Quei tre militi quasi ignoti (30 Giorni - Maggio 2004) di Davide Malacaria
Fiesole, piazza Mino da Fiesole vista dalla loggia del Comune. Di fronte, il seminario e via San Francesco; a sinistra, l’albergo Aurora, nel cui cortile furono uccisi i tre carabinieri
Nessuno li ricorda più, se non una lapide presso il Palazzo comunale e un monumento, uno dei tanti che s’incontrano nei parchi e nelle piazze italiane, raffigurante una specie di tenaglia che tenta di spegnere una fiamma. Una fiamma, come quella che adorna i berretti dei carabinieri. Questa è la storia di tre di loro, una storia simile a quella di Salvo D’Acquisto, ma che non è così conosciuta. Una storia di eroismo, o forse di semplice bontà, che sicuramente merita la nostra gratitudine. A narrarla è un piccolo libricino edito negli anni Settanta, a cura del generale Arnaldo Ferrara, scritto con stile asciutto, che non concede nulla al pietismo e alla ridondanza. Quasi un rapporto. Siamo nell’estate del 1944. Firenze è uno degli obiettivi principali dell’avanzata delle forze alleate, che puntano a liberare al più presto il capoluogo toscano. Poco lontane da questa, le colline di Fiesole costituiscono per i nazisti una zona nevralgica per tentare di contrastare la manovra alleata. La difesa della cittadina viene affidata al tenente Hans Hiesserich, che si insedia a Villa Martini. Allo scopo di martellare la pianura sottostante, nella cittadina è installato un pezzo di artiglieria da 88, che spara alternativamente da due diverse postazioni per confondere le truppe nemiche. Il presidio nazista ha il compito di vigilare sulle strade di accesso a Firenze. Un compito reso più difficile dalle sempre più frequenti incursioni dei partigiani che distruggono mezzi e postazioni difensive, causando non pochi problemi agli occupanti. A prendere parte attiva alla lotta partigiana della zona, anche i carabinieri di stanza a Fiesole. Infatti, al vicebrigadiere Giuseppe Amico, il comandante della stazione locale dei carabinieri, è affidato il comando di una delle otto squadre d’azione della Brigata V, che opera nella IV zona “Marte-San Domenico”. Un’attività dissimulata, che convive col consueto servizio che le forze dell’ordine svolgono nelle vie della cittadina occupata dai nazisti. Il 27 luglio 1944 alla stazione dei carabinieri arriva una chiamata in codice. Il vicebrigadiere Amico viene informato che sta per essere inviata presso Fiesole una staffetta con l’incarico di consegnare ai partigiani un plico contenente ordini operativi destinati alla seconda Brigata Rosselli. La sera del giorno successivo si presenta al comandoun ragazzo di 19 anni, Leonardo Lunari. Amico incarica tre carabinieri di accompagnare il ragazzo al luogo in cui dovrà consegnare il messaggio ad un’altra staffetta. Il gruppo si avvia al luogo indicato, con il messaggio nascosto nel tacco della scarpa del carabiniere Pasquale Ciofini. Giunti sul luogo dello scambio, presso la chiesa di San Clemente, in frazione Borgunto, arriva una camionetta di tedeschi. Lunari, impaurito, scappa. I tedeschi lo notano. Si scatena un conflitto a fuoco tra i tre uomini dell’Arma e i nazisti. Nonostante siano messi in fuga, i nazisti riescono a catturare Lunari e uno dei militi, Sebastiano Pandolfo.
Sotto a sinistra e qui sopra, due disegni che ritraggono la consegna ai nazisti e la fucilazione dei carabinieri Alberto La Rocca, Vittorio Marandola e Fulvio Sbarretti, illustrazioni tratte dal libro I Carabinieri martiri di Fiesole, a cura del generale Arnaldo Ferrara, edizioni Il Carabiniere, 1976
I due prigionieri sono portati presso una fattoria, nella quale vengono interrogati e torturati per ore, per poi essere uccisi nei giorni successivi. Oltre al dolore, nel comando di Fiesole c’è preoccupazione: la cattura di Pandolfo potrebbe far scoprire la loro attività clandestina a fianco dei partigiani. Il vicebrigadiere Amico viene convocato al comando nazista dove il tenente Hiesserich lo sottopone a un fuoco di fila di domande. Amico si mostra incredulo riguardo all’attività partigiana del suo sottoposto, e spiega che lo stesso si era arbitrariamente allontanato dal reparto nei giorni precedenti. Spiegazioni che non convincono fino in fondo l’interlocutore. In particolare Amico ha sentore che uno dei suoi sottoposti, Ciofini, che aveva partecipato al conflitto a fuoco presso San Clemente, sia stato individuato e lo allontana dalla stazione con un permesso di convalescenza. Siamo agli inizi di agosto: la pressione su Firenze da parte delle forze alleate è ormai insostenibile. I nazisti fanno saltare tutti i ponti del capoluogo toscano, eccetto il Ponte Vecchio. In tutta la zona viene proclamato lo stato di emergenza. A Fiesole un bando ordina l’immediata presentazione di tutti gli uomini abili compresi tra i 17 e i 45 anni, che saranno destinati a compiti di supporto civile all’esercito occupante. Alcuni si presentano, altri fuggono, altri ancora trovano rifugio presso il seminario e la Cattedrale. Le donne, i vecchi e gli stessi carabinieri aiutano come possono i fuggitivi, facilitandone la fuoriuscita clandestina e portando loro vettovaglie nei rifugi improvvisati. Il 6 agosto Amico viene arrestato e inviato in un campo di prigionia, dal quale riuscirà a fuggire pochi giorni dopo per unirsi ai partigiani. In questa temperie, i nazisti arrestano dieci uomini, scelti a caso tra i cittadini di Fiesole. Un’azione preventiva, tesa a scoraggiare atti ostili da parte delle forze resistenti. Infatti, un nuovo editto minaccia l’esecuzione degli ostaggi come rappresaglia ad ulteriori attentati. Nonostante la perdita del loro comandante, i carabinieri rimasti alla stazione di Fiesole, Vittorio Marandola, Fulvio Sbarretti e Alberto La Rocca, non cessano la loro attività clandestina, alla quale, come sempre, si affiancano i compiti ordinari. Ma la situazione precipita, diversi indizi fanno presagire che per loro, come per altri civili, sia in arrivo un provvedimento di deportazione. Così Amico, dalla clandestinità, fa pervenire un messaggio in cui ordina loro di abbandonare la stazione per raggiungerlo a Firenze, travestendosi da “fratelli della misericordia”, una confraternita che, svolgendo assistenza sanitaria sia ai civili italiani che ai militari tedeschi, aveva piena libertà di movimento e garantiva l’anonimato. I tre carabinieri fanno quanto ordinato e, abbandonato il comando, raggiungono la sede della confraternita. Ma è troppo tardi: i posti di blocco tedeschi ormai sono stati chiusi a tutti, compresi i membri della confraternita. I tre decidono di rifugiarsi presso una zona archeologica nei pressi di Fiesole, luogo che offriva garanzie di sicurezza e che si prestava in maniera ottimale a una successiva fuga, consentendo di eludere i posti di blocco tedeschi. Il tenente Hiesserich viene informato della scomparsa dei carabinieri e va su tutte le furie. Convoca due funzionari del Comune e li sottopone ad un vero e proprio interrogatorio. Dal momento che i funzionari non sanno dare alcun tipo di indicazione, Hiesserich, a muso duro, urla ai due che i carabinieri si devono consegnare, pena l’uccisione degli ostaggi. Uno dei due funzionari, il segretario comunale, corre subito dal vescovo, monsignor Giovanni Georgis, e lo informa dell’accaduto. Decidono di avvertire i tre fuggiaschi. Il segretario della curia, monsignor Turini, sa dove si trovano, e incarica il custode della confraternita della misericordia, Guglielmo Olmi, di rintracciarli. Così avviene e, dopo un breve consulto, i carabinieri decidono che Marandola si rechi a parlare con monsignor Turini.
La fattoria Torre al sasso dove furono torturati il carabiniere Sebastiano Pandolfo e la giovane staffetta partigiana Leonardo Lunari. Sotto, gli ostaggi: da sinistra, Ezio Crescioli, Guido Marchini, Bruno Fantini, Alessandro Manuelli, Mario Vannetti, Edoardo Torrini, Piero Pesciullesi. Non compaiono: Mario Sani, Enrico Jahier e Giulio Papi. Il terzo da sinistra non era fra gli ostaggi
Di questo colloquio non sappiamo molto. Una cosa certa è che monsignor Turini non fa alcuna pressione su Marandola. La situazione è drammatica, l’ultimatum dei nazisti chiaro, ma i tre sono liberi di fare quello che meglio credono. Marandola torna a riferire agli altri. Intanto la voce si è sparsa per tutta la cittadina. Tutta Fiesole è col fiato sospeso. Tutti conoscono quei militari che nella situazione tormentata di quei giorni bui si sono prodigati per loro. È il primo pomeriggio del 12 agosto quando i carabinieri si recano da monsignor Turini a comunicare la loro decisione. Subito dopo, percorrendo le assolate strade di Fiesole, si avviano al comando tedesco dove subiscono un breve interrogatorio. Verso sera escono dal comando; destinazione: albergo Aurora, requisito dai tedeschi per farne un posto di blocco lungo la via per Firenze. Dopo una brevissima detenzione, sono condotti in un giardino attiguo e fucilati. Sono le 20 e 30 quando i carabinieri Vittorio Marandola, Fulvio Sbarretti e Alberto La Rocca rendono il loro ultimo servizio all’Arma e all’Italia che di lì a poco sarà liberata. Un gesto eroico, certo, che ha meritato ai tre carabinieri di Fiesole anche la medaglia d’oro al valor militare. Ma a noi piace terminare questa storia pensando che la Madonna, in cui s’aduna quantunque in creatura è di bontate, abbia accolto con benignità questo estremo gesto di bontà. Lei, che l’Arma ha scelto come sua patrona.
