lunedì, marzo 29, 2004
UNITA' dell' EUROPA / 1
Uno dei fenomeni piu' rilevanti del Novecento e' stato il processo di integrazione delle nazioni europee. Questo movimento ha visto alle sue origini alcuni fra i principali statisti di formazione cattolica del secondo dopoguerra, quali Schuman, Adenauer, De Gasperi. Qui riprendiamo un intervento di Ignazio Silone, una delle figure piu' originali della cultura italiana, in occasione della pubblicazione di un libro che ne raccoglie diversi interventi inediti.
La guerra fredda di Silone (da Avvenire 28-3-2004) di Ignazio Silone
Esce in libreria il volume di Ignazio Silone «Le cose per cui mi batto» (edizioni Spartaco, pagine 224, euro 12), che raccoglie scritti editi e inediti di cultura e politica. Qui anticipiamo il testo dell'intervento «Per il federalismo», pronunciato da Silone il 30 aprile 1949 a Parigi.
Se appena quattro anni dopo la fine della seconda guerra mondiale noi siamo già minacciati da un nuovo e più terribile conflitto, è evidentemente il risultato della maniera in cui i diplomatici e i militari hanno concluso la guerra. È potuto sembrare, a un certo momento, che gli accordi di Yalta e Potsdam erano una realtà transitoria; ma essi sono diventati una disgrazia che è durata anche troppo. I comunisti non osano criticare Yalta e Potsdam perché quegli accordi portano la firma della Russia. È la prima e la più grave delle reticenze nella loro posizione davanti al problema della pace... Io vorrei ora cercare di stabilire come base di discussione una enumerazione, necessariamente sommaria, degli aspetti attuali del problema della pace: 1) è evidente che una delle più gravi minacce contro la pace è la divisione del mondo in zone d'influenza, e particolarmente la divisione dell'Europa in due parti sempre più opposte e più ostili tra loro; 2) i riarmi segreti e l'utilizzazione dell'energia atomica per scopi di guerra; 3) il caos delle economie nazionali, delle economie autarchiche costose, irrazionali e parassitarie; 4) i regimi di dittatura aperta o camuffata; 5) gli ostacoli di ogni specie della libera circolazione delle idee e degli uomini; 6) la prospettiva di una crisi economica più grave di quella del 1929, crisi che provocherebbe una disoccupazione che raggiungerebbe da un giorno all'altro venti o trenta milioni di proletari, e provocherebbe un pericolo di rivoluzione sociale che non lascerebbe, secondo alcuni , altra via d'uscita ai capitalisti che la guerra esterna per schiacciare il nemico interno. Ora, quale è la prima osservazione che deriva da questa semplice e sommaria enumerazione? Essa è molto importante: la minaccia alla pace non viene da un solo paese, i nemici della pace non sono tutti dalla stessa parte. Ciò non vuol dire che in una congiuntura storica determinata - come per esempio in occasione della seconda guerra mondiale - non ci possa essere una coincidenza occasionale e transitoria tra la causa della libertà e quella di alcuni Stati, ma anche allora non si tratta che di una coincidenza, lo ripeto, e non di identificazione. Si è troppo parlato nel corso degli ultimi anni, della federazione europea, e gli atti sono stati inferiori alle parole. Il fine politico di una Europa federata ha ricevuto vaste e importanti adesioni, che venivano anche da capi di Stato e di governi, ma si è verificato di nuovo questo vecchio fenomeno, che il modo più efficace per far fallire le soluzioni serie consiste nel fingere di accettarle e di toglierle dall'ordine del giorno, oppure di far deviare l'interesse popolare verso realizzazioni puramente fittizie. In questa categoria rientrano le unioni economiche o semplicemente doganali, le conferenze per la messa in comunione delle risorse e della mano d'opera. Sono cose che resteranno illusorie fintanto che gli Stati nazionali conserveranno la loro sovranità assoluta. Il tempo del nazionalismo economico è superato, esso è la causa più importante delle nostre miserie. Il benessere dei popoli esige più vasti spazi. Ma come giungervi? In quello che ci si racconta, ad esempio, sull'unione economica franco-italiana vi è con ogni evidenza una larga parte di illusioni. I funzionari ministeriali, gli industriali e gli agrari dei nostri due paesi, che trattano per l'applicazione di questo trattato, non vogliono e non possono sacrificare all'interesse superiore gli interessi attuali che essi devono servire. Questa è la verità: non si può federare l'Europa senza democratizzarla. Bisogna liberare l'Europa dalla direzione delle vecchie classi che sopravvivono alla loro funzione storica . È a mio parere il solo modo di salvare la democrazia, perché la migliore difesa della democrazia è la sua realizzazione completa. Una democrazia che, per meglio difendersi, si ponesse sotto la tutela dei militari compirebbe in realtà il proprio suicidio. È evidente, per noi e per molti europei, che la difesa dei sedicenti valori spirituali della nostra tradizione non si confonde, non può confondersi, con la conservazione di forme politiche ed economiche sorpassate. Al contrario, noi dobbiamo dire che quando auspichiamo una futura reintegrazione dei paesi dell'Europa dell'est nella comunità europea, auspichiamo evidentemente una democratizzazione politica di quei paesi, ma non auspichiamo in nessun caso una restaurazione sociale. Noi andiamo probabilmente verso prove molto dure in cui, per sopravvivere, non servirà a nulla essere astuti o abili o maliziosi o tattici, ma essere integralmente in buona fede. Vi è difatti qualche cosa di più terribile della disgregazione dell'atomo, ed è la disgregazione delle coscienze.
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sabato, marzo 27, 2004
MOVIMENTO CATTOLICO / 4
Ancora su La Pira. Particolari inediti su di lui al convegno di Firenze rivelati dal ministro Pisanu. (stralci da Avvenire 27-3-2004)
Aldo Moro diceva che Giorgio la Pira "era un uomo diverso dagli altri"; Giulio Andreotti, in una recente occasione, lo ha ricordato come un uomo "straordinario". Lui stesso, scherzando, qualche volta diceva che Dio, dopo averlo creato, aveva gettato via lo stampo. È vero: il Professore era straordinario e diverso, a motivo, io credo, della sua santità. Per la mia generazione, per tanti giovani che come me ebbero la fortuna di conoscerlo e di ascoltarlo, La Pira fu l'esempio persuasivo e trascinante dell'"impazienza" del fare; per l'appunto, della "santa impazienza" di mirare in alto, ma per ottenere al più presto risultati concreti, come ben sanno i fiorentini che lo videro alla guida della loro città. Probabilmente, fu proprio la naturale inclinazione ad agire che gli permise di coniugare, per tutta la sua vita, profondità di fede e continuità di impegno politico, di quel "severissimo e durissimo servizio", sono parole sue, reso alla "città dell'uomo", per farla sempre più degna della "città di Dio". Nell'aspro confronto con la realtà di tutti giorni, certamente gli fu di grande aiuto l'"arma nucleare della preghiera", per usare ancora una sua famosa espressione. Quando nella tarda primavera nel 1976, in un momento politico particolarmente delicato, Aldo Moro venne a trovarlo in ospedale qui a Firenze, molti si interrogarono sulle misteriose ragioni che avevano indotto entrambi, solitamente così gentili, ad allontanare tutti i presenti e chiudere la porta dietro di sé per intrattenersi in segreto colloquio. Posso svelare il mistero: avevano deciso di pregare insieme per l'Italia, di usare, a loro modo, la loro arma nucleare. È certo che, nel nostro tempo, pochi politici hanno dimostrato di possedere la fantasia e la lungimiranza di Giorgio La Pira, la sua stessa capacità di immaginare scenari e prospettive nuove, il suo coraggio di lavorare per crearne i presupposti anche quando ogni cosa sembrava andare in senso contrario. Egli parlava di pace e di dia logo mentre tutti, in un mondo spaccato a metà, non parlavano che di guerra: così, nel 1958, scrisse a Fanfani che "l'edificazione della pace fra le Nazioni esigerà sempre più strumenti inediti, assolutamente nuovi e luminosi, di azione. Il negoziato e il dialogo sono le strade da percorrere". Nel 1966, come ha ricordato Andrea Riccardi, il sindaco di Firenze affermava che il futuro ci avrebbe condotto "alla unità e alla pacificazione di tutta l'Europa (tutta, dall'Atlantico agli Urali)". Passarono più di dieci anni e quando Giovanni Paolo II parlò, ancora nel pieno della guerra fredda, del suo sogno di una grande Europa unita tra Est e Ovest, molti pensarono ad una illusione. Come spesso accade a chi sa percepire in profondità i movimenti del proprio tempo, anche Giorgio La Pira veniva scambiato per un utopista o un visionario. Ma non era così. Era semmai il contadino della Garonna con l'orecchio teso per terra a cogliere il rumore delle segrete germinazioni, del nuovo che faticosamente cresce nel ventre della storia. Certo le profezie bibliche costituirono per lui un riferimento forte, costante ed ineliminabile. Giorgio La Pira non era un visionario, era un profeta egli stesso, un profeta laico, sicuro conoscitore della storia, delle divisioni da essa tracciate, dei rischi tremendi che queste comportano. E nessuno meglio di lui seppe porre il tema del dialogo come strumento principale per la costruzione della pace. In un momento come questo, in una Europa sanguinosamente ferita e ulteriormente minacciata dal terrorismo di matrice islamica, l'eredità di un uomo come Giorgio La Pira non è solo "straordinariamente" attuale, ma è anche, e soprattutto, un riferimento saldo, una strada da percorrere. La Pira fu tra i primi, nel dopoguerra, a cogliere e segnalare la complessità dei problemi che il rapporto con l'Islam avrebbe posto all'Occidente. Proprio qui, a Firenze, promosse incontri tra esponenti di comunità religiose, chiamandoli a riflettere sul dialogo come strumento di pace tra i popoli, sulla necessità, come diceva lui, di "abbattere i muri e costruire i ponti". Nella sua visione il Mediterraneo, lungi dall'essere un mare che divide, era piuttosto un lago che unisce, il lago del dialogo tra le tre grandi religioni monoteistiche, che per millenni hanno intrecciato le loro vicende sulle sue rive: "costruire la tenda della pace è anche il destino del Mediterraneo" scrisse nel suo messaggio all'incontro euro-arabo di Firenze del 1977. (...) Come c'è una Chiesa cattolica che vive serenamente nella società americana a maggioranza protestante, così può esserci un Islam europeo vitalmente inserito in una società a maggioranza cristiana. La sola cosa di cui l'Occidente deve preoccuparsi è la rigorosa salvaguardia della democrazia, dello Stato di diritto e dei suoi valori. Lì dentro c'è spazio per ogni identità culturale e religiosa che sia disposta a fabbricarsi col dialogo il proprio futuro.
