SECOLO XX e dintorni

sabato, luglio 31, 2004

NOTIZIE DEL SITO

Cari amici, ricordatevi, se non l'avete già fatto, di modificare il link al nostro blog che cambia, per motivi indipendenti da noi, in http://solo900.splinder.com , grazie.


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venerdì, luglio 30, 2004

ULTIME SU O'CONNOR

Da Asianews. Ricordiamo sempre la possibilità di mandare delle cartoline ad O'Connor in prigione. Qui trovate l'indirizzo.


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lunedì, luglio 26, 2004

1914 Un affare tedesco (di Antonio Giorgi da Avvenire Sabato 24 Luglio 2004)

Novant'anni fa di questi giorni la vecchia Europa in preda alla follia correva con incoscienza criminale verso il baratro, uno scontro all'ultimo sangue, un conflitto che si annunciava mondiale che veniva presentato come la guerra che avrebbe messo fine a tutte le guerre: «Le macchinazioni di un avversario pieno di odio mi costringono ad impugnare la spada», scriveva l'imperatore d'Austria e re d'Ungheria Francesco Giuseppe nel proclama ai suoi popoli dopo l'apertura delle ostilità contro la Serbia il 28 luglio 1914. Il 30 San Pietroburgo mobilitava, il 31 naufragava l'ultima mediazione inglese e il Kaiser dichiarava guerra allo zar, il 3 agosto Parigi scendeva in guerra contro Berlino imitata il giorno successivo da Londra. Il 6 agosto infine era l'Austria-Ungheria ad attaccare la Russia, mentre l'11 e il 12 Francia e Regno Unito avviavano le ostilità verso Vienna. L'Italia aspetterà il maggio successivo quando le fucilate dei finanzieri della dogana di Ponte Caffaro la faranno entrare nella sanguinosa partita. «Oggi possiamo dirlo, l'attacco alla Serbia fu il primo passo di un disegno più ampio che mirava a razionalizzare, cioè a semplificare la carta geografica dell'Europa», commenta Danilo Veneruso, ordinario di storia contemporanea all'università di Genova, autore di vasti studi sulla prima guerra mondiale e sul pontificato di Benedetto XV.
Andiamo con ordine, professore. La vulgata corrente afferma che tutto cominciò come rappresaglia all'attentato di Sarajevo contro l'erede imperiale austriaco.
«Fu il pretesto. In realtà il quadro europeo era complesso e gli imperi centrali attraversavano un momento di svolta. C'era stata l'intesa franco-russa del 1906 maturata con l'appoggio esterno degli inglesi, c'erano stati gli scacchi diplomatici di Berlino e Vienna a seguito delle guerre balcaniche del 1912-13, scacchi che avevano contribuito a saldare meglio le due potenze, già vincolate da un'alleanza che comprendeva l'Italia».
Appunto, la saldatura non vede protagonista il nostro Paese, pure membro della Triplice dal 1882 e del cui comportamento leale era stata a suo tempo Berlino a farsi garante verso una Vienna diffidente.
«Eravamo fuori perché era questione di pangermanesimo. Il pangermanesimo faceva da collante, Vienna non si rendeva conto che questo legame perverso avviava l'Austria-Ungheria su un percorso suicida dato il carattere sovranazionale del suo impero. Pangermanesimo e dimensione sovranazionale erano inconciliabili, esprimevano concetti e realtà che facevano a pugni. Si dimentica però un altro dato: la guerra fu un affare interamente tedesco, il successore di Francesco Giuseppe alla Hofburg, l'imperatore Carlo I, fece sforzi enormi quanto inutili per uscirne. Si trascura anche il fatto che il pangermanesimo spingeva verso est inducendo a cercare lo spazio vitale, il Lebensraum, a casa dei russi. Insomma, si accarezzava il progetto di trasformare l'impero zarista in una colonia di Berlino, sia pure sotto la maschera di copertura del protettorato. Immaginiamo se la Gran Bretagna, all'inizio restia ad impegnarsi in una guerra, poteva accettare il colonialismo in Europa, con lo scardinamento di equilibri che questo avrebbe comportato».