L'ATTENTATO 90 ANNI FA Sarajevo l'11 settembre del '900 (La Stampa - 20 Giugno 2004 di Pierluigi Battista)
Il 28 giugno del 1914, novant’anni fa, fu l’11 settembre del Ventesimo Secolo. Quello sparo che detonò a Sarajevo e con il quale il nazionalista serbo Gavrilo Princip volle colpire nella persona di Francesco Ferdinando d’Austria il simbolo dell’ordine costituito e il cuore del sistema imperiale risuonò nelle stordite cancellerie europee come il pretesto per risistemare nuovi e antichi contenziosi, uno dei tanti strappi da fronteggiare con il cannone per poi ricucire con l’arte sottile della diplomazia. Ma era la campana a morto del «mondo di ieri» di cui stilò il referto autoptico Stefan Zweig. E insieme l’inizio di uno sconvolgimento che frantumò abitudini e certezze, inghiottì tradizioni e imperi, terremotò coscienze e assetti facendo di quel 1914 una linea di demarcazione storica destinata a dividere un prima e un dopo. Si inaugurava, con la prima guerra mondiale, il cammino cruento del Novecento. Così come, nel settembre del 2001, gli aerei kamikaze che si schiantarono a New York rappresenteranno l’inizio di una guerra inedita ed interminabile.
Finì, a Sarajevo, l’atmosfera della belle époque, svanì la sensazione di una nuova incessante prosperità, si spensero le luminarie del Ballo Excelsior, si rinfoderò la chimera delle magnifiche sorti progressive, dello sviluppo economico inarrestabile, della trionfante «democrazia delle masse». Tanti anni dopo, anche nel decennio che seguì al crollo del Muro di Berlino e all’implosione del comunismo, qualcuno profetò la «fine della storia», l’armonia universale, il nuovo ordine mondiale inebriato dalla spinta poderosa di una crescita economica apparentemente senza limiti. Ma sia lo sparo del 1914 che il terrore dell’11 settembre misero fine traumaticamente a quel sistema di illusioni. Con la prima guerra mondiale sprofondò l’impero ottomano, l’evento che l’islamismo fondamentalista rileggerà come l’annuncio della più grande catastrofe della storia.
L’ottimismo occidentalista volle intravedere in quel conflitto la marcia trionfale (l’esportazione?) della democrazia contro le autocrazie e con le clausole di Versailles trascinò l’Europa totalitaria nell’inferno di una rivincita apocalittica, partorendo l’orrore del Gulag e di Auschwitz. Si pensava di ridisegnare gli assetti del mondo e invece venne la Rivoluzione d’Ottobre a innescare la guerra civile europea destinata a concludersi soltanto qualche decennio dopo, tra le rovine fumanti di una Berlino rasa al suolo. Il mondo, quel 28 giugno del ‘14, non capì o forse non volle capire che nelle trincee di una guerra in cui la tecnica moltiplicava a dismisura il suo potere di annientamento cominciava una nuova storia in cui nessun atomo della vita sociale, pubblica e privata, sarebbe rimasto come prima.
Ecco perché il ricordo di ciò che accadde esattamente novant’anni fa non è solo il rito di una rievocazione indotta dall’ennesimo anniversario, ma un modo per capire come cominciano le guerre mondiali, tanto più devastanti quanto più segnano l’irruzione di nuove armi, enormemente più micidiali di un colpo di pistola a Sarajevo o di un terrorista che sale a bordo di un aereo munito di un semplice temperino, e del proprio corpo da sacrificare.
Articolo del Corriere della Sera del 18-6-2004 che presenta il libro di Giorgio Fabre, «Il contratto - Mussolini editore di Hitler», edizioni Dedalo, pagine 239, 15 euro, sui rapporti fra Fascismo e Nazismo.
Nelle sue memorie, pubblicate nel 1972, Valentino Bompiani racconta che un giorno si era presentato da lui uno dei migliori traduttori dal tedesco, il professor Angelo Treves, con una proposta all’apparenza assurda, viste anche le origini ebraiche dello studioso: la pubblicazione in italiano del Mein Kampfdi Hitler. Bompiani riferisce che sulle prime aveva resistito, ma poi si era fatto convincere dall’argomentazione che le mostruosità contenute in quel libro dovevano essere lette dal maggior numero di persone. Questa versione sulla pubblicazione in italiano del Mein Kampf è oggi smentita da un appassionante libro di Giorgio Fabre, giornalista di Panorama che ha il dono raro di saper trovare negli archivi il documento sconosciuto, in base al quale dobbiamo cambiare opinione su un fatto storico. Il giallo che Fabre ci racconta nel saggio Il contratto - Mussolini editore di Hitler , in uscita da Dedalo, è davvero significativo, perché da un lato ci offre risvolti inediti di un caso editoriale, dall’altro ci aiuta a leggere in prospettiva diversa la storia dei rapporti fra i due dittatori e l’evoluzione del razzismo nell’Italia fascista. La vicenda narrata nel libro, che ha una puntuale appendice di documenti inediti, comincia il 3 febbraio 1933, quando GiuseppeRenzetti, uomo di fiducia di Mussolini a Berlino, scrisse al Duce di aver ricevuto dai nazisti, da pochi giorni al governo, l’esplicita richiesta di un finanziamento per l’edizione italiana del Mein Kampf . Da quel momento i due protagonisti dell’operazione sarebbero stati da un lato Max Amann, responsabile della casa editrice del partito di Hitler, Eher Verlag, dall’altro il capoufficio stampa di Mussolini, Gaetano Polverelli. Fabre descrive la strana partita che aveva una posta non soltanto economica: i nazisti, alla vigilia di una decisiva campagna elettorale, avevano bisogno di soldi, ma non volevano nessun tipo di sudditanza nei riguardi di Mussolini, il quale al contrario voleva apparire come lo chaperon del movimento al potere in Germania. Così si spiega la fretta con la quale il Duce diede l’ordine di pagare 250 mila lire di anticipo per i diritti della traduzione italiana del Mein Kampf e la reticenza che inspiegabilmente dopo un po’ i nazisti mostrarono ad accettare la somma. La realtà era che Hitler nel frattempo aveva ottenuto il sostegno finanziario della grande industria tedesca e i soldi dello Stato italiano ormai li poteva accettare solo nella massima segretezza e a determinate condizioni. Certo, la somma offerta, pari a 53.625 marchi, era enorme, se si pensa che per i diritti dell’edizione inglese l’anticipo fu di 2.611 marchi e per quella americana di 500 dollari. Un altro termine di paragone ce lo dà un compenso percepito dall’autore italiano più popolare dell’epoca, Guido da Verona, che strappò un anticipo di 42.500 lire. Dopo faticose trattative finalmente si fece il contratto, ma era un contratto sui generis , perché c’erano l’autore e l’opera, ma non l’editore. Tutto passò per il ministero degli Esteri, che si impegnò tra l’altro a versare la somma in contanti e a chiedere all’editore italiano di scegliere un traduttore non ebreo. Clausola questa che non fu rispettata, visto che il lavoro venne affidato al già citato Treves. Dopo il garbato rifiuto di Arnoldo Mondadori, Bompiani, all’oscuro dell’esistenza di un contratto segreto, accettò l’incarico a pubblicare l’opera: doveva soltanto sostenere le spese di traduzione e di stampa. Sulla prima edizione, un testo ridotto rispetto all’originale, con una nuova prefazione di Hitler, non comparve il nome del traduttore, che invece misteriosamente fu stampato su una brossura pubblicitaria del 1937, per poi scomparire di nuovo. La versione italiana della Mia battaglia, uscita il 15 marzo 1934, fu tempestivamente recensita dal Popolo d’Italia: l’autore dell’articolo, Ottavio Dinale, che si firmava con lo pseudonimo Farinata, parlò positivamente dell’opera, ma con chiare critiche al concetto di supremazia della razza ariana. Qui comincia la parte più importante del saggio di Fabre, in cui l’autore sottolinea i contrasti fra nazismo e fascismo, che erano ideologici ma anche politici, soprattutto per via della questione austriaca. E affronta il problema del razzismo di Mussolini. Non c’è dubbio che l’irruzione sulla scena europea del nazismo condizionò non poco il Duce: anche se questi definì il Mein Kampf un «mattone indigesto» che nessuno leggeva, alla fine le influenze naziste accelerarono l’elaborazione di una teoria, e soprattutto di una pratica, razzista da parte del suo regime. Non è un caso, nota Fabre, che tra la fine del 1933 e l’inizio del 1934 il fascismo comincia a disfarsi degli amici ebrei: nel gennaio 1934, con regolare liquidazione, viene licenziata dalla direzione di Gerarchia persino Margherita Sarfatti, ex amante del Duce. Negli stessi mesi vengono allontanati da posti di responsabilità personaggi come Guido Artom e Guido Beer e inizia la pratica dei censimenti per vedere quanti ebrei occupano incarichi di rilievo nella finanza, nei giornali, nelle amministrazioni locali. Mussolini non vuole dare pubblicità eccessiva alle sue direttive razziste, ma è un fatto che la pratica antisemita precede di molti anni le abominevoli leggi razziali del 1938.