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giovedì, marzo 25, 2004
Segnalazione
Preceduto da una grande attesa, accresciuta dal rinnovato interesse per le vicende dell’Urss e per la figura di Stalin, è in uscita anche in Italia per Liberal edizioni un classico della storia contemporanea, il libro che per primo ricostruì le vicende della grande carestia ‘pilotata’ da Stalin che tra il 1930 e il 1932 provocò la morte di sette milioni di ucraini.
** RACCONTO DI DOLORE di Robert CONQUEST
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domenica, marzo 21, 2004
MOVIMENTO CATTOLICO / 3

LA PIRA CI APPARTIENE, APPARTIENE ALLA TRADIZIONE POLITICA DEI CATTOLICI ITALIANI
Recentemente la figura di La Pira è stata in varia misura "attaccata". Non si discute la santità della persona - è stato detto - ma le sue scelte politiche. Certamente questo è legittimo. Meno legittimo ci sembra voler cancellare in modo abbastanza acritico una figura di politico cattolico che pur nei limiti, ha però amministrato una città difficile come Firenze con grande personalità e fantasia politica. Le polemiche che lo hanno diviso da don Sturzo vanno perciò senz'altro considerate e valutate, ma nell'ambito del contesto dell'epoca di riferimento. Per esempio, non si può non tener conto, che dopo la guerra, l'intervento statale in economia era necessario per far ripartire le attività produttive ed incentivare gli investimenti. Seguire la dottrina sociale della Chiesa significa essere antistatalisti, ma questo non significa non richiedere mai l'intervento dello Stato. E' proprio il principio di sussidiarietà ad affermare il contrario. Di fronte alla crisi della Pignone, che cosa era auspicabile fare!? Richiamarsi astrattamente al libero mercato, che presto o tardi avrebbe risolto ogni problema occupazionale? Due sono i filoni della sua attività politica di interesse: (1) l'amministrazione della città di Firenze, riscoprendone l'identità culturale e (2) la promozione dell'Italia sulla scena internazionale come nazione crocevia di pace, in particolare valorizzando l'area mediterranea.
Fa veramente male constatare che un giornale come Tempi, settimanale di riferimento di tanti cattolici in ambito sociale e politico, citi S. Bondi, in un libercolo scritto per propaganda di partito, per dire "addio" a La Pira.... http://www.tempi.it/archivio/articolo.php3?art=6327 (vedi sotto)
| La Pira addio |
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A Giorgio La Pira, |
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A Giorgio La Pira, che lo aveva definito «un retrivo rincretinito dal soggiorno in America» e aveva proclamato che «l’economia moderna è essenzialmente di intervento statale», don Sturzo controbatte seccamente. La Pira è «lo statalista della povera gente, arrivato a pensare che lo Stato, tenendo in mano l’economia, possa assicurare a ciascun cittadino il suo minimo vitale. L’errore degli statalisti, siano conservatori o democratici, consiste in tale credenza, mentre la storia non ci dà un solo esempio di benessere economico a base di economia statale.Queste prospettive socialiste e comuniste della politica e dell’economia sono in sostanza soppressione di libertà, affossamento della personalità umana, dominio di una oligarchia di funzionari gerarchizzati, con la conseguenza dell’aumento ipertofico della spesa pubblica e della diminuzione della produttività nazionale».
Don Luigi Sturzo, cit. in Sandro Bondi, “Tra destra e sinistra”, Mondadori, marzo 2004
NON SIAMO D'ACCORDO. LA PIRA CI APPARTIENE. Appartiene alla tradizione politica dei cattolici italiani, di coloro che intendono seguire e sviluppare la dottrina sociale della Chiesa. Di seguito, riportiamo alcuni articoli sulla figura del La Pira politico. |
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La Pira fra l'Est e il Mediterraneo (di Antonio Airò - Avvenire 20 Marzo 2004)
Isuoi «sogni» legati a una lettura degli avvenimenti del suo tempo, «dopo aver meditato e pregato sulla Scrittura», ma anche «percezioni profonde e intuizioni concrete». Giorgio La Pira, sindaco di Firenze dal 1951 al 1956 e poi «banditore» libero di una pace che doveva essere perseguita al di là delle dure contrapposizioni ideologiche, della «guerra fredda» che il comunismo tuttora stalinista, nonostante le prime correzioni introdotte da Kruscev avverte che tempi nuovi si preannunciano per la società del suo tempo e anche per la Chiesa universale. E ne scrive diffusamente al «Beatissimo padre», cioè a Pio XII facendolo partecipe delle sue iniziative, dei suoi incontri, dei suoi progetti con toni appassionati, schietti che non nascondono però più volte la delusione e anche l'irritazione per «la freddezza e per lo scetticismo» provenienti da autorevoli ambienti cattolici (l'Azione cattolica di Gedda, la «Civiltà cattolica», don Sturzo) e perfino dello stesso Pacelli, il cui radiomessaggio natalizio del 1953 era stato interpretato come una esplicita condanna delle posizioni lapiriane. In 129 lettere, in grandissima parte a Pio XII, ma anche a Montini e Dall'Acqua, si dipana questo singolare diario di La Pira, come rileva nella sua introduzione lo storico Andrea Riccardi, nel quale le vicende italiane si legano al suo impegno ininterrotto per la pace e quindi per la distensione, anche se l'invasione sovietica dell'Ungheria nel 1956 confermava lo scetticismo se non peggio della diplomazia vaticana di fronte alle avances che venivano dal comunismo internazionale. La Pira ben conosce le idee e anche i comportamenti di Pio XII, eppure è convinto anche se ciò gli comporterà l'accusa ripetuta di «comunistello di sacrestia» che il moloch comunista non è così invincibile come sembra. «Il comunismo non vince più in Italia, né fuori. Il suo limite è stato raggiunto: ora siamo già al di là del limite», scrive a ridosso delle elezioni politiche del 1953 che pure segnano la fine del «centrismo» degasperiano. Ma significativamente nel 1955 osserva: «Vogliamo sradicare il comunismo? ebbene altra via più efficace non c'è: togliere le cause e le cause sono la disoccupazione, la privazione di casa e la miseria». Solo ingenuità più o meno pericolose e strumentalizzate dai comunisti? Oppure sono il frutto, come la vicenda della Pignone avrebbe dimostrato secondo i critici di La Pira, di un antiliberalismo che gli impedisce di avvertire non tanto l'impraticabilità del richiamo comunista ma soprattutto di una situazione socioeconomica che doveva accantonare ogni intervento pubblico in economia e togliere ogni spazio al partito comunista. La Pira non accettava questa lettura. E questo tema è ricorrente in non poche delle sue lettere. Ma l'impegno per la pace, che non doveva essere lasciato solo al monopolio del Partito comunista perché si trattava di un valore «intrinsecamente cristiano», si accompagna nella geopolitica di La Pira a una prospettiva di politica internazionale che vede il nostro Paese ricercatore di relazioni diverse e di scelte conseguenti in quell'area del Mediterraneo nel quale si incontravano, in una sorta di convergenza tutta da costruire ma che non poteva più essere ignorata, cristiani, ebrei, musulmani, i figli di Abramo, di Isacco, di Giacobbe. In un susseguirsi di lettere nelle quali parla dei suoi incontri con i maggiori esponenti del suo tempo, da De Gaulle a Nasser, da Ben Gurion a Hussein di Giordania, a Kruscev, La Pira illustra non pochi degli aspetti della politica estera nel nostro Paese. Una politica che faceva della «questione mediorientale» il nodo di svolta per arrivare ad una vera pace. E di questa politica, Fanfani avrebbe dovuto essere il protagonista indiscusso. Anche Pio XII doveva saperlo. |
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Beatissimo Padre.-Lettere a Pio XII A cura di Andrea Riccardi e Isabella Piersanti Mondadori. Pagine 280. Euro 17,00
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Discorso tenuto in occasione della cerimonia di commemorazione di Giorgio La Pira a Montecitorio il 25 febbraio 2004
(da 30Giorni - Marzo 2004) |
Signor presidente della Repubblica, colleghi parlamentari, signore e signori, c’è un aggettivo che si addice sotto tutti gli aspetti a Giorgio La Pira: straordinario. Da quando lo troviamo giovane studente dell’Istituto tecnico di Messina guadagnarsi qualche lira insieme all’amico Salvatore Quasimodo, tenendo i conti di una minuscola azienda di “prodotti chimici coloniali e vini pregiati”. Di qui ha origine quel carteggio con il poeta premio Nobel, nel quale troviamo, ad esempio, sotto la data 12 novembre 1922 (nei giorni civilmente turbolenti della marcia su Roma), frasi come queste: «Abbiamo un’origine comune, ma strade diverse; la meta è però una sola. Giungiamo assieme contemporaneamente tu dalla poesia io dalla filosofia – sarà il primo passo; poi procederemo assieme ad Ascesi». Nella stessa lunga lettera è scritto: «Tra i miracoli del salvamento ci fu segnato: Primo, la povertà».