Dunque la guerra, il grande macello, inizia con gli spari di Gavrilo Princip e l'attacco alla Serbia. Che c'entra la semplificazione della carta d'Europa? Dalla guerra usciranno più Stati di quelli preesistenti.
«Cambiare la mappa continentale era l'obiettivo tedesco. Diminuire gli Stati, inglobare quelli piccoli come il Belgio era nelle ambizioni di Berlino, ma certo il Belgio non poteva accettare di essere vittima della semplificazione delle mappe geografiche. Ecco allora per gli imperi centrali la necessità della guerra su due fronti, ad est contro il mondo slavo, ad ovest contro gli anglo-francesi. Dal primo al 9 agosto 1914 per i tedeschi massicciamente impegnati contro la Francia in un Blitzkrieg con obiettivo Parigi la marcia sarà quasi una passeggiata».
Invece sul fronte orientale?
«I russi affrontano formazioni tedesche di veterani e minacciano di arrivare a Berlino. Il Kaiser è costretto a distogliere grossi contingenti impegnati contro la Francia e ai laghi Masuri per i russi sarà batosta. Ma il prezzo pagato dai tedeschi fu enorme: inchiodati sulla Marna dai franco-inglesi si impantaneranno nella guerra di logoramento che in presenza del blocco navale imposto da Londra significherà per la Germania imperiale l'inizio dell'asfissia. Nel 1917 arriveranno gli americani».
Torniamo alla fase iniziale di un conflitto che ha avuto per padri il pangermanesimo, una certa attitudine colonialistica, la voglia di semplificazione del quadro geopolitico continentale a vantaggio di Berlino. L'Austria-Ungheria cosa guadagnava? Franz Herre scrive che Francesco Giuseppe aveva capito subito che l'Austria-Ungheria era subordinata all'impero tedesco. Perché Vienna cadde nella trappola dell'ultimatum alla Serbia?
«Questo è il punto. Pochi ricordano che dopo l'attentato del 28 giugno che costò la vita a Francesco Ferdinando e alla moglie da tutta Europa giunsero alla Hofburg inimmaginabili manifestazioni di solidarietà. Vienna doveva capitalizzare quel consenso, quei sentimenti spontaneamente espressi da tutte le cancellerie. Se invece di cedere alle lusinghe del pangermanesimo l'Austria-Ungheria avesse mantenuto dopo Sarajevo un minimo di sangue freddo la storia dell'Europa sarebbe stata diversa».
La Prima guerra mondiale è stata classificata - come la seconda - alla stregua di una guerra civile europea tra popoli figli della stessa cultura, cresciuti nella stessa religione cristiana. Ancora oggi ci si chiede come quell'immane macello abbia potuto scatenarsi.
«Se lo chiese Benedetto XV, succeduto a Pio X morto il 20 agosto 1914 dopo aver pianto vedendo partire da Roma i seminaristi austro-tedeschi richiamati in patria. Papa Della Chiesa dedicò larga parte della prima enciclica Ad beatissimi - del novembre successivo - alla guerra scoppiata «perché gli Stati e le società cristiane hanno fatto apostasia del cristianesimo». Parole illuminanti. Genti cristiane da 2000 anni si sentivano prigioniere di miti assurdi come il nazionalismo, avevano perduto il senso religioso dell'appartenenza, smarrito una visione d'insieme condivisa e condivisibile. L'approdo al nichilismo fu l'altro padre della grande guerra».















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sabato, luglio 24, 2004

Simbolo di PACE, nel 1993 era stato distrutto durante la guerra in Bosnia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ieri è stato inaugurato il nuovo ponte che collega Mostar. L'originale del XVI secolo, ora riprodotto fedelmente, era stato distrutto nel 1993 dalle milizie croate.