Sul luogo del delitto il pilota di Hiroshima (Articolo di Maurizio Blondet Avvenire 16-6-2004)
A89 anni, John Tibbets è tornato a Saipan, l'isola delle Marianne dalla quale decollò alla cloche del B-29 che aveva chiamato col nome di sua madre, Enola Gay. Era il 6 agosto 1945, e la destinazione, 2400 chilometri a Nord, era Hiroshima. Tibbets ha servito 29 anni sotto le armi, fino alla pensione col grado di generale, e non era mai tornato sui luoghi. Ma ha voluto fare quel viaggio: «Per dissipare ogni malinteso, perché dopo morto non potrò più farlo». E' un malinteso che lo insegue da 60 anni come un incubo. Ne aveva parlato nelle interviste che ha concesso lungo la sua vita. «La gente oggi non può capire, specie i giovani», ha raccontato mille volte: «Mi chiedono: ma non poteva dire no ai superiori? Non si poteva, ed è la ragione numero 1. La ragione numero 2 è che volevo farlo». Non ha mai cessato di rievocare quei 17 secondi fra il rilascio della bomba, Fat Boy, e la luce accecante che calcinò la cabina di pilotaggio, e quel sapore di piombo che tutto il suo equipaggio sentì in bocca: per dire che era la cosa giusta. «Nel volo di ritorno, ho pensato: questo metterà fine alla guerra, ad ogni guerra», ha sempre ripetuto. Poi ci fu l'incontro con Truman, nell'ufficio ovale. «Il presidente mi chiese se la gente mi guardava male a causa della bomba. Io gli risposi: succede, a volte. E lui: se hanno qualcosa da obiettare, digli di venire da me: sono io quello che ti ha dato l'ordine». Ha sempre esibito questo aneddoto, il generale Tibbets, come un certificato. Del resto, ha avuto anche attestati di simpatia da tanti americani: «Se sono tornato vivo lo devo a lei», gli hanno scritto a centinaia, che nel 1945 temevano di dover invadere il Giappone e conquistarlo metro per metro. Esibisce anche quegli attestati, il generale Tibbets. Ma non gli dev'essere mai bastato, ha sempre avuto l'impressione che restasse un malinteso da dissipare. Anche a Saipan è arrivato, chissà perché, temendo "la reazione della popolazione"; ma quella popolazione del Pacifico durante la guerra aiutò volentieri a costruire la pista da cui partì l'Enola Gay - i giapponesi, loro, li conoscevano - e lo ha accolto con la banda musicale. Chissà se, lì, è riuscito a chiarire quel malinteso. A 89 anni, non resta più tanto tempo. I suoi compagni di allora sono già tutti decollati per il volo senza ritorno. Non sono più qui a testimoniare di quel che la gente, oggi, specie i giovani, non possono più capire: il decollo alle 2 di notte. Il lungo volo. L'arrivo sulla verticale dell'obiettivo (coi suoi 350 mila abitanti) alle 7,25, senza incontrare alcuna reazione contraerea. Ventiseimila piedi. Lenta manovra, non contrastata, per prendere bene la mira. La bomba tozza che cade. E quei 17 secondi, durante i quali Tibbets eseguì la rude manovra per evitare il contraccolpo (era il solo a sapere qualcosa della potenza di quella bomba) e avere l'ondata in coda. La luce che entrò in cabina, che annullò tutte le ombre. E il copilota Bob Lewis, mentre tutti contemplavano muti quell'immenso fungo ardente e ribollente come lava, imprecò allegro e militaresco: «Guarda, guarda, figli di p...!». Il fatto è che poi, sul "log", sul libro di bordo, Bob scrisse: "Dio, che cosa abbiamo fatto". E' lì il malinteso da chiarire.
Aggiornamenti sulla e-campagna per la liberazione del cristiano O'Connor
Li trovate sul blog di giona di giovedì scorso (vedi di seguito) e su asianews.
Salvate il cristiano O’ Connor V
Novità sulla Campagna. Ci hanno segnalato la loro adesione il portale kontrotempo.it (qui l'appello per O'Connor), che firma anche per la la Arcidiocesi di Pesaro - Ufficio comunicazioni sociali ed Il Fromboliere.
Questo nuovo libro sulla storia della storiografia si presenta come una "bomba" che dovrebbe scardinare una "tradizione" storiografica di sinistra di almeno 50 anni. Di seguito la recensione da Avvenire. Qui trovi quella del Corriere di E.G. Della Loggia.
La resa dei conti gramsciazionista di Paolo Simoncelli (Avvenire 10-6-2004)
Epatez les bourgeois! Voluminosa e clamorosa la documentazione inedita prodotta da Di Rienzo nel volume Un dopoguerra storiografico. Storici italiani tra guerra civile e repubblica (Le Lettere, pagine 445, euro 29,50) asostegno di un'analisi iconoclasta sulle vicende della storiografia italiana del dopoguerra.
Analisi impietosa, politicamente scorretta, che affronta temi, come quello dell'"intellettuale resistente", che si svelano mitologie inventate da e per élites culturali costrette a credervi dalla impresentabilità del proprio passato e dunque obbligate a cercare un capro espiatorio, un agnello sacrificale rifuggente al trasformismo, su cui scaricare le proprie colpe: Gioacchino Volpe. E il trasformismo diventa così il manto liturgico che debbono indossare i partecipanti all'esecuzione di una condanna a morte civile. Intellettuali fascisti presto trasformatisi in comunisti non sono denunciati solo da Croce, ma anche da esponenti liberal-socialisti come Sestan o Calamandrei («Questi sono gli italiani. Che solitudine, che avvilimento!»). Razzisti giovani e meno giovani pronti a folgoranti carriere accademiche e a indossare il laticlavio del senato della Repubblica (fino a diventarne anche presidenti) militano ora tra i purissimi azionisti, insieme a intellettuali ebrei che fino a poco prima delle leggi razziali avevano manifestato il loro ardore arruolandosi volontari nella Milizia fascista. L'epurazione intellettuale e universitaria diventa così un'operazione grottesca in cui vengono saldati vecchi conti accademici e privati, in cui dalla parte degli epuratori siedono intellettuali come Omodeo che senza concorso aveva ottenuto la cattedra universitaria per "chiara fama" grazie a Gentile. Un'operazione che finì per stomacare anche esponenti della sinistra come Bianchi Bandinelli che rifiutò di partecipare all'orgia epurativa per non dare il proprio avallo agli "abili trasformisti", mentre Jemolo parlava non di giustizia ma di "palingenesi rivoluzionaria". Volpe dunque, epurato amministrativamente malgrado venisse prosciolto da ogni accusa dalla Corte d'Appello, doveva pagar per tutti. E con lui quelle che erano state le istituzioni culturali che aveva presieduto o promosso, mentre i laboratori della storiografia divenivano altri: l'Istituto italiano di studi storici, fondato da Croce a Napoli e diretto da Chabod, e l'Istituto Gramsci a Roma: una linea liberale che aveva a presidio le forze della tradizione accademica contro quella nuova, marxista, delle giovani generazioni che andavano imponendo con energia politica (ma con ben minor rigore scientifico) il progetto egemonico di rifondare la cultura e la storiografia italiana: non più martiri del Risorgimento, non Savoia, non Cavour, non processo di unità nazionale, ma giacobinismo e rivoluzione agraria mancata e necessità per un'élite dirigente di aver un mercato (non uno Stato) unificato ecc. Liquidato politicamente Volpe, a far da bersaglio era toccato a Croce (morto nel '52), e poi a chi crociano ortodosso non era ma rappresentava comunque un'eredità culturale risorgimentale, con l'aggravante d'esser stato, per l'indiscusso prestigio scientifico, il riorganizzatore degli studi storici nel dopoguerra: Federico Chabod. Era dunque lui il nuovo bersaglio; ancor più pericoloso perché aveva le carte politicamente a posto essendo stato tra i pochi ad aver partecipato davvero alla resistenza nelle cui fila aveva difeso - tra l'incomprensione dell'azionismo torinese - la natìa Val d'Aosta dal rischio di un'annessione francese. Distante dal radicalismo azionista, «guardiano della storiografia», era dunque l'ultimo ostacolo a frapporsi alla conclusione di un disegno egemonico «gramsciazionista». Alla morte di Croce, puntualmente, il grande banchiere Raffaele Mattioli tentò di estrometterlo dall'Istituto napoletano di studi storici con l'accusa sfacciata e falsa di non seguirne gli allievi! Chabod poté allora resistere per l'infondatezza dell'ingiuria, ma progressivamente sperimentò la fredda, ostile distanza dell'ala radicale azionista e comunista della storiografia italiana che lo portò alle (sperate) dimissioni dalla direzione della "Rivista storica italiana" considerata da Cantimori la rivista ufficiale dei professori universitari di storia. Con una sapiente regia, le difficoltà editoriali del periodico venivano superate grazie alla longa manus di Mattioli, mentre il giovane azionista e già emigrée Franco Venturi subentrava alla direzione scavalcando Rosario Romeo esponente liberale, volpiano e risorgimentista; un cambio di direzione che sarebbe stato favorevolmente commentato all'Istituto Gramsci. Clamorosamente la rivista non avrebbe fatto menzione del primo volume della monumentale biografia di Cavour del Romeo, così come un silenzio soffocante aveva subito avvolto la ripresa della produzione scientifica di Volpe. Alla fine degli anni '50, mentre la storiografia cattolica era ancora alla ricerca di una propria autonoma via, trionfava dunque l'illuminismo non tanto come oggetto di ricerca quanto come liquidatorio canone politico anti idealistico e anti risorgimentale. Per Venturi non era «più possibile accettare tutta la tradizione Mazzini, Balbo…» pena il rientro dalla finestra del "moderatismo"; per lui il "mito nazionale" era «un'inopia della mente»; per Togliatti la tradizione del Risorgimento era stata «sviluppata all'estremo» dal fascismo e «Mazzini se fosse vivo plaudirebbe alle dottrine corporative, né ripudierebbe i discorsi di Mussolini sulla funzione dell'Italia nel mondo». L'egemonia culturale "gramsciazionista" privava dunque di credito scientifico, imponendone però la diffusione popolare, il più accreditato mito fondativo repubblicano: quello della Resistenza come seguito del Risorgimento nazionale. Romeo di quella affannosa legittimazione di una genealogia clamorosamente falsa aveva denunciato la strutturale contraddizione: la Repubblica era frutto di quelle forze che avevano combattuto contro il Risorgimento: i " rossi" e i "neri". Nel seguire e documentare tutte queste vicende, nel denunciare nessi contraddittori, nello svelare la fable convenue delle versioni ufficiali, il libro di Di Rienzo è politicamente pericoloso; sorgeranno presto censori.