Più tardi, divenuto cattedratico di Diritto romano, La Pira sarà per tante generazioni di universitari, ben oltre il prestigioso insegnante, un maestro di vita, specie attraverso quella Messa del povero che da Firenze esportò anche qui in Roma, venendo spesso lui personalmente, alla domenica, nella chiesa di San Girolamo della Carità per prestare attenzione affettuosa a qualche centinaio di vittime della miseria, alle quali diceva che dovevamo noi studenti essere grati perché ci insegnavano la filosofia vera della vita. Saltellante e gioioso, il professore aveva per tutti una parola appropriata, ma specialmente un sorriso rasserenante. Anche nelle manifestazioni sociali della Fuci, La Pira era un ospite desiderato e incisivo. Lo ricordo al Congresso nazionale del 1942 in Assisi, in un momento drammatico per la nostra nazione lacerata dalla guerra ormai perduta, fare l’elogio della pace che costruisce e dell’amore che riedifica. Fermissimo nei concetti, il suo stile era piano; e alla fine lo stesso podestà Fortini, che aveva espresso disagio sentendo stigmatizzare l’odio verso gli inglesi, fu travolto dal fascino lapiriano e lo abbracciò commosso, ricevendo da La Pira, tra i nostri rumorosi applausi, una piccola medaglia della Madonna. Più tardi, nell’esercizio della missione politica, in Parlamento, al governo e specialmente alla guida della città di Firenze, di cui parlerà il sindaco Domenici, avrebbe incentrato il suo insegnamento e il suo operato nella subordinazione della legge alle esigenze dei cittadini non abbienti. Un economista può anche dubitare che bisogna adeguare i bisogni alle risorse possibili, ma La Pira no. Vi furono momenti nei quali questo umanesimo lapiriano lo pose in polemica con le cosiddette autorità. Non accettò, ad esempio, in un congresso, l’obiezione di De Gasperi sulla necessità di modulare i programmi di sviluppo invocati da La Pira secondo il gettito delle risorse tributarie. La Pira insistette con un fermo: «Amicus Plato sed magis amica veritas». Così pure reagì duramente alle critiche di don Sturzo su un preteso statalismo economico serpeggiante. Anche tra i due futuri candidati alla beatificazione la contrapposizione di tesi non aveva addolcimento nei toni.
Nell’occasione di una delle occupazioni di fabbriche fiorentine in crisi diffidò la prefettura dicendo: «La Fonderia delle Cure sarà una autentica cittadella di resistenza alla ingiustizia e vedremo chi vincerà». Io stesso fui oggetto di un telegramma lapidario perché avevo dovuto inviare la guardia di finanza ad impedire la requisizione di uffici tributari per dare alloggio ai senza tetto. Per farmi perdonare accelerai il trasferimento al Comune della Fortezza da Basso, sulla quale giustamente La Pira censurava il permanere di vincoli demaniali militari. In questa occasione fu addirittura poetico. Conservo, al riguardo, questo originalissimo biglietto: «Ministero della “Difesa”: di che? Della “bellezza” teologale delle città cristiane: della creazione artigianale (di livello artistico) in Firenze e in tutte le città italiane. Ergo: “Fortezza da Basso”: Fortezza per difendere e diffondere la bellezza cristiana. Riflesso della bellezza di Dio, e della nostra civiltà». Cito un’altra lettera da lui ricevuta nel gennaio 1973 (La Pira era fertilissimo nella corrispondenza, scrivendo sempre a mano, ma con annessa copia dattiloscritta per facilitare la lettura). Ecco la lettera. «La stella (di Betlemme) che condusse i Magi dagli estremi limiti della muraglia cinese a Betlemme conduca ora alla cattedra di Pietro (a Roma) i popoli di Oriente, loro successori. Quei popoli cioè, di cui essi (i Magi) furono i primi indicatori nella via amica della salvezza, della civiltà e della pace. Queste parole non sono fantasia: la storia, ogni giorno più, ci prova che questo è l’irreversibile corso della storia del mondo! Oggi, come ieri, come domani! Se l’Italia intuisse davvero che il suo destino storico e politico è questo: essere il ponte che i popoli devono attraversare per andare nell’inevitabile piazza di Pietro!». Alcune iniziative di La Pira trovarono sul momento e dopo anche commenti critici, ma non li condivido. E se alcuni particolari del viaggio in Cina e in Viet Nam (la clandestinità, i passaporti alterati ed altro) possono prestarsi a dubbi, l’idea dei colloqui tra cristiani, ebrei e islamici fu straordinariamente positiva. Era la semina di una pianta che purtroppo non è ancora adeguatamente cresciuta. Ma in tutto il mondo arabo quelle iniziative fiorentine hanno lasciato un segno incancellabile.
Con mia grande commozione il defunto re del Marocco mi chiese se lui, islamico, poteva testimoniare nella causa di beatificazione di La Pira, del quale era incantato per la lungimiranza delle visioni, ma ancor più per la semplicità di vita da cui era rimasto affascinato visitandolo nella celletta di San Marco. Ma anche in circoli israeliti era visto con rispetto. Ricordo l’impressione che ebbe il presidente dell’Organizzazione sionista mondiale Nahum Goldmann quando La Pira lo invitò nel 1964 a tenere a Firenze il Congresso mondiale ebraico. Aggiungo anche un episodio singolare. Vi era stata in seno all’Alleanza atlantica – peraltro sempre sul piano della deterrenza e mai come ipotesi di attacco – l’idea di pianificazione di una bomba al neutrone. Da Washington eravamo stati pregati di scrivere a Breznev, contestando le sue durissime critiche al riguardo. Da La Pira ricevetti questo biglietto: «Carissimo Andreotti, ascoltami: è la seconda volta che lo faccio; grazie per la prima volta. Comincio dalla conclusione: Andreotti deve impegnarsi anche lui, a nome dell’Italia, contro la bomba al neutrone. A qualunque costo bisogna smettere di armare il mondo per distruggerlo. Fraternamente. Giorgio La Pira».
Poco dopo andai in visita a Washington e nei colloqui ascoltai con sorpresa il presidente Carter dire che la bomba al neutrone era un’idea dell’ammiraglio Rickover, da lui per nulla condivisa. La Pira si dedicò con intensità e in modo originalissimo alla politica estera. Interpretò Firenze come una sede chiamata dalla Provvidenza a costruire e a vivere messaggi di pace. E per lui la pace era cristiana. In un appunto a matita che mi passò il 26 aprile 1962 durante una cerimonia a Palazzo Vecchio (e che conservo) è scritto: «Vedi, a Firenze si possono fare e dire le cose più ardite inquadrate esplicitamente nella visione cristiana della storia; e ciò con estrema logicità e chiarezza, come laboratorio e sperimentazione». In questa filosofia della speranza politica rientra una lettera, datata 28 ottobre 1970: «Forse non erro dicendo che la Dc potrebbe fare tanto (in Italia e, per riflesso, nel mondo) se avesse il coraggio di introdurre nella sua “concezione politica della storia” questo dato preciso: – la guerra è impossibile; il negoziato globale è inevitabile; la mediazione italiana potrebbe davvero essere il grande ponte di pace gettato sul mondo!» Certamente vi erano state e vi furono anche delle illusioni. La Pira in una lettera datata 21 marzo 1972, San Benedetto patrono dell’Europa, mi scrisse: «Hai letto il discorso di Breznev? Il 1972 sarà certamente l’anno del negoziato globale: e l’Italia (dopo il 7 maggio) potrà fare tanto per avviare felicemente questo negoziato! “La strada di Isaia”. Checché ne dicano gli pseudo realisti».
La Pira “terzaforzista”? Per essere esatti, sì; anche se nel 1949 aveva votato per il Patto atlantico. In una lettera del 20 luglio 1970, dopo avermi assicurato di aver pregato per me alla Badia, diceva: «Costruire la terza tenda: fra le due tende di guerra (Nato e Patto di Varsavia) costruire la terza tenda, quella della pace: e costruirla in Europa: e, in modo più specifico, in Italia ove c’è la “sede di Pietro”. Costruire il “punto attrattivo del mondo” (pace “conversione delle armi in aratri”) e costruirlo qui, a Roma: chiudere, come fece Augusto, il tempio di Giano e costruire l’Ara Pacis (unificando il mondo, come Augusto fece). Questa non è “poesia” ed “utopia”: è “la storia essenziale” di oggi e di domani. Con fraterno affetto. La Pira». Era accluso un suo impegnativo discorso fatto a Leningrado e una bellissima lettera di monsignor Hélder Cámara, il leggendario vescovo di Recife. Nelle relazioni personali La Pira era straordinario. Ebbe, ad esempio, il testo del famoso rapporto Krusciov – che aveva sorpreso e messo Togliatti in tanto imbarazzo – due anni prima che il mondo occidentale ne avesse conoscenza. Lo confermò lui stesso pochi giorni prima di morire, dicendo: «Si è vero: fu l’ambasciatore russo a consegnarmi il rapporto in un convento di Firenze».
Di La Pira costituente rimane la documentazione di un apporto di altissimo valore. Ricordo a titolo esemplificativo, oltre il discorso del 17 marzo 1947 sulla dottrina sociale cristiana che secondo la cultura egemone non esiste, la sua relazione sui “Principii relativi ai rapporti civili”. È un testo sul quale dovremmo meditare proprio in questo periodo di discussioni sulle riforme. Ma a parte i resoconti stenografici, il contributo di La Pira fu straordinario, anche per contribuire a creare e mantenere un clima di cooperazione, senza il quale è impossibile definire indirizzi e ordinamenti destinati a rimanere nel tempo. Stupenda caratteristica di La Pira. Nessuno ritenne lui, che pure datava le lettere con il santo del giorno e si appartava dalle riunioni con i sindacati al Ministero del Lavoro per leggere il breviario, come un clericale. Anche per questo è giusto definirlo straordinario.