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mercoledì, luglio 21, 2004

LIBERATE IL CRISTIANO O'CONNOR

Continua la campagna per liberare il cristiano O'Connor sempre in carcere in Arabia Saudita, soltanto per il suo credo religioso.

Qui trovate gli aggiornamenti della campagna. Aderiamo all'invito di Stranocristiano di continuare la campagna mandandogli delle cartoline - anche dai luoghi di villeggiatura.

L’indirizzo è:
Mr. Brian O’Connor
c/o the Prison Director
Al-Hair Prison
Cell #9
Riyadh City
Saudi Arabia


O’ Connor conosce l’inglese. Leggere cartoline di solidarietà lo sosterrà moralmente e i suoi carcerieri sapranno che molti lo conoscono e lo ricordano. Ognuno gli scriva quel che vuole. Due righe del tipo:
Dear Brian, I want to let you know you are in my prayers for a safe return home to your loved ones. Stand tall and be proud: you are not alone.
e poi la firma.












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martedì, luglio 20, 2004

Cosa bisogna leggere per sapere queste notizie? Vi ricordate la rivoluzione sandinista in Nicaragua?

(dal Blog di Magister)

Sandino addio. Daniel Ortega si arrende al nemico

Daniel Ortega, il presidente del Nicaragua negli anni ruggenti del dominio sandinista, ha proposto il Nobel per la pace per quello che fu il suo arcinemico, il cardinale Miguel Obando Bravo.Al cardinale, Ortega ha chiesto anche di celebrare una messa per le 45.000 vittime della guerra civile che insanguinò il Nicaragua negli anni Ottanta.

Obando ha accettato. La messa sarà celebrata il 19 luglio, 25 anniversario della rivoluzione sandinista.

A quella rivoluzione diedero man forte diversi preti cattolici, alcuni dei quali divennero ministri. Giovanni Paolo II, in visita a Managua nel marzo del 1983, li redarguì in pubblico. Li paragonò ai "ladri e briganti" della parabola del buon pastore. Durante la messa, faticò molto a domare i militanti sandinisti che gli rumoreggiavano contro.


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mercoledì, luglio 14, 2004

Autobiografia di Vittorio Strada (dal Corriere della Sera - D. Fertilio)

Mal di Russia, sicuramente: è questo il motivo conduttore nell’autobiografia di Vittorio Strada. In «Autoritratto autocritico» (ed. liberal, pagg. 260, 16) esso si manifesta dapprima come rivelazione: «I fratelli Karamazov» di Dostoevskij irrompono nella sua vita di studente ginnasiale. Si ripresenta poi sotto forma di amore per Lenin, per John Reed e il suo encomiastico reportage sulla rivoluzione bolscevica, quindi per la mitica casa editrice Einaudi, la prosa di Lukács e il Pci togliattiano. Ancora mal di Russia più tardi, con palpiti di speranza per il mitico "disgelo" kruscioviano e simpatia per il primo manifestarsi di una intellighenzia sovietica non conformista. E' sempre la stessa fatale seduzione, a ben vedere, a indicargli la via nell'ora della verità, quando decide di sfidare l'apparato moscovita pur di sposare una donna russa e farla emigrare avventurosamente in Italia. Altri momenti salienti: le confidenze di Pasternak, raccolte nella sua dacia di Peredelkino, riguardo al destino del «Dottor Zivago»; il duello ideologico con lo scrittore stalinista Kocetov, culminato per disgrazia del suo avversario in una provocazione letteraria seguita dal suicidio. C'è talmente tanto, nella «autobiografia autocritica» dello slavista più famoso d'Italia, dai suoi altalenanti rapporti con Togliatti all'uscita dal Pci, dall'incontro con Craxi alla direzione dell'istituto di cultura italiano a Mosca, alle tante esperienze giornalistiche fino all'approdo al «Corriere», da farne un personaggio da romanzo russo. Uno di quelli poliedrici e complessi, alla Bulgakov: perché l'"autoritratto" allude agli aspetti personali, intimi, all’esigenza di giustizia; e l'"autocritica" alla descrizione della propria evoluzione ideologica costellata di errori e illuminazioni, un percorso da Marx al liberalismo, intrecciato però alle convulsioni e metamorfosi subite dalla Russia. Vittorio Strada si autodescrive in terza persona, servendosi delle sole iniziali, "viesse": quasi a raffreddare il magma delle passioni, criticandole senza però rinnegarle, o rimuoverle. Perché - conclude - è meglio un ex che un post comunista: meglio soffrire e guarire che autoassolversi negando il passato.


