisa morte di De Gasperi - diceva il cardinale nel suo messaggio - mi ha desolato. Credo che tutta intera la Nazione si associerà al comune lutto. Che cosa eravamo noi di dentro e di fuori della penisola nel 1945? Che cosa siamo adesso? Tutto questo lo si deve in gran parte al merito di De Gasperi […]. "Cunctando restituit rem" ["temporeggiando ha restaurato lo stato"]. Il Signore gli accordi l’eterno premio in vista di ciò che ha fatto per l’Italia». E a chi gli aveva manifestato il comune dolore aggiungeva: «I buoni appartengono al cielo; Dio soltanto ce li impresta perché compiano la loro umana missione e quindi li ritira». Un simile elogio sta anche a indicare la libertà di giudizio del cardinale Schuster. De Gasperi godeva di grande stima da parte del prosegretario di Stato Giovanni Battista Montini, ma - com’è noto - Pio XII, con grande amarezza del Presidente del Consiglio, dopo le elezioni amministrative di Roma nel ’52, si rifiutò di riceverlo in udienza, in occasione del 30° di matrimonio e dei voti perpetui della figlia suor Lucia. Allo stesso Pontefice sarebbero, in seguito, assai dispiaciute le chiare affermazioni di De Gasperi sulla laicità della politica: «Il credente agisce come cittadino nello spirito e nella lettera della Costituzione, ed impegna se stesso, la sua categoria, la sua classe, il suo partito, non la Chiesa», e La Civiltà Cattolica riceverà dal Papa l’ordine di replicare. E, tuttavia, Schuster non ebbe la minima esitazione a tessere dello statista il più alto e pubblico elogio.(...)
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martedì, agosto 17, 2004
Su Milosz, grande poeta del Novecento (di Fulvio Panzeri da Avvenire 15-08-2004)
«Da una parte ci sono la serenità, la fiducia, la fede, la bellezza delle cose terrene, l'umana attitudine all'entusiasmo, dall'altra il buio, la sfiducia, l'incredulità, l'atrocità delle cose terrene, l'umana attitudine al male. Quando scrivo, è vera la prima parte: quando non scrivo, la seconda. Devo dunque scrivere per salvarmi dallo sfacelo. Non molto filosofico come asserto, ma comprovato dall'esperienza». In queste riflessioni il poeta polacco Czeslaw Milosz, spentosi ieri, a 93 anni, nella sua casa di Cracovia, dove era tornato a vivere negli anni Novanta dopo il ritorno della Polonia alla democrazia, mette a nudo anche l'essenza della propria opera, quel continuo incedere, attraverso ironia e pietà, per giungere a decifrare il paesaggio sconvolto della storia del Novecento. Del resto per Milosz è sempre vera questa dicotomia che rappresenta anche la tragica essenza del suo discorso poetico ed umano, tanto che in un altro passo precisa: «Non ce la faccio a considerare normale il mondo. Per me è insieme magnifico e spaventoso, intollerabile. Tutto lascia pensare o che sia opera del diavolo, o che sia così com'è in conseguenza di una catastrofe primordiale. Nel secondo caso acquista pieno senso la morte in croce di un divino Redentore». C'è una forte attenzione nell'opera di Czeslaw Milosz al religioso, visto nell'ottica di una meditazione laica che possa dirimere questa diatriba di ordine non solo metafisico che ha sconvolto il secolo che gli è stato dato di vivere. Del resto ha affermato varie volte che «il poeta polacco sta sempre nel mezzo» e che «solo a prezzo di enormi sforzi vince dentro di sé l'angoscia ereditaria, codificata nella sua lingua, per le sorti di un Paese schiacciato fra due superpotenze». Nel suo ultimo, straordinario libro tradotto in Italia e apparso nel 1998 da Adelphi, Il cagnolino lungo la strada, ci presenta le sue riflessioni ultime, quelle di un uomo che è giunto alla nona decade della vita e