Solo lui poteva permettersi una proposta come questa: «Il Ministero della Difesa ha un bilancio e spende per le armi. Perché non creare anche un capitolo per le efficacissime armi nucleari dell’orazione: le cittadelle dell’orazione in Italia e nel mondo e crearne di nuove in Asia, in Africa, in America Latina? Pensaci. La cosa è più seria e più tecnica di quanto non si pensi. So che tu non riderai di questa proposta». Non risi. Anche se non potei dar seguito; e più tardi, in un monastero thailandese di claustrali reduci dalla Cina e accampate ai margini del fiume Kwai, mi sentii domandare da una suorina: come sta La Pira? Un momento toccante si ebbe qui a Montecitorio il 21 dicembre 1947 quando propose di introdurre la dizione: «In nome di Dio il popolo italiano si dà la presente Costituzione». Lo fece con delicatezza, citando – alla ricerca di consensi – anche il mazziniano “Dio e Popolo”. Proceduralmente era in verità troppo tardi, ma La Pira creò in tutti attenzione e disagio. Lo espresse bene Piero Calamandrei: «Non sono in dissidio col collega ed amico La Pira; perché, se il punto al quale siamo arrivati nei nostri lavori non ce lo avesse vietato, avrei anch’io desiderato che all’inizio della nostra Costituzione si trovasse qualche parola che volesse significare un richiamo allo Spirito. Perché, colleghi, alla fine dei nostri lavori, talvolta difficili e perfino incresciosi, talvolta immiseriti, diciamo, in questioni grettamente politiche, alla fine dei nostri lavori vi è però nella nostra coscienza la sensazione di aver partecipato in questa nostra opera a una ispirazione solenne e sacra. Sarebbe stato opportuno e confortante esprimere anche in una sola frase questa nostra coscienza, che nella nostra Costituzione c’è qualcosa che va al di là delle nostre persone, un’idea che ci ricollega al passato e all’avvenire, un’idea religiosa, perché tutto è religione quello che dimostra la transitorietà dell’uomo ma la perpetuità dei suoi ideali»
Il 5 febbraio 1977, avendo appreso che Giorgio La Pira si era aggravato, andai a Firenze a trovarlo con la speranza che superasse la crisi. Era molto affaticato. Ma sereno e particolarmente affettuoso. In serata ricevetti a Roma un telegramma che aveva dettato a Fioretta Mazzei. Assicurava la sua preghiera al Signore perché aiutasse il governo «a condurre la barca italiana che nonostante ansie terribili come quella della violenza e dell’aborto deve nuovamente arrivare al porto della fraternità e della pace per la difesa delle nuove generazioni». Sopravvisse fino al novembre e il suo funerale fiorentino fu un momento indimenticabile di commozione e di affetto. Nel chiudere, ringrazio il presidente Casini per avermi associato a questa solenne rievocazione di un insuperabile maestro, prima ancora che di politica, di spiritualità, di coerenza e di vita.
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mercoledì, marzo 17, 2004
DINTORNI / 3
Un articolo di G. Pansa sul rifiuto di una certa sinistra comunista italiana di fare i conti con la storia del XX secolo. Non hanno neanche perso l'abitudine di compilare la "lista"dei reietti da mettere all'indice e domani anche al .... Un'altra testimonianza che il comunismo italiano è stato uno dei più radicati e totalitari della storia: la versione gramsciano togliattiana essendo il modo di 'cambiare anche le evidenze elementari del singolo'. Per la cronaca, molti degli autori messi all'indice sono fra quelli da noi preferiti e presi come riferimento.
Ultime gesta della sinistra regressista di Giampaolo PANSA (tratto da L'Espresso, 19.02.2004)
Come ti muovi ti fulmino! E' diventato questo il motto della sinistra regressista, quella con la testa inchiodata nel passato, anche nel passato più torbido e da rifiutare. Appena qualcuno, di sinistra o ulivista che sia, s'azzarda a tentare questa necessaria operazione di onestà storica e politica, ecco che si alza qualche superstite del socialismo reale che lo fulmina. Ossia gli grida: vade retro!, gli impone di stare zitto e lo copre di tutte le maledizioni.
In questi giorni è accaduto a Pietro Fassino, leader dei Ds, e a Luciano Violante. Colpevoli di aver detto parole chiare sul crimine spaventoso delle foibe e sul dramma dell'esodo dall'Istria di 240 mila italiani (qualcuno sostiene 350 mila) che non volevano vivere sotto il regime comunista di Tito. Bene, su Fassino e Violante sono caduti i fulmini di un loro alleato nel centro-sinistra, Armando Cossutta, l'ultimo staliniano d'Italia. Infuriato perché i due compagni della Quercia avevano osato parlare degli errori del Pci di quel tempo (1945-1947), guidato da Palmiro Togliatti, detto il Migliore.
Cossutta ha accusato Fassino di un "inaccettabile revisionismo storico", anzi di "una forma vera e propria di abiura". Due peccati mortali che, dice sempre l'Armandone, "contribuiranno a disorientare il grande popolo comunista, il quale sempre meno vede nei Ds una forza di sinistra". In soccorso del fantomatico grande popolo rosso e confuso, è poi arrivato un'alta autorità del cossuttismo, Marco Rizzo. Lui ha inchiodato al muro Fassino, imputandogli di "aver sposato le tesi estreme della destra anticomunista, con una banalizzazione del passato degna del linguaggio della guerra fredda".
L'Armandone è poi ritornato alla carica con un'intervista al 'Corriere della Sera'. Stimolato con intelligenza da Marco Cianca, ha svelato che i Ds stanno subendo "mutazioni genetiche, che creano sconcerto e disaffezione".
Poi ha rivelato che, tra una via Togliatti e una via delle Foibe, lui andrebbe a stare in quella dedicata al Migliore. E infine ha tirato il calcio del mulo a Fausto Bertinotti, che si era permesso di organizzare un convegno sulle foibe. Il vecchio staliniano ha spiegato, sprezzante: "Che cos'ha a che fare lui con il comunismo? Bertinotti non è mai stato comunista". Dimenticando di aver arruolato il parolaio Rosso per farne il segretario di Rifondazione.
Ma lo stile Cossutta non è un vizio isolato. Fa scuola anche dentro il nocciolo duro dell'Ulivo. Ne sa qualcosa Francesco Rutelli. Che, per avere votato la legge sulla fecondazione assistita e aver detto che bisognerebbe alzare a 67 anni l'età della pensione, si è visto sbertucciare dall' 'Unità'. E non in un corsivo polemico, bensì in un paginone a colori che lo raffigurava come un flaneur ubriacone, che fa tardi la notte con un fiasco di vino. E quando rientra a casa scopre la moglie (Fassino vestito da donna) che lo aspetta armata di un robusto matterello. Qui non siamo più al reparto stalinista, ma a quello dei tromboni arroganti.
Il vero campione della nuova tromobonaggine regressista sta annidato in un'ansa del girotondismo più duro e puro. Parliamo dell'ideologo supremo dell'estremismo perdente, Paolo Flores d'Arcais, direttore del bimestrale "Micromega". Flores ha inaugurato il 2004 chiedendo uno scoop ad uno storico titolato, Angelo d'Orsi, chiamato familiarmente "Costui", perché è così che identifica gli esseri umani da biasimare. "Costui" gli ha confezionato un elenco di signori che non debbono scrivere di storia perché sfornano soltanto manipolazioni e falsi.
La lista è lunga. Ciucciatevela con pazienza, almeno nei cognomi: Romano, Perfetti, Galli della Loggia, Belardelli, Sabbatucci, Oliva, Mieli, Battista, Pansa, Ferrara, Bertoldi, Spinosa, Petacco, Cecchi Paone, Guzzanti, Adornato, Renzo Foa, Socci. Diciotto da interdire "e l'elenco potrebbe continuare" ci avvisa "Costui". Capriccio stizzoso di accademico in preda all'invidia, poiché poco letto? Non soltanto. Perché il diretur di 'Micromega' ha pensato bene di trasferire una parte dell'elenco in un'inserzione pubblicitaria comparsa su 'Repubblica' di domenica 8 febbraio. Ma sì!, una gogna stampata su 646 mila copie. Con un titolo di cortesia: "Basta con i falsi storici. La manipolazione permanente della verità da parte dei vari ecc. ecc..".
Credevo di aver visto tutto, lavorando nei giornali da 44 anni. Ma non avevo visto questo: un tizio che butta via dei bei soldi per rendere pubblica una lista di appestati da evitare. Immaginate se il vituperato cavalier Berlusconi ricorresse al sistema "Flores-Costui". E ogni sera facesse leggere dalle sue tivù i nomi di magistrati, giornalisti, intellettuali, calciatori, show girls, alleati rognanti, cantanti napoletani... Verrebbe giù il mondo. Ma Flores, lo zietto giorotondino, può. Se vincerà l'Ulivo, mandiamolo al Viminale. Come compila lui certe liste, non le compila nessuno.