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Autobiografia di Vittorio Strada (dal Corriere della Sera - D. Fertilio)

Mal di Russia, sicuramente: è questo il motivo conduttore nell’autobiografia di Vittorio Strada. In «Autoritratto autocritico» (ed. liberal, pagg. 260, 16) esso si manifesta dapprima come rivelazione: «I fratelli Karamazov» di Dostoevskij irrompono nella sua vita di studente ginnasiale. Si ripresenta poi sotto forma di amore per Lenin, per John Reed e il suo encomiastico reportage sulla rivoluzione bolscevica, quindi per la mitica casa editrice Einaudi, la prosa di Lukács e il Pci togliattiano. Ancora mal di Russia più tardi, con palpiti di speranza per il mitico "disgelo" kruscioviano e simpatia per il primo manifestarsi di una intellighenzia sovietica non conformista. E' sempre la stessa fatale seduzione, a ben vedere, a indicargli la via nell'ora della verità, quando decide di sfidare l'apparato moscovita pur di sposare una donna russa e farla emigrare avventurosamente in Italia. Altri momenti salienti: le confidenze di Pasternak, raccolte nella sua dacia di Peredelkino, riguardo al destino del «Dottor Zivago»; il duello ideologico con lo scrittore stalinista Kocetov, culminato per disgrazia del suo avversario in una provocazione letteraria seguita dal suicidio. C'è talmente tanto, nella «autobiografia autocritica» dello slavista più famoso d'Italia, dai suoi altalenanti rapporti con Togliatti all'uscita dal Pci, dall'incontro con Craxi alla direzione dell'istituto di cultura italiano a Mosca, alle tante esperienze giornalistiche fino all'approdo al «Corriere», da farne un personaggio da romanzo russo. Uno di quelli poliedrici e complessi, alla Bulgakov: perché l'"autoritratto" allude agli aspetti personali, intimi, all’esigenza di giustizia; e l'"autocritica" alla descrizione della propria evoluzione ideologica costellata di errori e illuminazioni, un percorso da Marx al liberalismo, intrecciato però alle convulsioni e metamorfosi subite dalla Russia. Vittorio Strada si autodescrive in terza persona, servendosi delle sole iniziali, "viesse": quasi a raffreddare il magma delle passioni, criticandole senza però rinnegarle, o rimuoverle. Perché - conclude - è meglio un ex che un post comunista: meglio soffrire e guarire che autoassolversi negando il passato.


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Presentazione del libro LA RIVOLTA  - dal Corriere della Sera (pagina della Cultura)