guarda con estrema lucidità al tem po che ha interpretato e al significato del suo lavoro di scrittore. Da una parte è grato del dono che gli è stato fatto dalla vita, dall'altra sente la necessità di giungere all'essenziale, di poter interpretare ciò che ha visto alla luce di quel sentimento che sente crescere in lui e invaderlo, quello della pietà, «una pietà condannata ad essere sterile» e confessa: «Penso anche che, se potessi ricominciare da capo, ogni mia poesia sarebbe il profilo o il ritratto di una persona concreta, o più precisamente, un lamento sopra il suo destino». Un lamento sopra il destino del mondo, sulle oppressioni che è stato costretto a subire, l'opera di Czeslaw Milosz lo è senz'altro e si impone proprio per il coraggio e la chiarezza con cui descrive il labirinto dei sogni perduti, con l'estremo desiderio di «sentire che deve pur esserci una combinazione di parole in cui sia racchiusa, per così dire, l'essenza dell'orrore conosciuto in questo secolo». Czeslaw Milosz era nato a Seiteniai, in Lituania, nel 1911, nipote di un altro grande scrittore, Oscar V. Milosz, pressochè clandestino in Italia, autore di Miguel Manara (Jaca Book), una rievocazione storica e religiosa di grande forza, fortemente sostenuta in questi anni da don Luigi Giussani. Lo zio sarà la sua guida spirituale e a lui il nipote dedicherà un memorabile ritratto nel libro La terra di Ulro (Adelphi). Nel 1945, dopo la catastrofe della seconda guerra mondiale, la sua poesia riflette il cupo dolore degli anni bui e emerge una forte nostalgia per la terra dell'infanzia, mai dimenticata, tanto che ancora recentemente ricordava: «Sì, ci sono andato, e mi sono ritrovato nel paese dei miei tredici anni. Lì ero la stessa identica persona perché identico era il mio modo di percepire la direzione…Tutto era cambiato, ma la direzione era rimasta uguale». Un legame che è testimoniato anche in un libro in prosa, tradotto anche in italiano, La mia Europa (Adelphi), una particolarissima rievocazione che ha il pregio di farci conoscere la civiltà e le specificità di popoli che sono stati a lungo "sequestrati" nel nostro continente. Dopo la guerra diventa sostenitore del governo post-bellico instaurato dai sovietici a Varsavia e fa parte del corpo diplomatico fino al 1950. Poi, nel 1951, deluso dalle aspettative non mantenute dal comunismo, lascia la Polonia per fuggire in Occidente. Qui scrive un libro, La mente prigioniera (in italiano sempre da Adelphi), che anticipa tutte le tematiche che saranno al centro della letteratura dei dissidenti da Solzenicyn a Sinjavskij, mettendo in luce il rapporto di viltà e di asservimento che ha contrassegnato il rapporto tra un gran numero di intellettuali e il governo sovietico. Del resto, nella prefazione all'edizione italiana Milosz sottolineava con un certo sarcasmo: «Questo libro fu scritto a Parigi nel 1951-1952, cioè in un periodo in cui gli intellettuali francesi, nella loro maggioranza, risentivano la dipendenza del loro Paese dall'aiuto americano e riponevano le loro speranze in un mondo nuovo all'Est, governato da un leader di incomparabile saggezza e virtù - Stalin». Si stabilirà poi a Berkeley, insegnando letteratura e traducendo in polacco opere di lingua inglese, fino a quando nel 1980 riceverà il premio Nobel per la letteratura, che farà conoscere in tutto il mondo quella tragicità venata d'ironia su cui si fonda il suo pensiero, quella stessa che gli ha permesso di guardare alla nostra Storia con spirito libero, mettendo in evidenza la nuova forma che ha assunto, quella di «un campo di battaglia in cui operano forze cieche», che ha designato «l'era dell'uomo senzatetto».