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Da Avvenire 17-3-2004 di Pierangelo Giovanetti
INTERVISTA sull'ATTENTATO DI VIA RASELLA Parla Arthur Atz, l’ultimo dei soldati sopravvissuti all’attentato di via Rasella che sterminò due plotoni di militari altoatesini e indusse la rappresaglia delle Fosse Ardeatine. Per 60 anni li hanno considerati come nazisti, ma erano italiani del Battaglione di polizia Bozen
Per sessant'anni li hanno bollati come SS, uomini delle squadre naziste delle Schutzstaffeln. In realtà i trentatre soldati morti nell'attentato partigiano di via Rasella del 23 marzo 1944, a cui seguì per rappresaglia la strage delle Fosse Ardeatine che costò la vita a 335 persone, erano cittadini italiani, contadini altoatesini arruolati a forza nel Battaglione di polizia "Bozen" durante l'occupazione nazista delle province di Trento, Bolzano e Belluno (zona di operazioni Alpenvorland), avvenuta subito dopo l'8 settembre. Portavano nomi di chiara origine italiana, trentina o ladina: Disertori, Stedile, Palla, Pescosta. Provenivano da paesi del Trentino Alto Adige come Caldaro, Vipiteno, Prato allo Stelvio, Luson, Sarnes. Avevano prestato servizio militare per il Regno d'Italia giurando fedeltà ai Savoia, ed erano stati inviati a Roma «perché sapevano l'italiano». Di loro, per anni, si cercò di cancellare ogni traccia. Davano fastidio sia a destra che a sinistra. Per l'iconografia della Resistenza erano SS naziste al comando di Herbert Kappler. Per la destra, erano italiani "diversi", in quanto sudtirolesi. Così per decenni non vi fu nemmeno una lapide che indicasse i loro nomi. Nè alle vedove o alle famiglie fu corrisposto un aiuto, una pensione, un risarcimento. Solo un foglio di carta pergamena, vergato a mano con inchiostro di china, ne ricordava l'esistenza. Fu apposto alle pareti del santuario mariano di Pietralba dagli stessi sopravvissuti: «Zum Gedenken unserer Kameraden welche am 23.3.1944 in Rom gefallen sind» (In ricordo dei nostri compagni caduti a Roma il 23 marzo 1944). Persino i loro resti furono "dimenticati" in un cimitero militare germanico sulla via Pontina, nei pressi di Pomezia, dove tuttora giacciono, senza nemmeno una targa di riconoscimento. Eppure, non solo non erano SS della Germania nazista i caduti di via Rasella, bensì cittadini italiani. Ma i sopravvissuti all'attentato si contraddistinsero per un gesto non comune di "disobbedienza" a l nazismo e alla spietatezza delle sue leggi e dei suoi ordini. Una sorta di obiezione di coscienza per motivi religiosi. Secondo un'usanza in vigore nelle forze armate germaniche, l'esecuzione degli ostaggi sarebbe dovuta avvenire da parte dell'unità colpita, e cioè del battaglione Bozen. Herbert Kappler, che dal 1943 aveva poteri assoluti su Roma occupata dai nazisti, ordinò che fossero proprio i superstiti dell'undicesima compagnia del "Bozen" a "vendicarsi" dei compagni uccisi, eseguendo le fucilazioni delle Fosse Ardeatine. Questi, un centinaio di soldati o poco più, compresi i feriti, che stavano nel primo e quarto plotone della compagnia (la bomba esplose in prossimità del secondo e terzo plotone), si rifiutarono di obbedire. «Noi non possiamo uccidere», dissero. «Noi non siamo capaci di uccidere. Siamo cattolici. Anche se i partigiani hanno ammazzato i nostri compagni e la rabbia è grande, noi non vogliamo uccidere altre persone». Fu lo stesso Feldmaresciallo Kesselring, in occasione del processo che lo vide coinvolto, che testimoniò come il comandante del battaglione Bozen si rifiutò di impartire ai suoi uomini l'ordine di ubbidire «poiché i suoi uomini erano cattolici e per di più delle classi più anziane, i quali non sarebbero riusciti ad imporsi di eseguire l'ordine» (vedi "L'Avvenire d'Italia", 21 febbraio 1947, riportato anche dallo storico Klaus Gatterer nel volume In Kampf gegen Rom). A rifiutarsi non furono solo i soldati dell'Undicesima Compagnia, ma anche quelli della Nona e della Decima, tutti altoatesini, che componevano il Terzo Battaglione del Bozen. Kappler si infuriò e decise di andare avanti egualmente con le proprie forze. Al rastrellamento presero parte forze tedesche, ma anche molti italiani, appartenenti alle milizie fasciste di Salò (Decima Mas), come riportano alcune fotografie dell'epoca. Successivamente ai fatti di via Rasella, con decreto del 16 aprile 1944, il Reggimento di Polizia fu rinominato SS-Bozen, ma le reclute non furono mai volontari delle SS. Certo, non tutti gli uomini del Reggimento Bozen presero le distanze dal nazismo. Il Primo battaglione del Bozen fu infatti inviato in quella stessa primavera del 1944 in Istria, e impiegato in azioni di feroce lotta antipartigiana. Il Secondo battaglione fu invece inviato a Belluno, sempre per interventi di repressione antipartigiana, e alcuni uomini furono coinvolti nel massacro della valle del Biois, nel Cadore, dove furono assassinate barbaramente una quarantina di persone. Ma il gesto del Terzo battaglione, con il rifiuto di partecipare ai rastrellamenti e alla rappresaglia delle Fosse Ardeatine, si configura come una delle poche forme di obiezione di coscienza messe in atto nei confronti del nazismo.
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DINTORNI /2
Il totalitarismo politico e' stato uno dei momenti caratterizzanti il XX secolo. Questo totalitarismo non e' finito, sta cambiando sembianze e forse addirittura sta diventando ancora piu' invasivo. L'editoriale di La Nuova Europa del mese di Gennaio 2004(www.russiacristiana.org) ne dettaglia le caratteristiche, ma indica anche una via per riaffermare la persona umana (una via per incominciare).
Totalitarismo democratico
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Caduto il totalitarismo comunista, c'è un altro spettro che incombe sull'Europa, il totalitarismo democratico. Mentre procede e si allarga l'integrazione dei popoli nella "famiglia" dell'Europa, in senso inverso avanza la disintegrazione della persona che trova sempre maggior difficoltà nel relazionarsi con gli altri. L'Europa nata dalla mente e dal cuore di tre grandi europei, ora naviga nel "pluralismo senza frontiere" esposta a tutti i venti, disposta a vendersi a chi offre di meno. "Mai la diversità è stata una colpa così spaventosa come in questo periodo di tolleranza" (Pasolini). Dal fascino del "luminoso futuro" all'attrattiva del vuoto. Come avevano intuito i pensatori cristiani all'inizio del secolo scorso prevedendo gli sviluppi del colpo di stato del 1917: dopo il cavallo rosso della rivoluzione, seguito dal cavallo nero della repressione, trionferà il cavallo bigio del nichilismo. Il cerchio è chiuso. La rivoluzione violenta ha portato i suoi frutti. L'esaltazione della menzogna ha rivelato il suo vero volto. L'utopia si è inverata, come ogni ideologia, nel suo contrario. Ma anche su un altro binario il treno ha concluso la sua corsa: l'illuminismo si è spento e il razionalismo ha perso la ragione. Viaggiando in direzioni contrarie sono giunti allo stessa stazione, il nichilismo. Destra e sinistra hegeliana condividono più o meno la stessa mentalità. Val la pena schierarsi? I nuovi maestri del dubbio, a testa bassa per non vedere le stelle, sono certi che tutto sia incerto, tranne il loro dubbio e le deduzioni che dal loro dubbio logicamente e dogmaticamente procedono. E' lecito paventare il futuro? Temere che dal cavallo bigio dello scetticismo si passi al cavallo bianco-rosso del totalitarismo? E qui ci fermiamo, senza dimenticare il monito di Hannah Arendt: oltre alla logica, "quel che prepara così bene gli uomini moderni al dominio totalitario è l'estraneità".
La peculiarità del nostro tempo sta nel fatto che le idee, soprattutto quelle sbagliate, riescono a passare in fretta dalla testa degli intellettuali al cuore della gente. I mass media facilitano questo passaggio.
Nonostante tutti i condizionamenti che nella nostra società limitano la libertà della persona e la sua capacità di resistenza, la persona è sempre in grado di riacquistare la propria libertà, diffonderla nel proprio ambiente e creare rapporti veri.
L'uomo che riconosce la propria origine in Dio creatore, Padre di tutti, può consolidare la coscienza di poter contare su una paternità che vuole il suo bene così da poter vincere sia "l'orgogliosa autonomia" sia la disperazione.
La storia del dissenso europeo ci ha ulteriormente convinti che c'è sempre una via per incominciare. Non ci sono condizionamenti capaci di eliminare la libertà della persona, né la sua creatività. In ogni luogo, in tutte le condizioni, come assicura Grossman, c'è sempre la possibilità di vivere e morire da uomini. Le memorie di Volkov testimoniano che è sempre possibile superare l'inerzia dello scetticismo senza cadere nell'illusione dell'utopismo.
Fra utopismo e scetticismo c'è sempre spazio per un sano realismo alimentato dalla responsabilità creatrice della persona libera. Non si tratta di un personalismo soddisfatto della propria purezza. E' il realismo dei "giusti su cui si regge il mondo". Non è una via per camminare solitari, ma una via da percorrere insieme per trasfigurare il mondo. C'è "una invisibile resistenza al male" che è più creativa di qualsiasi manifestazione chiassosa, spesso insignificante semplicemente perché manca di senso. "Questa corrente sotterranea di compassione erodeva a poco a poco il sistema fondato sulla violenza, contribuiva a fendere la soffocante nebbia della menzogna imperante" (ivi, p. 65). "Non c'è nulla che conti più della persona nella sua unicità splendida" e non c'è nulla che valga per il rinnovamento della società quanto la persona che non si abbandona ai sogni o agli spettri dell'ideologia, ma guarda alla realtà tesa al suo significato più vero. E' in questo realismo che viene superata l'estraneità ed ogni essere nella sua unicità rivela il legame con il tutto. L'esperienza di una unità organica possibile anche nel lager è ciò che demolisce gradualmente l'unità meccanica tenuta insieme dall'incoscienza e dalla violenza e fa superare l'atomizzazione della società, necessaria a chi vuole esercitare il potere in forma totalitaria. |
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mercoledì, marzo 10, 2004
GENOCIDIO / 6
Due articoli da Avvenire sull'inchiesta francese sui responsabili del genocidio africano del 1994. Gravi responsabilita' dell'ONU. L'inchiesta francese potrebbe essere "pilotata" dal governo francese, spesso chiamato in causa come corresponsabile del massacro.