Il 27 gennaio 1945, nel pieno dell'offensiva che entro tre mesi l'avrebbe condotta a Berlino, l'Armata rossa raggiunse, una cinquantina di chilometri a ovest di Cracovia, il lager nazista di Auschwitz. Soldati a cavallo ne aprirono gli infami cancelli. Per una manciata di sopravvissuti del campo, fra cui Primo Levi, cominciò allora la «tregua» fra l'orrore indicibile dello sterminio e il peso insostenibile del suo ricordo. Da qualche anno a questa parte, noi celebriamo il 27 gennaio appunto come un difficile, eppure necessario, giorno della memoria. Ma al di là della liberazione di Auschwitz, risulta del tutto incongruo pensare all'avanzata sovietica in Polonia come a qualcosa di storicamente liberatorio. Al contrario, la marcia trionfale dei soldati comunisti dalla Vistola all'Oder creò le condizioni per il lungo asservimento della Polonia all'Unione Sovietica. Oltreché i meriti militari dell'Armata rossa (capace sul fronte orientale di sconfiggere due milioni di combattenti tedeschi, mentre sul fronte occidentale gli alleati faticavano ad avere ragione di un milione), contarono allora le scelte politiche di Washington e di Londra. Pur di conservare Stalin come alleato nella guerra contro il Giappone, Roosevelt e Churchill non esitarono a lasciargli mano libera in Europa orientale.
Da secoli posta in gioco nell'interminabile conflitto dei teutoni contro gli slavi, la città di Varsavia divenne così, fra 1944 e '45, il palcoscenico di una tragedia dove i polacchi recitarono una volta di più il ruolo delle vittime designate. Straordinaria tragedia non soltanto politica e militare, ma anche culturale ed umana, che ci è dato ora di ritrovare grazie a un volume di Norman Davies in uscita da Rizzoli, La rivolta (pp. 832, 22). Libro ponderoso, a tratti indigesto (anche per la mediocrità della traduzione), comunque fondamentale per meglio intendere uno snodo decisivo nella storia del Novecento: il precipitare della Polonia «dalla padella nazista alla brace sovietica».
Durante la seconda guerra mondiale, in nessun paese d'Europa l'occupazione tedesca fu altrettanto brutale che in terra polacca: coerentemente con il principio per cui la popolazione locale era due volte «subumana», in quanto snaturata sommatoria di slavi e di ebrei. Affidato al controllo delle SS e retto dall'ex consigliere legale di Hitler, Hans Frank, il cosiddetto «Governatorato generale» era uno Stato di polizia dove non vigeva altra legge che l'ideologia razziale dei nazisti (non per caso, includeva entro i propri confini i maggiori campi di concentramento e di sterminio: Auschwitz-Birkenau, Maidanek, Treblinka, Sobibor). La sua missione, secondo la sintesi di Frank degli ordini del Führer, consisteva nell'«uccidere tutti i polacchi, a ogni costo».
La Polonia fu a tal punto ridotta in schiavitù da rendere proibitiva la nascita di qualsiasi forma di collaborazionismo. Neppure i più antisemiti fra i cattolici, neppure i più reazionari fra gli industriali pensarono bene di allearsi con l'occupante tedesco. Piuttosto, le circostanze furono tali da rendere quasi insignificante ogni distinzione fra resistenza armata e resistenza civile. Fedeli alla lezione degli avi, che nell'Ottocento avevano fatto della Polonia il simbolo stesso di una nazione in lotta per la libertà, e sostenuti dal capillare sostegno della Chiesa, i polacchi diedero vita al più massiccio e meglio organizzato fra tutti i movimenti nazionali di resistenza contro il nazismo.
Le funamboliche missioni dei corrieri clandestini, che portavano in Polonia gli ordini del governo in esilio a Londra; le impeccabili trame dei militanti sovversivi, che a colpi di attentati dimostravano precario l'ordine tedesco regnante a Varsavia: altrettante pietre miliari nella storia della Resistenza in Europa. Ma più impressionanti ancora sono alcuni caratteri originali della rinnovata lotta polacca per la libertà: la determinazione dei preti, dei monaci, delle suore, nel fare delle parrocchie e dei conventi un’infrastruttura logistica per l'azione cospirativa, quando non per la lotta armata; la quasi incredibile lungimiranza culturale per cui la Resistenza polacca non si accontentò di promuovere un'editoria clandestina, ma assegnò ai più promettenti fra gli adepti anche borse di studio e di ricerca…