«We've done our part. And as I walk off into the city streets, a final word to the men and women of the Reagan revolution, the men and women across America who for eight years did the work that brought America back. My friends: We did it. We weren't just marking time. We made a difference. We made the city stronger. We made the city freer, and we left her in good hands. All in all, not bad, not bad at all».
Aggiornamento della E-CAMPAGNA: SALVATE IL CRISTIANO O'CONNOR
Primo blog americano (USA) che aderisce alla campagna: si tratta di Being! or Nothingness.
Nuovo aggiornamento su Zenit (8-6-2004), riportato di seguito
L’Arabia Saudita ignora le proteste dell’episcopato indiano per il Cattolico arrestato. La Chiesa rivolge un appello alla preghiera per la liberazione di O’Connor
NUOVA DELHI, martedì, 8 giugno 2004 (ZENIT.org).- La Conferenza Episcopale Indiana ha contattato ufficialmente, senza ottenere alcuna risposta, l’ambasciata dell’Arabia Saudita a Nuova Delhi in relazione al caso di Brian Savio O’Connor, il Cattolico indiano dello Stato di Karnataka torturato e imprigionato dalla polizia saudita a causa della sua fede cristiana. Lo ha confermato venerdì scorso il portavoce dei vescovi indiani, padre Babu Joseph, all’agenzia “Fides” (4 giugno 2004) della Congregazione vaticana per l’Evangelizzazione dei Popoli. Visto lo scarso risultato della loro iniziativa, i prelati stanno seguendo la strada istituzionale e hanno esortato il Governo indiano a compiere un passo diplomatico ufficiale, chiedendo alle autorità saudita la liberazione di O’Connor. La polizia religiosa saudita – la “Muttawa” – ha arrestato il Cattolico indiano circa sei mesi fa. Condotto nella prigione di Ali Hira – nella capitale Riad -, i suoi fratelli Raymond e James hanno affermato che O’Connor è stato minacciato di morte se non si fosse convertito all’Islam. Secondo i suoi familiari, O’Connor è rimasto in carcere sei mesi, soggetto a punizioni disumane e a torture: lo hanno appeso a testa in giù, lo hanno colpito con scariche elettriche, è stato deriso, picchiato e costretto ad abiurare la sua fede. Secondo l’agenzia “Fides”, O’Connor potrebbe trovarsi attualmente nel carcere di Olaya e avrebbe alcune costole rotte. Ufficialmente la “Muttawa” ha incriminato O’Connor per uso di droga, vendita di liquori, e per aver pregato Gesù Cristo, accuse per le quali ora rischia la pena di morte. La sua famiglia afferma che le prove relative alla droga sono state fabbricate dalla polizia e che O’Connor è un buon Cristiano e un cittadino onesto. Nel frattempo in India, soprattutto nello Stato del Karnataka – dove i parenti di O’Connor vivono ore di attesa e sofferenza -, la Chiesa ha lanciato un appello di preghiera a tutti i fedeli perché il caso si concluda felicemente con la sua liberazione. La “All India Catholic Union”, che rappresenta 16 milioni di laici cattolici indiani, ha inviato un telegramma urgente di protesta al re saudita, Fahad bin Abdulaziz Al Saud, chiedendo la liberazione di O’Connor. Nel frattempo, il sito italiano di Stranocristiano, ha diramato via internet un appello urgente per chiedere alle autorità saudite l’immediata liberazione di O’Connor. Nel lanciare questa “e-campagna”, il sito di “Stranocristiano” si è unito alla richiesta dell’attivista indiano John Dayal a re Fahad, rilanciata nei giorni scorsi da AsiaNews. “Ci uniamo anche noi alla richiesta di John Dayal – si afferma sul sito – chiediamo anche noi libertà per Brian Savio O’Connor: il diritto alla libertà religiosa è universale! Non può chiamarsi civile una nazione che neghi tale diritto”.
PER FAVORE CONTINUATE A MANDARE E-MAIL PER SALVARE il cristiano O'Connor!
Articolo molto provocatorio ed interessante sul significato del Novecento per la storia e l'identità italiana di E.G. Della Loggia. Da leggere.
La Storia Smemorata di E. GALLI DELLA LOGGIA (Corriere 6-6-2004)
L’Italia del ’900 ha avuto il destino di essere la patria del fascismo e insieme, in folgorante successione, del movimento comunista più forte dell’Occidente: due movimenti che per circa mezzo secolo hanno rappresentato ideali in cui si sono riconosciute parti importantissime della nostra società; ma anche due movimenti che da un certo momento in poi - e sia pure per ragioni e in modi diversissimi - sono apparsi non solo fallimentari ma storicamente impresentabili. Sicché, non solo non è stato più possibile continuare a dirsi fascisti o comunisti (se non con mille, difficili distinguo), ma è diventato arduo anche ammettere di esserlo mai stati (se non, di nuovo, con mille, difficili distinguo). Si aggiunga un’ulteriore peculiarità italiana: quella di una ovvia contrapposizione tra fascismo e antifascismo, ma insieme il passaggio di tanti dall’uno all’altro campo negli anni Quaranta. È questo groviglio ideologico della nostra storia l’origine vera del rapporto tormentato che l’Italia repubblicana ha da decenni con la sua memoria. A partire dal 1945, infatti, il nostro passato, quando lo rivisitiamo, non ci restituisce quasi mai percorsi lineari e lasciti senza macchia. Con la conseguenza che da noi la rivisitazione del passato novecentesco tende per forza a caricarsi di valenze polemiche. Con il pericolo che la fisiologica funzione sociale della storia - quella cioè di costruire l’identità di un gruppo umano fissandone la memoria - scivoli inevitabilmente in una parzialità a uso immediato nel presente. Pericolo reso più probabile dal fatto che spessissimo gli stessi che per professione hanno il compito di rivisitare il passato - cioè gli storici - sono stati a loro volta coinvolti a vario titolo in quel passato e quindi, parlandone, parlano innanzitutto anche di se stessi. È proprio questo il tema nel quale getta lo scandaglio il bel libro di Eugenio Di Rienzo appena giunto in libreria (Un dopoguerra storiografico. Storici italiani tra guerra civile e Repubblica 1943-1960, Le Lettere editore, pp. 442, 29,50): come sistemò la memoria del fascismo e insieme la memoria delle proprie biografie di studiosi all’ombra del fascismo una generazione di storici italiani che sotto il regime si erano formati ed erano cresciuti, ma che poi sarebbero stati protagonisti di spicco della vita culturale dell’Italia democratica, divenendo spesso, tra l’altro, anche i narratori delle sue radici antifasciste? Per i Sestan, i Cantimori, gli Chabod, i Morandi, i Maturi il rapporto con il proprio passato nel ventennio si sostanziava in un nome: quello di Gioacchino Volpe, massima figura di organizzatore culturale nel campo della storiografia per conto del regime, ma anche colui che Salvemini aveva definito «il miglior storico della mia generazione» e di cui tutti erano stati discepoli o comunque a vario titolo tributari. Proprio questo è il dramma che Di Rienzo ricostruisce nella prima parte del libro, ricorrendo specialmente a una mole ingente di carteggi privati: il dramma di un maestro da tutti riconosciuto e della cui tollerante benevolenza molti avevano goduto, che però dopo il 1945 diviene una sorta di capro espiatorio, fino a essere radiato con ignominia dall’insegnamento, e così vede farsi il vuoto intorno a sé. Su Volpe si addensò soprattutto l’avversione degli ambienti crociani padroni di fatto delle varie istanze epuratrici, nelle quali ebbero così modo di manifestarsi «il cipiglio inquisitoriale» di Omodeo (Morandi), che pure aveva collaborato all’Ispi con Volpe stesso e aveva prestato giuramento al fascismo, e l’azione di De Ruggiero, deus ex machina della commissione per l’epurazione degli Atenei, definito dal suo collega di commissione Calamandrei come «un ambizioso superficiale ed euforico». Lo stesso Croce, del resto, aveva parlato sprezzantemente di Volpe come di «un animo grossolano» e «un cervello poco acuto e fine». In