Ruanda, dieci anni dopo (di Elio Maraone - Avvenire 10-3-2004)
Anche quest'anno il Ruanda ricorda solennemente i suoi morti innumerati, per non dire innumerevoli (ottocentomila? un milione?), la maggior parte d'etnìa tutsi, caduti in quello che è passato alla Storia come il «primo genocidio in terra africana». Anche quest'anno la commemorazione ufficiale si farà il 7 aprile, cioè il giorno successivo a quello (6 aprile 1994) del mortale attentato al «Falcon 50» del presidente hutu Juvenal Habyarimana, e primo giorno delle carneficine che dalla capitale Kigali si estesero poi per mesi e mesi a tutto il Paese. Ma la commemorazione, quest'anno, potrebbe essere particolarmente amara, e attraversata da risorgenti sospetti e polemiche: il giornale Le Monde anticipa le conclusioni dell'inchiesta, durata sei anni, del giudice dell'antiterrorismo Jean-Louis Bruguière, secondo il quale a ordinare l'attentato fu il leader del Fronte patriottico ruandese (Fpr) e attuale capo dello Stato, il tutsi Paul Kagame. Al fine di conquistare il potere questi - secondo il magistrato che ha condotto l'inchiesta dietro denuncia dei familiari dell'equipaggio francese del «Falcon» - avrebbe ordinato l'attentato pur sapendo che le prime vittime della reazione degli hutu sarebbero stati i cosiddetti «tutsi dell'interno», cioè coloro che vivevano in Ruanda e che, agli occhi di Kagame, apparivano come potenziali rivali. Va ricordato che la leadership del Fpr operava soprattutto dall'esterno del Paese. Kagame, ovviamente, nega ogni coinvolgimento nell'attentato, e comunque ricusa il giudice francese. Bruguière afferma di avere raccolto prove più che convincenti a carico del presidente, ma teme che la sua inchiesta approdi a poco o niente: sia perché Kagame è protetto dall'immunità riconosciuta ai capi di Stato, sia perché il corso di un eventuale processo potrebbe essere ostacolato dalla «politica di ostruzionismo» già messa in atto, secondo il giudice, dalle Nazioni Unite nei confronti del Tribunale penale internazionale per il Ruanda. C'è poi chi sospetta che le rivelazioni di Le Monde siano state pilotate dal governo di Parigi, che da sempre respinge le ricorrenti accuse di complicità con il genocidio, anche sotto la semplice forma di «omissione di soccorso», e che oggi sembra temere la pubblicazione di un libello ruandese, secondo cui dieci anni fa ufficiali francesi avrebbero addestrato miliziani hutu. Nell'attesa che almeno la giustizia ordinaria funzioni (e questo vale in primo luogo per i circa centomila detenuti in attesa di giudizio nelle carceri ruandesi), alcune cose appaiono chiare, nella complessa vicenda del Paese africano: la colpa principale del massacro fu della maggioranza etnica (hutu), che si scatenò nella vendetta razziale contro la minoranza (tutsi) «per vendicare il capo» Habyarimana; nella ferocia sterminatrice non furono da meno il Fpr, e in pratica tutte le componenti della società ruandese; le Nazioni Unite, i grandi Paesi occidentali sono stati a lungo, troppo a lungo a guardare, o hanno addirittura girato la testa da un'altra parte; l'inchiesta sul genocidio del Tribunale penale internazionale è stata tolta nel 2003 al procuratore Carla Del Ponte, che intendeva indagare a fondo anche sulle responsabilità del Fpr. A dieci anni dalla tragedia, la sete di verità e di giustizia resta implacabile, e implacata.
I CONTI CON IL PASSATO : Ruanda (di Beatrice Luccardi - Avvenire 10-3-2004)
L'attuale capo di Stato ruandese, Paul Kagame, sarebbe il principale responsabile dell'attentato all'aereo presidenziale che diede il via al genocidio del 1994. È quanto emerge dall'inchiesta condotta dal giudice dell'antiterrorismo francese Jean-Louis Bruguière nella quale si accusa la leadership del Fronte patriottico ruandese (Fpr) - movimento ribelle che nel luglio di quell'anno conquistò Kigali ed è tuttora al potere - di aver ordinato il 6 aprile di dieci anni fa l'attentato contro il Falcon 50 che trasportava, fra gli altri, il presidente hutu del Ruanda Juvenal Habyarimana e il suo omologo burundese, Cyprien Ntaryamira. La pubblicazione del rapporto, a 10 anni dall'ondata di stragi nella quale perirono almeno 800mila (altre stime parlano di mezzo milione) di tutsi e moltissimi hutu moderati, è destinata a dare il via ad una nuova serie di polemiche fra il governo di Parigi, che all'epoca sosteneva il regime hutu di Habyarimana, e quello di Kigali, a matrice tutsi e che ha più volte accusato i francesi di corresponsabilità nel genocidio del '94. Come riportato ieri dal quotidiano transalpino Le Monde, i risultati dell'inchiesta di Bruguière pongono in cima alla lista dei responsabili «Kagame, ex leader ribelle ed attuale capo di Stato» seguito da altri 9 «ufficiali superiori dell'Fpr e di due addetti ai missili terra-aria che furono lanciati contro l'aereo presidenziale». Il "dossier" francese, concluso dopo 6 anni di indagini, è stato redatto sulla base «di centinaia di testimonianze, decine di commissioni rogatorie» e di numerose missioni all'estero degli inquirenti che hanno ascoltato le dichiarazioni di svariati fuoriusciti dell'Fpr. Tra questi vi è un componente del "Network commando", la «struttura clandestina posta direttamente agli ordini di Kagame e ritenuta responsabile dell'attentato». Ma come mai l'Fpr avrebbe deciso un'azione destinata a scatenare una feroce reazione contro i tutsi, già da mesi oggetto di un'accanita campagna discriminatoria da parte della leadership hutu di Habyarimana? Per quanto l'ipotesi sia «aprioristicamente mostruosa» - rileva Le Monde - , secondo l'ex capitano Abdul Ruzibiza «Paul Kagame nutriva scarsa considerazione per i tutsi dell'interno che a suo parere si erano quasi assimilati agli hutu». Costituivano pertanto «dei potenziali nemici» eliminabili nella corsa al «potere, obiettivo primario di Kagame». In attesa delle reazioni ufficiali di Kigali, si può ricordare che a metà febbraio il settimanale Jeune Afrique-L'Intelligent aveva pubblicato delle dichiarazioni di Kagame nelle quali il presidente ruandese criticava pesantemente il lavoro di Bruguière accusandolo di essere partitico. L'attuale capo di Stato ruandese, comunque, non è l'unico chiamato in causa dai dossier pubblicati da Le Monde. Sotto accusa, infatti, vi è infatti anche l'Onu che, in sedi diverse, avrebbe ostacolato il lavoro di ricerca della verità sull'attentato del 6 aprile. Tra gli elementi "a carico" delle Nazioni Unite, secondo il quotidiano, vi è la «sparizione» della scatola nera del Falcon e una reiterata mancanza di cooperazione da parte del Tribunale internazionale per il Ruanda che ad Arusha (Tanzania) giudica i responsabili del genocidio del 1994.
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Segnalazione - Mensile Millenovecento Marzo 2004
Oggi finalmente in edicola, il numero di marzo di Millenovecento, con una serie di articoli su Giacomo Matteotti. Questa figura ci apre all'approfondimento di uno dei nodi piu' significativi del Novecento: il contributo del socialismo non marxista-leninista all'emancipazione sociale e politica, ma anche i suoi gravi limiti: la sua incapacita' di opporsi efficacemente alla prima guerra mondiale e ai nascenti totalitarismi fascista e nazista ed il pesante condizionamento della presenza politica comunista, del quale e' rimasto a lungo affascinato e subalterno dal punto di vista culturale.
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lunedì, marzo 08, 2004
| Segnalazione - Strumenti LINEA TEMPO di Dicembre 2003 |
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Il presente si comprende solo nel rapporto con il passato |
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Il presente si comprende solo nel rapporto con il passato, con la storia. Per questo la rivista Linea Tempo ripropone i fatti storici e gli avvenimenti culturali più importanti reinterpretandoli secondo itinerari originali. L’ultimo numero, dal titolo “La memoria e la speranza”, racconta momenti spaventosi del passato, taciuti a lungo, come la Shoah e il genocidio armeno. Ricostruendo attentamente i fatti storici, Linea Tempo si impone di distinguere il male dal bene, con la speranza di favorire in questo modo la nascita di una memoria nuova, sana, capace di perdono. La quasi sconosciuta storia del popolo armeno suscita forti emozioni: un’etnia perseguitata e spezzata che non si è lasciata piegare, conservando la propria identità cristiana. Gli armeni, come gli ebrei della Shoah, sono vittime del razzismo, componente essenziale del totalitarismo nazista contro l’individualismo borghese moderno. Incontriamo commossi Etty Hillesum, una ebrea olandese che nel suo “Diario” ci spalanca al proprio itinerario umano e religioso dentro ad un lager, la sua capacità di preghiera, di accoglienza del dolore e della morte, amando tutti, anche i propri aguzzini.