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lunedì, agosto 16, 2004
Milosz, la poesia dell’esilio che unì l’Europa di VITTORIO STRADA (Corriere della Sera 15 Agosto 2004)
Quando l’Europa era divisa in due, prima ancora che il «muro di Berlino» ne materializzasse la spartizione e a spaccarla era la contrapposizione postbellica fra le democrazie liberali e il totalitarismo comunista, un poeta e letterato come il polacco Czeslaw Milosz (1911-2004) era ascritto a quella sorta di Europa di secondo grado che si era soliti chiamare «orientale». Era l’Europa sovietica ovvero sovietizzata, le cui antiche tradizione nazionali di libera cultura erano inadeguatamente conosciute, soffocate nella nuova comunità coatta dominata dal centro moscovita. Che cosa fosse questo dominio, al di là della sua tracotanza fondata sulla violenza repressiva, furono proprio gli europei «orientali» a illustrarlo con coraggiosa chiarezza, sulla base della loro esperienza individuale e collettiva, e tra i primi, con una forza analitica insuperabile, Milosz in un libro ancora oggi fondamentale dal titolo emblematico La mente prigioniera . In esso si spiegava il processo che può portare uno spirito libero a piegarsi non tanto alla violenza fisica di un potere assoluto, quanto alla pressione mentale di una ideologia che si pretende assoluta quanto il potere di cui è l’espressione e lo strumento: l’ideologia rivoluzionaria «marxista leninista» come essa si chiamava. Il paradosso, in cui si compendia la storia del dopoguerra, è che Milosz, con quel libro, europeo «orientale», secondo la classificazione sopraddetta, si dimostrava più europeo, nel senso della consapevolezza e probità intellettuale, di tanta parte della intellighenzia occidentale, parigina e romana, allora sorda a una voce libera, come ad altre di minore intensità ma non di minore autenticità, che si levavano dalla parte orientale e centrale del Vecchio Continente. Milosz, come saggista e come poeta, non solo risultava così primo cittadino di un’Europa allora, e in parte ancora oggi, di là da venire, ma dimostrava anche di possedere due qualità culturali che ancora oggi spesso sono carenti nella cultura europea occidentale. Imbevuto di spirito europeo, Milosz per immediata esperienza e conoscenza padroneggiava anche la cultura dell’estremo lembo d’Europa, quella russa. Nei suoi saggi, e di riflesso nella sua stessa poesia, i grandi della letteratura e del pensiero russo, da Dostoevskij e Shestov a Pasternak, sono presenti come essenziali punti di riferimento, visti in una luce critica che ne rinnova e ne approfondisce il significato. La Russia per lui, al di là delle vecchie diatribe su una sua o meno compiuta «europeità», è parte essenziale della storia spirituale europea, delle sue ricerche creative talora catastrofiche, e non un’appendice estrinseca rispetto a una comunità di destini della quale il cristianesimo nelle sue tre confessioni principali (cattolica, protestante, ortodossa) è stato, e tuttora rimane, anche se in modo affievolito, una fonte essenziale di vita e di ispirazione. Accanto alla Russia, l’America che Milosz apprezzava come seconda patria, come terra che diede asilo a lui e a tanti altri esuli dei due totalitarismi europei, nazista e comunista. Un europeo integrale come Milosz non poteva non allargare il suo orizzonte spirituale a quel prolungamento originale e peculiare che l’Europa ha trovato oltreoceano: restando europeo, come altrimenti non poteva essere, Milosz seppe aprirsi a una realtà che per lui non era soltanto una terra di accoglienza ma un mondo di nuova esperienza e di arricchimento interiore. La poesia di Milosz, frutto squisito in cui emozione e ragione collaborano a dar vita alla limpida visione di una moderna esperienza vissuta personale e storica, è, assieme ai suoi saggi aperti alla realtà culturale e a una sorta di sovrarealtà visionaria, una delle più autentiche e sofferte del Novecento, un secolo lungo e arduo che questo letterato «orientale» percorse con ardita indipendenza, meritando come pochi il titolo di poeta europeo senza altre specificazioni e di saggista occidentale, intendendo questa parola non nel senso di uno spazio ma in quello di una civiltà. Milosz appartiene a una categoria eterna, se si vuole, ma tremendamente attuale per il ventesimo secolo che ha sradicato dal loro suolo non solo interi popoli ma anche singole personalità e, in particolare, grandi poeti: la categoria dell’esiliato dalla propria terra e da un intero continente. Non è un caso che laureati del premio Nobel siano stati Milosz e Brodskij né si possono dimenticare Aleksandr Solzenicyn e quell’esiliato in patria che è stato Boris Pasternak. Di questo amaro destino Milosz è stato consapevole tanto che nel suo discorso per l’assegnazione del Nobel ha detto: «Un santo patrono di tutti i poeti in esilio, che visita le loro città e province solo nel ricordo, è sempre Dante. Ma come è aumentato il numero di Firenze!» Quanto a Iosif Brodskij queste sue parole su un suo compagno di sorte e sulla qualità della sua poesia possono concludere questo ricordo di Milosz: «La poesia di Czelaw Milosz…non risponde alla domanda "come vivere", ma a quella "per cosa vivere"».
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SECOLO XX e dintorni, il secolo più violento nella storia dell'umanità
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