realtà è difficile trattenere il sospetto che in quei mesi si svolgesse più che altro l’ultimo atto di un aspro regolamento di conti storiografico apertosi negli anni Venti: quando cioè alla crociana Storia d’Italia si era contrapposta la volpiana Italia in cammino , quando nella battaglia per l’egemonia sugli orientamenti delle nuove generazioni di studiosi, alla storiografia idealistica, attenta pressoché solo alle élite e ai loro valori, si era contrapposta quella più moderna, più attenta ai movimenti profondi della società e del «popolo», che il nazionalfascista Volpe aveva fatto propria, ma che aveva trovato l’apprezzamento anche di molti antifascisti e uomini della sinistra. Le pagine di Di Rienzo sono una tristissima galleria delle ambiguità, delle gratuite durezze, delle inspiegabili amnesie e assoluzioni (spesso autoassoluzioni) di cui tanti uomini di cultura fecero mostra in quegli anni di transizione dalla dittatura alla democrazia. Per un Bianchi Bandinelli che nel 1944 rifiutò di entrare a far parte della commissione epuratrice di cui sopra, affermando con limpida onestà: «Se ci sono delle disposizioni che contemplano casi precisi, applicarle è compito degli uffici centrali; se si deve entrare in valutazioni personali e soggettive, io non mi sento così puro da epurare nessuno. Siamo tutti complici del fascismo con la sola nostra presenza e permanenza nell’università», ci fu un Antonio Banfi, firmatario del Manifesto antifascista di Croce e poi insegnante presso la Scuola di mistica fascista, che invece si affrettò ad espellere Volpe dall’Istituto lombardo di scienze e lettere «per ordine del quartier generale del governo militare alleato»; e ci fu un Gabriele Pepe che si spinse fino a parlare di Volpe come di un intellettuale «a cottimo del regime fascista». Volpe fu così uno dei pochissimi a pagare tra i professori universitari che, come lui, non erano compromessi con la legislazione razziale né avevano aderito alla Rsi; e in seguito all’ostracismo decretatogli, che arrivò fino al sequestro delle sue opere in magazzino, imboccò una china di «ripiegamento umano» e di accecamento ideologico dominato dal risentimento e dall’amarezza, che lo portò su posizioni radicali di destra sempre più indifendibili. Trovò tuttavia chi, negli anni del dopoguerra, non quelle posizioni, ma la sua figura di studioso, difese con ogni mezzo per quanto poté e finché poté. Furono alcuni suoi allievi (Del Pane, Sestan, Maturi) e uno specialmente su tutti, Federico Chabod, che pure aveva guidato il Cln della Val d’Aosta, ma non aveva intenzione di cancellare o dimenticare il passato. Chabod esce dalla ricerca di Di Rienzo come un esempio ammirevole di fedeltà ai doveri dell’amicizia e della riconoscenza, nonché di difesa dell’imparzialità culturale e della probità scientifica. Non solo si sforzò di rimanere vicino umanamente al maestro nel difficilissimo periodo dell’immediato dopoguerra, ma riuscì anche a far votare all’unanimità (meno uno) dal Consiglio della facoltà di Lettere dell’Università di Roma una mozione in cui si auspicava che Volpe fosse «reintegrato e collocato nella posizione che gli compete». Abbastanza sorprendentemente, però, Guido Gonella, allora ministro della Pubblica istruzione, che pure accolse l’analogo invito rivoltogli a favore di Balbino Giuliano, già ministro anch’egli della Pubblica istruzione in pieno fascismo, rigettò invece la richiesta nel caso di Volpe. Un volume di studi in onore del quale suscitava ancora nel 1954, sempre contro Chabod che aveva voluto mettervi anche il proprio nome, le reprimende giustizialiste di Ernesto Rossi e di Carlo Salinari, che l’accusava di «disperdere l’eredità più preziosa dell’antifascismo e della tradizione democratica della nostra cultura». Nel terremoto del dopoguerra Chabod - pur nella piena adesione ai tempi nuovi, per i quali egli stesso aveva combattuto durante la Resistenza nelle file di Gl - si impegnò perché nella storiografia italiana non si consumasse nessuna cesura-censura cieca rispetto al passato, tanto a quello che si riassumeva nel nome di Volpe quanto a quello rappresentato da Croce. La seconda parte della ricerca di Di Rienzo ha per oggetto appunto le crescenti tensioni che, in conseguenza di questo impegno, opposero Chabod alla storiografia di stampo azionista, tensioni sul cui acme (lo scontro con Arnaldo Momigliano per un suo infelice necrologio in morte di Carlo Antoni), già ci aveva informato un volume pubblicato qualche tempo fa da Riccardo Di Donato ( Un carteggio del ’59 , il Mulino). Nel suo ruolo di direttore della Rivista storica italiana , Chabod fu progressivamente isolato e alla fine si vide costretto alle dimissioni, venendo sostituito dal giovane Franco Venturi in seguito a una sorta di piccola congiura di palazzo, cui prestò il suo aiuto anche Raffaele Mattioli. Il dissidio verteva sugli orientamenti storiografici, ma con un evidentissimo sottinteso ideologico. Chabod difendeva l’idea della nazione e della sua peculiarità come termine di riferimento decisivo del dato storico (si pensi alla politica estera), nonché come matrice essenziale del lessico del discorso storiografico, con un ovvio, forte richiamo alla tradizione degli storici italiani da Villari a Salvemini, a Volpe, a Croce. Viceversa Venturi, Valiani, Momigliano, Galante Garrone privilegiavano un approccio alla modernità storica di taglio per così dire laico-cosmopolita-illuministico, in cui il posto dell’Italia in quanto tale, della sua coscienza nazionale a cominciare dal Risorgimento e delle relative idealità politiche - che avevano invece suggerito a Chabod le bellissime pagine delle sue «Premesse» alla Storia della politica estera italiana - finiva inevitabilmente per avere un ruolo assai limitato. La posizione degli antichabodiani, cui all’ultimo si accodò anche un personaggio come Cantimori, certo proveniente da sponde assai poco illuministiche, intendeva poi marcare un netto distacco dal passato della disciplina, nella prospettiva, come scrive Di Rienzo, di un «intransigente e malinteso antifascismo storiografico». E fu questa, come ho detto, la posizione che alla fine ebbe la meglio, portando al virtuale allontanamento dalla Rivista storica storici come Zaghi, De Caprariis, Arnaldi e soprattutto Romeo, alla cui monumentale opera su Cavour non verrà dedicata neppure una riga dalle pagine dirette da Venturi, il quale, non per nulla, pochi anni prima si era detto convinto che «il mito nazionale, come tutti i miti, è una inopia della mente». Di Rienzo è incline a vedere nella vittoria della linea azionista il venir meno del «nesso tra ricostruzione storiografica e ruolo di indirizzo degli storici, tra azione politica e capacità degli storici di essere soggetti di azione politica». A mio parere si è trattato forse di qualcosa di meno drastico, anche se di non meno significativo. Si è trattato semplicemente del cambiamento di natura del ruolo di indirizzo degli storici: e cioè da promotori e formatori di coscienza nazionale e di cultura delle classi dirigenti, secondo il vecchio modello comune tanto a Croce come a Salvemini, a facitori e dispensatori ex post di legittimazione (o di delegittimazione) per l’accesso (o l’esclusione) al governo ideologico-politico del Paese.
Novità sulla Campagna. Scrivono della nostra campagna su Asia News: "Campagna per il cristiano O’Connor. Ma in prigione anche musulmani riformisti" eIl Riformista, titolo: Liberate O'Connor dalla polizia saudita "Salvate il cristiano O'Connor. L'appello, lanciato da un gruppo di internauti cattolici a favore di un cittadino indiano, arrestato e torturato in Arabia Saudita per motivi religiosi, dice che non servono le macchine fotografiche digitali per scoprire le Abu Ghraib disseminate in tutto il mondo.