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venerdì, marzo 05, 2004
Morto lo storico Sergej Averincev, un ponte fra Atene e Gerusalemme (di Pigi Colognesi © Avvenire 24 Febbraio 2004)
E'scomparso ieri (23-2-2004), all'età di 66 anni Sergej Averincev, uno dei massimi studiosi russi di letteratura e cultura più in genere. È stato maestro ascoltatissimo di intere generazioni di poeti e letterati, per la sua specchiata testimonianza di onestà e libertà intellettuale, sempre personalmente pagata e difesa ad ogni costo, senza cedere mai a nessun volgare compromesso. A lui, che divideva il suo insegnamento tra Mosca e Vienna, si devono studi decisivi e innovativi sulla classicità bizantina, sulla poesia romantica europea, sui grandi testimoni della cultura siriaca e armena. Insignito di moltissimi riconoscimenti internazionali (tra cui quello recente della Fondazione Agnelli), era membro dal 1994 dell'Accademia pontificia delle scienze sociali, segno non ultimo della sua squisita attenzione al dialogo ecumenico e culturale con il cattolicesimo, che coltivava con fitti rapporti personali. La vastità della sua cultura era stupefacente: poteva intrattenere i suoi ascoltatori con citazioni che spaziavano da Virgilio a Herman Hesse, da Efrem Siro a Gregorio di Narek, da Brentano a Chesterton, da Mandel'stam a Ivanov. Il potere sovietico lo guardò sempre con sospetto, ma per i suoi studenti resta un indimenticabile esempio di apertura, finezza interpretativa, grandezza d'animo. La sua opera più famosa tradotta in Italia s'intitola Fra Atene e Gerusalemme, a sottolineare le due radici - il pensiero greco e la cultura ebraico-cristiana - del continente europeo. In testa alla sua ultima fatica tradotta in italiano (Dieci poeti, La casa di Matriona) ha voluto pubblicare una nota intitolata «Qualcosa di me». Dice con onestà che alcune cose che aveva scritto negli anni precedenti, non le pubblicherebbe più con lo stesso stile, con la stessa enfasi. Sarebbe stato, dice, più secco, meno coinvolto. Ma quello che negli anni non è cambiato e che ha costituito il fascino straordinario esercitato su tutti gli interlocutori è la purezza dello sguardo; scrive: «Taluni, man mano che diventano adulti, perdono quell'esigenza tipica dell'infanzia di immergersi, gli occhi perdutamente spalancati, nella contemplazione delle figure. Per altri è diverso». Fu diverso per lui, che fino alla fine ci ha insegnato lo sguardo positivo e profondo di un grande, coltissimo, purissimo bambino. A lui, ai suoi numerosi studi possiamo, con sicurezza di trovare ascolto, rivolgere i versi che Blok rivolse a Puskin e che egli stesso cita in questa nota: «Dacci la mano nell'intemperie, aiuto nella lotta silenziosa!».
(vedi intervento al centro culturale di Milano del 27-3-2001 http://www.cmc.milano.it/oldcmc/httpdocs/2001/010327.html)
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DISSENSO IN URSS / 3
Introduzione di Anna Achmatova al suo poema "Requiem" «Negli anni terribili delle purghe io trascorsi diciassette mesi in code d'attesa fuori dal carcere, a Leningrado. Un giorno qualcuno mi riconobbe. Allora una donna dietro di me, con le labbra livide, che certamente in vita sua mai aveva sentito il mio nome, riprendendosi dal torpore mentale che ci accomunava, mi domandò all'orecchio (lì comunicavamo tutti sottovoce): Ma lei questo può descriverlo? E io dissi: Posso. Allora una specie di sorriso scorse per quello che una volta era stato il suo volto».
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giovedì, marzo 04, 2004
PENSIERO / 1
Tradizione europea significa non poter mai vivere al di là della coscienza, riducendola ad un apparato anonimo come la legge o lo Stato.
Questa fermezza della coscienza è una eredità della tradizione greca, cristiana e borghese.
L’irriducibilità della coscienza alle istituzioni è minacciata nell’epoca dei mezzi di comunicazione di massa, degli stati totalitari e della generale computerizzazione della società. Infatti è molto facile per noi riuscire a immaginare istituzioni organizzate così perfettamente da imporre come legittima ogni loro azione. Basta disporre di un’efficiente organizzazione per legittimare qualunque cosa.
Così potremmo sintetizzare l’essenza di ciò che ci minaccia: gli Stati si programmano i cittadini, le industrie i consumatori, le case editrici i lettori. Tutta la società un po’ alla volta diviene qualcosa che lo Stato produce.
(intervista a Vaclav Belohradsky - 1987)
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mercoledì, marzo 03, 2004
RESISTENZA ITALIANA / 1
ANNIVERSARIO Ai primi di marzo del '44 in molte fabbriche della Lombardia una astensione «politica» dal lavoro voluta pure dagli industriali
Milano sciopera contro i nazisti (di Antonio Airò da Avvenire © 3 Marzo 2004)
«Un grande sciopero del 1°di marzo è scoppiato simultaneamente in tutti i centri industriali dell'Italia occupata, di fronte al quale tedeschi e fascisti hanno dimostrato la loro completa e assoluta incapacità, nonostante il movimento fosse da tempo annunciato». Con una cronaca nelle settimane successive, Il ribelle del 26 marzo 1944 dava notizia dell'astensione dal lavoro in numerose fabbriche di Milano e della Lombardia (Brescia, Bergamo, Gallarate, Busto, Dalmine, Legnano, Sesto San Giovanni) e dei fermenti esistenti ella classe operaia delle altre grandi città e anche a Monfalcone e in alcune altre aree del Nord. Il primo numero de Il ribelle, il periodico delle «Fiamme verdi» (i partigiani non comunisti) nel quale si sarebbero ritrovati molti cattolici, a cominciare da Teresio Olivelli, era uscito il 5 marzo dello stesso anno, con due paginette dedicate a due giovani partigiani, Astolfo Lunardi ed Ermanno Margheriti, condannati a morte dal Tribunale speciale. Il numero successivo, con il noto articolo di Olivelli - «Ribelli: così ci chiamiamo, così diamo, così ci vogliamo» - costituiva il manifesto politico programmatico delle «Fiamme verdi» con informazioni di prima mano anche su quello sciopero generale che avrebbe dovuto dare una spallata decisiva all'occupazione tedesca e favorire l'offensiva delle forze alleate che nel gennaio 1944 erano sbarcate ad Anzio. Ma l'accenno de ll ribelle ad uno sciopero «da tempo annunciato» consente di meglio precisare le linee di un'agitazione che conobbe, soprattutto a Genova e in parte a Torino, fallimento e cedimenti. Infatti in questo sciopero generale proclamato dai «Comitati d'agitazione» con il consenso del Comitato di liberazione nazionale per l'Alta Italia che proprio a gennaio era stato investito da Roma «dei poteri di governo straordinario del Nord», s'intrecciavano più ragioni. Quelle economiche che in un manifestino preparatorio venivano così sintetizzate: aumento delle paghe proporzionato al costo della vita, u n effettivo incremento delle razioni alimentari, il pagamento delle ratifiche promesse in dicembre. Quelle più difensive legate alle richieste delle autorità tedesche di avere un numero maggiore di operai da utilizzare nelle fabbriche in Germania, prendendoli, se non si fosse raggiunto il totale richiesto, dagli stabilimenti italiani. Quelle politiche infine perché lo sciopero avrebbe svuotato quella «socializzazione delle imprese» che avrebbe dovuto essere il fiore all'occhiello della Repubblica di Salò, ma che ovviamente era invisa anche all'imprenditoria italiana. E non a caso fu scritto negli anni '60 che furono gli industriali del Nord a volere gli scioperi del marzo 1944, che il Pci «dovette subire» anche se poi vi mise sopra la propria bandiera. In realtà questi scioperi, economici e politici insieme, non furono una sorpresa per gli occupanti. Agitazioni operaie si erano già avute non solo nel marzo 1943 ma anche verso la fine dell'anno. In una circolare del 4 gennaio 1944 il comando tedesco aveva scritto agli imprenditori milanesi: «In quasi tutte le fabbriche è stata ristabilita la quiete. Tuttavia gli avvenimenti degli ultimi giorni e le notizie che mi pervengono continuamente mi dimostrano che elementi contrari e comunisti sono ancora molto attivi nell'opera di subordinazione verso gli elementi desiderosi di lavorare». La proclamazione dello sciopero, prima fissato per il 23 febbraio e poi rimandato al 1° marzo, non trovava dunque impreparati né i tedeschi, né le autorità fasciste. Il 29 febbraio da Torino un telegramma ai responsabili della Gnr informava dell'inizio dell'agitazione per il giorno dopo precisando: «Ritenesi sciopero at carattere apparentemente economico ma in effetti politico di concerto con movimento partigiano» e indicava l'adozione di alcune misure tra le quali la chiusura delle fabbriche di Torino per sette giorni, a cominciare dal 1° marzo «per mancanza di energia elettrica». A Milano come risulta dalla cronaca de Il ribelle, «buona parte degli operai nel pomeriggio del primo marzo, dopo lo sciopero bianco del mattino abbandonavano le fabbriche». I tramvieri si erano fermati in mattinata per 10 minuti. Ma il giorno dopo lo sciopero avrebbe paralizzato la rete dei pubblici trasporti nonostante l'intervento di militi della Gnr alla guida delle vetture «ottenendo il bel risultato di fracassarne alcune decine», come avrebbe scritto un neofascista non sospetto come Giorgio Pisanò. Il 3 marzo non pochi tramvieri furono prelevati nelle loro abitazioni e costretti a riprendere il servizio. Altrimenti sarebbero finiti in Germania. Anche la tipografia de Il Corriere della Sera fu bloccata per due giorni. Sempre il 2 marzo il generale tedesco Zimmermann convocava gli industriali in un grande albergo milanese accusandoli di essersi disinteressati degli scioperi e praticamente di essere conniventi con gli operai. A Milano intanto arrivavano 1600 fascisti «per mantenere un ordine che nessuno turbava» e occupavano alcuni grandi stabilimenti arrestando non pochi operai. Il Comitato segreto di agitazione deliberava intanto la cessazione dello sciopero per il 6 marzo. In un trafiletto, sotto la cronaca delle agitazioni, Il ribelle informava che «dalle carceri di Verona, padre Carlo Manziana rettore dell'Oratorio della pace e l'avvocato Trebeschi sono stati inviati in un campo di concentramento a Monaco». Il primo si sarebbe salvato divenendo successivamente vescovo di Crema; il secondo sarebbe morto nel lager.