Il 1° agosto del 1944, quando l'Armata rossa si trovava ormai a pochi chilometri da Varsavia, la Resistenza trasmise l'ordine di insurrezione della città: perché la capitale della Polonia mostrasse al mondo intero di sapersi liberare da sola, senza attendere l'arrivo dei sovietici. Ci si aspettava di dover fronteggiare la reazione tedesca appena per qualche giorno, sino a che l'Armata rossa non avesse rotto gli indugi e traversato la Vistola. Seguirono, invece, sessantatre' giorni di autentica passione: con gli occupati decisi a combattere fino all'ultimo uomo e all'ultima donna, con gli occupanti tanto furiosi per l'eroismo di Varsavia quanto risoluti a ricambiarlo radendo al suolo la città e decimandone gli abitanti. Il 2 ottobre, i capi della rivolta si rassegnarono a firmare la resa di una capitale la cui insurrezione era costata decine di migliaia di morti.
Si assistette così al più doloroso paradosso nella storia militare della seconda guerra mondiale: sebbene in rotta, le forze armate della Germania nazista vinsero la battaglia di Varsavia, mentre i reparti di un'Armata rossa trionfante non mossero dito per prestare aiuto agli insorti. Lineare, nel suo cinismo, il ragionamento di Stalin: permettendo ai tedeschi di eliminare il maggior numero possibile di polacchi, si risparmiava una fatica ai «liberatori» sovietici! Meno comprensibile, secondo una logica democratica, la rinuncia degli anglo-americani a premere in qualche modo sul Cremlino, così da sostenere la causa polacca con i fatti oltreché con le parole.
Da Londra, toccò allo spirito magno di George Orwell denunciare apertamente l'ignavia degli alleati. Fin dal 1° settembre di quel 1944, quando il destino dell'insurrezione di Varsavia rimaneva aperto, lo scrittore inglese (che proprio allora andava lavorando al suo apologo antitotalitario, La fattoria degli animali ) cercò di spiegare quanto poco i veri valori della democrazia avessero a che fare con le astuzie maligne dello stalinismo. Ma la voce di Orwell restò isolata in Occidente, mentre la propaganda sovietica si premurava di dipingere la rivolta varsovita quale sconsiderata avventura di una banda di criminali: agenti dei tedeschi travestiti da insorti, servi sciocchi del fascismo internazionale.
Il 17 gennaio 1945, dieci giorni prima di liberare Auschwitz, i soldati dell'Armata rossa penetrarono infine tra le rovine di Varsavia. E si affrettarono ad arrestare centinaia di individui, rocambolescamente sopravvissuti fra le cantine e le soffitte della città-martire: patetici Robinson Crusoe del XX secolo, naufraghi del male alla maniera di Wladislaw Szpilman, il pianista ebreo reso celebre dal film di Polanski. Di lì a poco, e prima ancora che l'Armata rossa raggiungesse Berlino, sedici capi della rivolta di Varsavia vennero processati, a Mosca, come «uomini al servizio di Hitler».
Fino a quando i nostri manuali di storia avranno il coraggio di rubricare tutto questo nel loro capitolo sulla Liberazione?











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lunedì, luglio 12, 2004

ROMANZO STORICO /2

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Un grande romanzo storico di una delle pagine più sconvolgenti della seconda guerra mondiale: la disfatta e la ritirata sul fronte russo. "I più non ritornano", scritto nel 1947, è uno dei diari della ritirata di Russia più forti e sconvolgenti: racconta gli avvenimenti vissuti dall'autore e dai soldati italiani nei ventotto giorni che vanno dal pomeriggio del 19 dicembre 1942 alla sera del 17 gennaio 1943, con lo sfondamento del fronte italiano a opera delle divisioni russe, e la conseguente distruzione del XXXV Corpo d'Armata.
Un libro terribile e avvincente, una storia vera che commuove a fa pensare.

Altre pagine su e di Eugenio Corti a questo link.




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domenica, luglio 11, 2004

NOVITA' DEL SITO

Il sito è stato approvato da Noi Cattolici in data 30 Giugno, nella categoria Cultura. Perciò d'ora in poi, questo sito espone il logo corrispondente. Ne siamo contenti, come occasione di aprirsi a nuove opportunità di incontro in rete. (www.noicattolici.it)


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SECOLO XX e dintorni, il secolo più violento nella storia dell'umanità