Sei mesi fa, Brian Savio O'Connor è stato arrestato dalla Muttawa (la polizia religiosa saudita) mentre si trovava a Riad, con l'accusa di uso di sostanze stupefacenti, vendita di liquori e di aver predicato la parola di Gesù Cristo. La sua famiglia ha dichiarato che le accuse sulla droga e sul consumo di alcol sono infondate. Dopo il fermo, è stato condotto in una moschea e lì torturato e picchiato a sangue: Attualmente è detenuto nel carcere di Olaya, a Riad, senza che la polizia locale sia riuscita a interrogarlo. Ai pochi che hanno potuto incontrarlo, O'Connor ha detto di essere stato colpito da pedate sul petto e in testa.
Il caso è nato soltanto alcuni giorni fa, quando il vice presidente dell'All India Catholic Union, John Dayal, ha chiesto ufficialmente al re saudita Fahad «un proCesso equo e il rilascio» del cittadino indiano. Da qui il lancio della notizia su Asia news e la mobilitazione di alcuni siti internet cattolici italiani, che hanno invitato gli iscritti alle loro mailing list a intasare le caselle di posta elettronica dell' Ambasciata saudita in Italia, del suo ufficio stampa e di alcuni quotidiani nazionali.
Il regime saudita dovrebbe rispondere, indicare su che base giuridica detiene O'Connor e garantire che ne venga verificata l'umanità della detenzione. AI G8 si parlerà di Grande Medio Oriente, di riforme democratiche da sostituire alla guerra preventiva. Ecco una prima buona occasione per dimostrare che se la democrazia non si deve esportare,ci deve essere qualcuno disposto a importarla."
Altri interventi sul tema nel Forum di Magdi Allam sul sito del Corriere.
Nuova e-campagna proposta dai nostri amici di stranocristiano e giona, che volentieri appoggiamo. Ieri questo testo compariva nella lettera del giorno nel forum di Magdi Allam sul sito del Corriere della Sera.
SALVATE IL CRISTIANO O'CONNOR
Brian Savio O’Connor, cattolico indiano originario del Karnataka, è stato torturato e imprigionato in Arabia Saudita per la sua fede cristiana. Rapito sei mesi fa dalla Muttawa [la polizia religiosa saudita], mentre si trovava in una strada di Riad, condotto in una moschea, è stato torturato e picchiato: “Mi hanno appeso a testa in giù” ha dichiarato a chi l’ha visitato in prigione. “Mi hanno tirato pedate sul petto e giocavano a calcio con la mia testa”. O’Connor è stato quindi condotto nel carcere di Olaya, a Riad, dove attualmente è detenuto [Fonte Asia News]. La Conferenza Episcopale dell’India ha contattato ufficialmente l’Ambasciata dell’Arabia Saudita a New Delhi, ma non ha avuto alcuna risposta. I Vescovi allora hanno chiesto al governo indiano di compiere un passo diplomatico ufficiale, nei confronti delle autorità saudite. Anche la All India Catholic Union, che rappresenta 16 milioni di fedeli laici indiani, ha inviato un lettera di protesta al Re saudita chiedendo il rilascio di O’Connor. “La libertà religiosa - ha detto il leader John Dayal - fa parte della civiltà contemporanea. Appartiene ai diritti stabiliti dalle Nazioni Unite per tutti gli essere umani” [Fonte Fides].
Ci uniamo anche noi alla richiesta di John Dayal, chiediamo anche noi libertà per Brian Savio O’Connor: il diritto alla libertà religiosa è universale! Non può dichiararsi civile una nazione che neghi tale diritto.
Vi invitiamo di spedire una mail, di seguito il testo che proponiamo, in inglese e italiano:
Please free Brian Savio O' Connor, the christian prisoner in Riad! We request to take appropriate steps to see that the religious police stop the torture, and that Brian is given a fair trial and released.Freedom of Faith is integral to contemporary civilization. It is also part of the United Nations guarantees to all Human beings!
Vi chiediamo di liberare Brian Savio O' Connor, attualmente detenuto a Riad! Chiediamo far sì che la polizia religiosa interrompa le torture e che a Brian sia garantito un regolare giudizio e venga rilasciato. La libertà di fede è parte integrante della nostra cultura, ed anche un diritto riconosciuto dall' ONU a tutti gli esseri umani!
Cliccate, scrivete, spedite. Diffondete la notizia sui giornali locali, nazionali e stranieri, sulle radio, TV, mandate la mail anche all'estero, insomma:
La rivolta degli studenti di Piazza Tiananmen rappresenta per noi il fatto più emblematico del Novecento: l'anelito dell'io alla libertà di fronte al potere delle ideologie totalitarie. Per questo abbiamo scelto l'immagine dello studente che, con il suo stesso corpo, sfida il primo carro armato, segnale inequivocabile della repressione che sta per arrivare, decisa dal potere. Ad Hong Kong si preparano a ricordarne l'anniversario così e hanno già manifestato il 31 Maggio. A Pechino tutto sembra normale. Chissà perchè in Occidente di tutto questo non si parla e della Cina si ha solo paura dal punto di vista economico? L'Europa dovrebbe imparare dal Papa a trattare con la Cina .
L'Italia ha accettato il fascismo. Un intero popolo, un pò alla volta, si è lasciato "circuire". Lo sdegno per l'assassinio di Matteotti - come per quello di Don Minzoni - durerà un breve periodo e si farà risucchiare dalla propaganda del regime e dai primi successi economici, accettando la tesi della violenza come levatrice della storia. Il fascismo aprirà la strada al nazismo in Germania e a tutte le altre esperienze fasciste in Europa. Tutto un popolo - più avanti - accetterà di scendere in guerra. Solo molto più tardi nascerà una vera opposizione popolare.
E' per questo che certi libri diventano importanti come questo Claudio Fracassi «Matteotti e Mussolini. 1924: il delitto del Lungotevere» (pagine 496, 18,60) Mursia presentato sul Corriere della Sera di oggi e certe posizioni storiche - come quella rispettabilissima di GabrieleDe Rosa - ci sembrano incapaci di "fare i conti" fino in fondo con la storia.
E Mussolini disse: Matteotti non dovrebbe circolare (Corriere 2 Giugno)
La cosiddetta pistola fumante, la prova regina, posto che sia esistita, non è mai stata trovata. Almeno niente di esplicito quanto il telegramma inviato da Benito Mussolini al prefetto di Torino, mettendo nel bersaglio Piero Gobetti e raccomandando di «rendere difficile vita questo insulso oppositore fascismo»: invito interpretato con grande zelo e che provocò ripetuti pestaggi, fino alla morte dell’intellettuale liberale. Insomma, nessun testo scritto (come la minuta autografa di quell’ordine, conservata dal segretario di Palazzo Venezia) lega il Duce all’assassinio di Giacomo Matteotti. Eppure la massa di testimonianze e indizi che si concentrarono su di lui fu tale da incatenarlo quasi subito al sospetto d'essere il mandante del delitto. Per molti, mandante con una responsabilità più che morale. Segna una linea d’ombra così tenace, quel filo, da riaffiorare adesso - ottant’anni dopo - con le stesse suggestioni che turbarono gli italiani il giorno dell’omicidio. E’ un’ipotesi che resiste per la concreta ragione che l’uno era l’incubo dell’altro, essendo il leader socialista l’unico uomo politico che avesse il coraggio, l'intransigenza e la lucidità per ostacolare seriamente un progetto già pronto a sfociare in regime. L’unico antagonista che non sarebbe arretrato in nessun caso, per quanto prevedesse la propria fine («Io il mio discorso l’ho fatto, ora sta a voi preparare l’orazione funebre per me», disse il 30 maggio 1924 ai suoi compagni, dopo aver pronunciato un durissimo atto d’accusa a Montecitorio), come emerge dalle pagine di Matteotti e Mussolini , di Claudio Fracassi, giornalista e studioso del fascismo. La tesi serpeggiante nel libro, costruito con il ritmo di un thriller e documentato come un saggio, è che Mussolini istigò il delitto. Che lo avallò, precostituendosi anche un alibi politico con una finta apertura all’opposizione. Che incoraggiò poi qualche depistaggio, mentre recriminava sulla maldestra esecuzione. Che protesse gli assassini quando furono scoperti. Che ne pagò il silenzio con denaro sonante, subendo per anni la minaccia che la verità (affidata a un memoriale depositato presso uno studio legale in America) fosse rivelata. Spira un’aria strana in Italia, nel 1924, due anni dopo la marcia su Roma. Il Paese, non ancora fascistizzato, è in bilico tra democrazia liberale e autoritarismo. Da un lato le camicie nere tentano d’imporre la loro rivoluzione con violenze sempre più ostentate, tanto che l’ultima campagna elettorale risulta inquinata da duemila «gravi episodi di sopraffazione». Dall’altro lato la classe dirigente e larghi settori dell’opposizione si rifugiano nell’illusione che quello in corso sia «un esperimento provvisorio» e sperano che il Duce si converta al metodo democratico. Su questo piano inclinato tutto precipita il 10 giugno, con il delitto. A compierlo è la «Ceka del Viminale», un gruppo segreto di squadristi reclutato dal ministero degli Interni e guidato da Amerigo Dumini. L’uomo chiave è lui: anello di congiunzione tra certi affaristi del regime, dichiara di avere 11 omicidi alle spalle ed è assiduo nelle sedi del partito e a Palazzo Chigi, dov’è accolto «con grande confidenza». Il dittatore lo conosce bene: gli ha già affidato diverse spedizioni punitive per difendere il fascismo con la violenza «chirurgica e intelligente» che rivendica come necessaria. Tanto che ormai intima agli avversari di «sottomettersi o perire». «Che cosa fa la Ceka? Che fa Dumini? Quell’uomo dopo quel discorso non dovrebbe più circolare», dice Mussolini al suo capo ufficio stampa, Cesare Rossi - che verbalizzerà a futura memoria questo e altri colloqui -, all’indomani della denuncia di Matteotti alla Camera. E’ il genere di incitazione che non lascia equivoci, tra i sottopancia del Duce: il caso va risolto in via definitiva. Passano dieci giorni ed ecco il delitto. Solo che i cinque killer si lasciano dietro parecchie tracce. Troppe, per non essere raccolte da forze dell’ordine, magistratura e giornali, contropoteri sui quali i fascisti non hanno ancora il pieno controllo. Un’ondata di sdegno percorre l’Europa. Luigi Albertini, direttore del Corriere , scrive: «E’ in questo ambiente di compressione e di intolleranza, non dominato ma favorito dalle più alte sfere, che sono maturati i propositi e gli atti più criminosi. Ed è stato un crescendo continuo: dall’olio di ricino alla bastonatura, dalla bastonatura alla soppressione di figure non di prima linea, finché si è osato arrivare più su, levar di mezzo in piena Roma, alla luce del sole, un capo socialista (...) credendo di passarla franca come altre volte». Il capo delle camicie nere è nel panico e sotto ricatto. Matteotti morto condiziona gli eventi più di Mussolini vivo e soltanto la Corona, nella quale gli «aventiniani» vanamente confidano, salva il regime. Il saggio di Fracassi è il diario di sette mesi angosciosi, al termine dei quali l’Italia si consegna alla dittatura. Un racconto che illumina due scenari sui quali si sono a lungo esercitati gli storici. C’è la pista politica, che rimanda alla prassi criminale già molto praticata nel primo fascismo. E c’è la pista affaristica, che puzza di petrolio e tangenti. La conclusione è che l’una non esclude l’altra, e che entrambe si incrociano spesso sul nome di Mussolini. Il quale chiude la questione davanti al Parlamento, il 3 gennaio 1925, mettendo una pietra tombale sulla democrazia: «Se tutte le violenze sono state il risultato di un determinato clima storico, politico e morale, ebbene a me la responsabilità, perché questo clima storico, politico e morale io l’ho creato».
1944, Roma non veste di grigio (Avvenire 30 Maggio 2004)
«Vidi un entusiasmo incredibile nella gente, qualcosa di eccezionale, indescrivibile. Gli Alleati erano acclamati come liberatori». Così lo storico Gabriele De Rosa ricorda l'arrivo a Roma, il 4 giugno di sessant'anni fa, delle truppe del generale Clark. «Ufficiale dei granatieri, dopo l'8 settembre mi collegai con il raggruppamento delle bande armate "badogliane" e partecipai alle attività clandestine. Il 4 giugno uscii dal mio rifugio e mi congiunsi con un gruppo di partigiani di varia provenienza politica», aggiunge. La Liberazione di Roma e l'avanzata da sud a nord, anche se lenta e fortemente contrastata dai tedeschi che avevano occupato l'Italia, sembra far emergere un antifascismo diffuso e radicato che avrebbe trovato nella Resistenza la sua più alta espressione. E così con molta retorica si è parlato e scritto, anche in studi recenti di «guerra di popolo», anche di «lotta di classe», alla quale si è contrapposto il termine «guerra civile». «Dopo il 25 luglio -osserva De Rosa - scopriamo un'Italia antifascista nella quale si muovono i partiti che danno vita al Cln e dirigono la lotta armata. La mia generazione aveva conosciuto il fascismo come opera bella e confezionata, tutta strutturata dall'alto in basso. Il distacco dal regime della gente, che già si avvertiva alla fine degli anni Trenta, diventò più veloce e più diretto quando crebbe la consapevolezza degli effetti della disfatta militare. Si comprese in modo più generale che il fascismo era finito, che non era qualcosa di cui gloriarsi, che stava uscendo dalla storia d'Italia. Era finito quel processo di appropriazione della parola Patria. Questa aveva acquisito un altro senso, strettamente collegato, in un connubio permanente, con la parola Libertà. Dove non c'è la libertà è difficile che ci sia la patria. Questo è il senso vero della Resistenza, o forse meglio delle varie Resistenze che si registrarono nel nostro Paese, alle quali contribuirono notevolmente i cattolici». Lei è abbastan za critico su una descrizione del nostro Paese, nel periodo che va dall'8 settembre al 25 aprile, nel quale coesisterebbero tre Italie: quella dei partigiani, quella della Repubblica sociale italiana, entrambe minoritarie, e una informe «zona grigia» costituita dalla grande maggioranza degli italiani che stavano alla finestra, senza schierarsi. «Penso che bisogna togliersi questa immagine della gente che stava alla finestra, attendista. Non me la ricordo proprio questa "zona grigia" perché non c'è stato ceto sociale, non c'è stata famiglia che non siano stati in qualche modo coinvolti nel periodo della Resistenza. Basterebbe ricordare i tantissimi civili che hanno rischiato la fucilazione, hanno subito torture e devastazioni per aver ospitato e aiutato i renitenti, i partigiani. Ho visto piuttosto una gran voglia di liberarsi al più presto di un regime ormai insostenibile, di tornare a uscire nelle strade, di parlare, di comunicare liberamente senza alcun timore, come era subito avvenuto all'indomani del 25 luglio. Anche nei mesi della Resistenza al Centro-Nord questa attesa di un'altra patria che sarebbe rinata è rimasta. È vero, l'apporto degli alleati è stato determinante e decisivo per porre fine alla guerra. Ma senza la lotta di liberazione, data anche la forte presenza dei nazisti sul nostro territorio, il fascismo avrebbe resistito di più. E crede che i partigiani avrebbero potuto operare se non avessero avuto alle spalle il sostegno e il consenso delle popolazioni?». A lei non piace nemmeno il termine guerra «civile». Perché? «Senza mancare di rispetto alle motivazioni ideali che spinsero non pochi giovani e giovanissimi ad aderire alla Repubblica di Salò, la Rsi non ebbe quella base di consenso per divenire un fronte militare organizzato indispensabile in una guerra civile, come accadde per la Spagna. I nemici da combattere erano, in quei mesi, innanzitutto e soprattutto i tedeschi invasori. Tra l'altro la Repubblica sociale non ebbe il consenso delle Chiese locali, della grande maggioranza dei parroci, dei religiosi». Nel ricostruire la storia di questi ultimi decenni, sembra prevalere sul piano politico programmatico una schematica contrapposizione antifascismo-fascismo, rossi contro neri, che esclude il contributo dei cattolici. Sono quasi del tutto assenti, anche nella storiografia più recente, sia i riferimenti all'antifascismo cattolico che pure c'è stato, anche se indubbiamente minoritario, sia i richiami alla Resistenza che vide schierato buona parte del laicato cattolico, sia alle proposte per il dopo della Dc di De Gasperi. Perché questa sorta di rimozione? «Non userei questo termine. Mi pare eccessivo. Possono esserci stati e forse ci sono ancora delle letture parziali, inadeguate della realtà cattolica. Quello della Fuci, dei laureati cattolici e di piccoli gruppi di cristiani durante il fascismo, se non può definirsi vero e proprio antifascismo, contribuì però ad alimentare nelle parrocchie e nelle associazioni un'area del dissenso morale e intellettuale che condusse poi più facilmente alla scelta di operare nella Resistenza di non pochi cattolici. Credo sia sufficiente citare a questo proposito le significative parole di Carlo Arturo Jemolo che sottolineava il miracolo dell'unione tra clero e popolo in questo tormentato e drammatico periodo: "grandi ordini religiosi, modesti conventi campestri di fraticelli semianalfabeti, prelati, parroci hanno gareggiato in aiuto ai perseguitati politici, a quanti volevano sottrarsi al servizio repubblichino, agli ebrei ricercati per il campo di concentramento... È ora storica che non dovrà essere dimenticata"».
Articolo Editoriale di Avvenire 29-5 sulla strage in Arabia Saudita ed articolo di Magdi Allam (corriere) che spiega che forse, durante l'omicidio di Quattrocchi per decapitazione, era presente un italiano o uno di madre lingua italiana. Le connivenze e le strategie comuni fra gruppi eversivi europei ed il terrorismo islamico, a livello di intelligence, sono date per certe.
Un attacco feroce, per fare più vittime occidentali possibile. Nel cuore della produzione petrolifera. Con l'epilogo drammatico, forse non preventivato, del sequestro di un gruppo di tecnici. Ancora una volta l'ala militare di al-Qaeda mostra di avere cervelli spietati. E di notevole lucidità politica. Non è il terrorismo crudele ma inconcludente dei palestinesi, così imbevuto della retorica del martirio da risolversi ormai in pura mistica dell'annientamento. Quelle di al-Qaeda sono operazioni militari quasi sempre indirizzate contro i complessi e delicati equilibrii che presiedono all'andamento delle economie del Primo mondo. L'attacco di ieri al Petroleum Center di Al-Khobar, in Arabia Saudita, lo dimostra. Non solo per l'uccisione di tecnici stranieri, evidentemente intesa a terrorizzare il personale delle compagnie petrolifere. C'è molto di più. Nella seconda metà del 2003, il prezzo del greggio sul mercato mondiale è rimasto quasi sempre intorno ai 30 dollari a barile. Ora siamo a 40 e non manca chi paventa un disastroso sforamento di quota 50. Gli esperti respingono simili previsioni, ma erano esperti anche coloro che a fine 1999 ipotizzavano di avere presto il petrolio a 5 dollari il barile... Resta il fatto che in pochi mesi il greggio si è attestato su un prezzo di 10 dollari in più ogni barile, pur se il petrolio abbonda e i Paesi produttori si mostrano disponibili alle sollecitazioni dei Paesi consumatori, che li invitano a far lavorare di più i pozzi per far calare i prezzi. Secondo molti osservatori, gran parte dell'aumento era dovuto al timore di attentati contro il sistema petrolifero dell'Arabia Saudita. E ciò a motivo della particolare posizione politica ed economica del Paese, che resta il perno del mercato mondiale del greggio ma comincia a scontare l'inveterata abitudine a tenere i piedi in due scarpe. Amica dell'Occidente ma neanche troppo segretamente tollerante con i movimenti fondamentalisti (dai taleban ai wahabiti ceceni, fino ai propri sceicchi degeneri), Riad si trova oggi alle prese con la disaffezione degli Usa, che stanno riducendo la propria presenza militare, e la contemporanea rabbia degli estremisti islamici. A furia di non scegliere, l'Arabia Saudita subisce le scelte degli altri. Posizione scomoda, che si riproduce pari pari in campo petrolifero. Tra i Paesi dell'Opec è stata l'Arabia Saudita la prima ad accettare di aumentare la produzione per dare un minimo di sollievo alla stentata ripresa di Usa, Giappone ed Europa. Come si vede, al-Qaeda l'ha prontamente punita. D'altro canto, a Riad sarebbe stato difficile disattendere la richiesta, perché è da Occidente che arrivano investimenti fondamentali, è in Occidente che fruttificano i suoi petrodollari. Una sovraesposizione che la mancata pacificazione dell'Iraq non fa che accentuare: proprio dai terminali petroliferi iracheni, infatti, doveva arrivare il petrolio necessario a stroncare sul nascere le fibrillazioni del mercato del greggio. Dopo aver individuato lo snodo, al-Qaeda lo colpisce a ripetizione. Il 1° maggio un altro micidiale attacco era stato portato contro il terminale petrolifero di Yanbu, con almeno 10 morti. È facile immaginare che cosa succederebbe al prezzo del petrolio, e quindi al tasso d'inflazione e disoccupazione dei Paesi occidentali, se prima o poi un attentato colpisse non i tecnici indifesi ma i pozzi o le raffinerie. Sorgerebbero spinosi problemi economici, certo. Ma anche politici: oggi sono India e Cina a trainare l'economia mondiale. Se una crisi petrolifera rallentasse il loro sviluppo, il conto lo presenterebbero a noi.
Mentre Antonio Amato è stato barbaramente sgozzato in Arabia Saudita dai terroristi di Al Qaeda, altri italiani, secondo fonti dei nostri servizi segreti, parteciperebbero attivamente al fianco della sedicente Resistenza irachena nell'uccisione dei nostri connazionali in Iraq. Una realtà spietata dei terrorismi islamico e internazionale uniti dal collante ideologico dell'antiamericanismo e dell’antiebraismo. La dimensione globalizzante della strategia del terrore è tangibile dall'acuirsi dell'offensiva in Arabia Saudita non appena la situazione in Iraq ha registrato un parziale contenimento delle forze sunnite e sciite contrarie alla stabilizzazione, pacificazione e democratizzazione del Paese. Perché il livello dello scontro deve restare alto. Sia per costringere gli americani a impegnare le proprie forze sui vari fronti. Sia per alimentare una tensione ideologica che incentivi la conversione e l'arruolamento alla guerra santa contro l'America del maggior numero possibile di combattenti dentro e fuori il mondo islamico. Perché in definitiva c'è un vasto consenso, anche in Occidente, attorno all'obiettivo politico della sconfitta degli Stati Uniti in Medio Oriente. Ciò che consentirebbe a bin Laden di realizzare il sogno della presa del potere in Arabia Saudita, la più sacra delle terre dell'islam e il Paese con le maggiori riserve di greggio del mondo. Un binomio, islam e petrolio, che lo consacrerebbe a nuovo profeta della mitica Umma, la Nazione islamica. La saldatura tra il terrorismo islamico e internazionale è documentata nel video, mai diffuso in pubblico, dell'esecuzione di Fabrizio Quattrocchi il 14 aprile scorso. In esso, stando alla rivelazione di una fonte dei nostri servizi segreti, quando Quattrocchi fu consapevole della sua imminente esecuzione, disse: «Ora vi faccio vedere io come muore un italiano». A questo punto Quattrocchi tentò di togliersi il cappuccio che gli copriva la testa chiedendo: «Posso?». Ebbene, uno dei sequestratori, in perfetto italiano, gli rispose: «Neanche per sogno». Un'espressione che, secondo gli esperti dell'intelligence, appartiene a qualcuno che è di madrelingua italiana. Si comprende bene come il vero motivo per cui la rete televisiva araba "Al Jazira" rifiutò di trasmettere quel video, è perché svela la presenza di un italiano tra i terroristi della sedicente «Brigata Verde» che ha rivendicato il sequestro dei nostri quattro connazionali. Ugualmente non si comprenderebbe come i terroristi abbiano consentito a Salvatore Stefio, nel secondo video trasmesso il 26 aprile scorso, di fare un discorso elaborato in italiano se tra loro non ci fosse stato qualcuno che conosce bene l'italiano. In quell'occasione Stefio disse con chiaro intento rassicurante: «Fino a ora non abbiamo avuto nessun problema con loro. Mangiamo regolarmente e non abbiamo avuto nessun tipo di maltrattamento fisico. Ogni richiesta per migliorare la nostra permanenza qui con loro solitamente ci viene accordata». Quasi a voler esaltare il volto umano dei terroristi. Un testo che è stato probabilmente dettato e imposto da un sequestratore di madrelingua italiana. Un'altra prova sonora testimonierebbe la presenza di italiani anche tra le fila dei miliziani sciiti dell'Esercito Al Mahdi del ribelle Moqtada al Sadr. Anche in questo caso si tratta di un'operazione condotta contro degli italiani, costata la vita al caporale dei Lagunari Matteo Vanzan lo scorso 16 maggio a Nassiriya. In un Dvd in arabo che celebra le gesta belliche dei miliziani che attaccarono i nostri soldati, a un certo punto si sentirebbe una voce che in italiano chiede: «Vuoi vedere?». Una domanda che lascerebbe supporre la presenza di almeno due persone che parlano l'italiano. La realtà di una centrale del terrorismo islamico e internazionale riecheggia anche dall'affinità del lessico colorito riservato al nostro presidente del Consiglio. «Sciocco e superbo», è stato definito ieri nel comunicato diffuso via Internet da Abdel Aziz Al Moqrin, presunto capo di Al Qaeda in Arabia Saudita. «Retrogrado» o «ritardato mentale», era stato qualificato dalla risoluzione strategica di Al Qaeda «L'Iraq della Jihad: speranze e pericoli», diffusa l'8 dicembre 2003. Profondo disprezzo personale e accesa ostilità politica nei confronti di Berlusconi sono presenti anche nei comunicati della «Brigata Verde» e della sedicente «Resistenza irachena». Con un livello di conoscenza della nostra politica interna difficilmente acquisibile se non da un esperto italiano. Questa globalizzazione del terrorismo è un indubbio successo di Bin Laden. A tal punto serio e temibile da indurre il principe ereditario saudita Abdallah, secondo notizie riservate e attendibili, a trattare con Bin Laden un'intesa segreta per prevenire il tracollo della monarchia. Facendo leva sulla comune ostilità all'America e a Israele. Ciò che gli avrebbe fatto dire, all'indomani del massacro di sei stranieri a Yanbu lo scorso primo maggio, rivendicato da Al Qaeda, che «il sionismo è dietro il terrorismo nel nostro Paese». E' un dato di fatto che Bin Laden si è finora sempre astenuto dall'attaccare personalmente Abdallah, ribattezzato il «Principe rosso» per i suoi legami familiari con il presidente siriano Assad e per le sue esplicite simpatie panarabe. Altre fonti indicano tuttavia che la famiglia reale saudita avrebbe pronto un piano di fuga all'estero. Ciò spiegherebbe la tendenza al forte rialzo del prezzo del greggio, destinato a sforare i 40 dollari a barile, nonostante il mercato ne sia saturo. Gli operatori sono estremamente preoccupati per la sorte dell'Arabia Saudita, dell'Iraq e del Kuwait, tre Paesi in bilico che detengono complessivamente metà delle riserve mondiali di greggio. Se Bin Laden dovesse riuscire nel suo intento, il prezzo del barile potrebbe schizzare a 100 dollari. A quel punto sarà lui a dettare le condizioni politiche ed economiche all'Occidente.