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martedì, marzo 02, 2004
GENOCIDIO / 5
Un libro fra i tanti usciti in questi ultimi anni, che ripercorre la tragedia del genocidio degli armeni con gli occhi di una bambina.
Il genocidio degli armeni (presentazione di A. Ricciardi da 30 Giorni - Giugno 2003) Il diario di una bambina ci porta nella tragedia di un popolo decimato nei primi mesi successivi allo scoppio della Grande Guerra, per opera del governo ottomano e sotto la spinta ideologica dei Giova
In un cestino della carta straccia, Alice Tachdjian trova, dopo la morte della madre, Varvar, nel 1990, tre manoscritti redatti a più riprese tra il 1974 e il 1989. È il diario terribile e poetico di un’esistenza individuale, che s’inserisce, come in un grande romanzo storico, nel quadro della tragica vicenda del popolo armeno. Varvar nasce nel 1909 a Ulas, uno dei villaggi armeni che subiranno i massacri e la deportazione del 1915 ad opera dei turchi. Il “grande male” (metz yeghérn), il genocidio dimenticato dalla storia, e tuttora negato dal governo di Ankara, è raccontato attraverso il filtro dei ricordi, gli occhi di una bambina che non riesce a dimenticare. L’effetto narrativo è sconvolgente. Un libro scritto senza pensare alla pubblicazione: il resoconto sobrio, essenziale, quasi cronachistico di eventi che solo oggi si rendono presenti alla memoria storica collettiva. In Italia, negli ultimi vent’anni, sono stati fatti molti passi in avanti per diffondere la conoscenza e sostenere il riconoscimento del genocidio del popolo armeno, fino al pronunciamento ufficiale del Parlamento italiano, avvenuto nel 2000. Ogni anno nel nostro Paese si pubblicano sei o sette titoli di un certo rilievo sulla questione; oltre alle case editrici Guerini, che cura una vera e propria collana dedicata alla questione armena, e Mimesis, che pubblica sull’argomento studi storico-scientifici, ora, per la prima volta, una casa editrice “commerciale”, Sperling & Kupfer, ha il merito di proporre al grande pubblico questo libro, che si legge tutto d’un fiato, che lascia stupiti per la limpidezza della prosa, la lucidità del racconto, e che ha il pregio artistico di essere stato scritto senza alcun artificio: la storia di una donna, straziata dalla propria vicenda umana, in cui prevale comunque, in ogni circostanza, un tenace e drammatico desiderio di vivere e di ricordare. Vengono alla mente, nel leggere queste pagine, le parole del poeta-soldato Ungaretti di fronte all’immane catastrofe della guerra: «Non sono mai stato / tanto / attaccato alla vita». L’Armenia, la terra da cui nascono due dei quattro fiumi menzionati nella Genesi, è rappresentata con gli occhi di una bambina, che ne è stata strappata via a forza: ed ha i colori dell’Eden, il Paradiso perduto. Quest’immagine tersa e serena dura lo spazio di un capitolo. Immediatamente dopo, il diario ci trascina nell’orrore della tragedia di un popolo che fu quasi del tutto annientato nei primi mesi successivi allo scoppio della Grande Guerra, per opera del governo ottomano, sotto la spinta ideologica dei Giovani Turchi. Gli occhi di questa bimba descrivono, passo dopo passo, lo svolgersi degli eventi: l’eco degli spari durante la fucilazione degli uomini del villaggio, in cui morirà il padre di Varvar; la successiva deportazione di donne, vecchi e bambini nel deserto della Siria, destinati a morire di fame e di stenti, a subire le violenze delle tribù curde e dei poliziotti turchi; la separazione di Varvar dalla madre, che resterà il ricordo più doloroso e indelebile per questa creatura di sei anni. Fuggendo in braccio a una zia, Varvar si salverà, come tanti bambini armeni, per l’intervento di un conoscente turco, che la prenderà come sguattera al proprio servizio, fino alla fine della guerra, fino alla rivoluzione che porterà al potere Kemal Pascià, il padre della “moderna” Turchia, sotto il quale continuerà la persecuzione degli armeni sopravvissuti allo sterminio del 1915-1916. Suo fu il divieto tassativo alle famiglie turche di tenere in casa bambini armeni, anche se forzosamente islamizzati, come era capitato a Varvar, che pure conservava tenacemente, nel suo cuore, la fede cristiana dei suoi padri: «Ripetevo in armeno, ogni notte, prima di addormentarmi: “Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, fa’ che io ritrovi mia madre…”». Molti di questi piccoli, compresa la protagonista della storia, verranno così “scaricati”, dopo il 1920, in orfanotrofi gestiti in gran parte da missionari protestanti. E in uno di questi orfanotrofi Varvar comincerà a riacquistare la propria dignità, nonostante il clima “militaresco”, la dieta quasi da fame, la disciplina asfissiante. Imparerà a leggere e a scrivere, sperimenterà le prime amicizie, conoscerà per la prima volta, attraverso una fessura che permetteva di vedere la parte maschile del brefotrofio, il volto del suo futuro sposo, Assadour, che avrebbe rincontrato fortuitamente molti anni dopo, a Parigi. Quando Kemal caccerà gli stranieri dal Paese, anche i missionari e gli orfani armeni loro affidati dovranno partire per sempre. Varvar descrive le tappe di un viaggio che per questi piccoli apolidi riserverà ancora amare sorprese, fino al definitivo approdo in Francia. Anche per gli storici della questione armena il diario di Varvar contiene particolari interessanti, finora poco evidenziati. L’accoglienza che la Grecia, a partire dal 1921, riserverà ai sopravvissuti armeni, si rivela una prosecuzione della tragedia: delle trenta compagne del brefotrofio, ventitré moriranno di stenti sulla spiaggia di Corinto senza ricevere alcuna assistenza. Poi la partenza per la Francia, dove gli armeni, sia pure accolti, subiranno nuove umiliazioni: la diffidenza, se non l’aperta ostilità della gente, lo sfruttamento sul lavoro, la povertà schiacciante, i sacrifici sostenuti per far studiare i figli. Fino all’ultima, dolorosa constatazione: quella memoria che per Varvar è attaccamento alla vita, garanzia della propria identità, per i suoi figli, attratti dal modello di vita francese, diventa invece un fardello ingombrante, duro da sopportare. Nonostante la lunga catena di sofferenze, Varvar descrive la vicenda della sua vita con una dolcezza disarmante, sostenuta da una prosa tragicamente serena, che appare, ed è quasi un miracolo, priva di rancore. Questa donna, al termine della sua esistenza, nonostante tutto, continua a riconoscere nella terribile sorte di un intero popolo il segno quasi impercettibile, paradossale, ma concreto, della presenza di Dio: «Ma perché Dio ha voluto che noi bambini sopravvivessimo? Perché siamo stati risparmiati dalla furia omicida? Forse noi fummo dispersi per il mondo come una manciata di semi in cerca di terra fertile per testimoniare, ricordare e indicare ai nostri figli la via impervia e dolorosa del perdono».
Alice Tachdjian (a cura di), Pietre sul cuore. Diario di Varvar, una bambina scampata al genocidio degli armeni, Sperling & Kupfer, Milano 2003, 200 pp., €15,00
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GENOCIDIO /4
GENOCIDIO DEGLI ARMENI
In questo articolo di Luigi Geninazzi, che riportiamo parzialmente, si spiegano i motivi che tutt'ora impediscono di parlare del genocidio degli armeni in modo completo.
La sindrome armena di Luigi Geninazzi (© Avvenire - Mercoledi 18 dicembre 2002)
Nella discussione che si è aperta sull'ingresso della Turchia nella Ue non si è fatto alcun cenno al genocidio avvenuto all'inizio del '900: un milione e mezzo di persone furono massacrate o lasciate morire di stenti. Ankara rifiuta ogni mea culpa. Solo il Parlamento europeo e la Francia hanno riconosciuto lo sterminio. L'omaggio del Papa, l'imbarazzo di Usa e Israele
La prospettiva di un allargamento dell'Unione europea oltre il Bosforo, fino a comprendere i discendenti dell'impero ottomano, ha suscitato discussioni e polemiche molto accese. L'esame d'ammissione è stato rinviato al dicembre 2004, quando l'Ue deciderà se la Turchia nel frattempo avrà colmato il suo "deficit democratico", passando al setaccio le riforme avviate o promesse dal governo di Ankara su temi umanitari come l'abolizione della tortura, la modifica del regime carcerario e il rispetto delle minoranze etniche. La Commissione europea ne ha fatto un lungo elenco nel suo Rapporto del 9 ottobre scorso. Balza agli occhi una vistosa lacuna: fra le condizioni per l'ingresso della Turchia nella Ue non compare il riconoscimento del genocidio armeno. Nessuno vi ha fatto cenno durante il vertice di Copenaghen, una singolare amnesia che ha colpito giudici e avvocatori difensori della causa turca.
Era stato il Parlamento europeo a riconoscere ufficialmente il genocidio del popolo armeno compiuto dalla Turchia nel 1915, oltre un milione e mezzo di persone massacrate o lasciate morire di stenti nei deserti della Siria. Ma la questione, come dicevamo, è stata completamente dimenticata dai leaders dell'Unione.
Il motivo è semplice: parlare del genocidio armeno non è politically correct, significa evocare un problema che complica il dibattito sull'Olocausto, imbarazza l'Europa e irrita profondamente la Turchia. A differenza dei tedeschi che continuano a interrogarsi sulla "Schuldfrage" per i crimini del nazismo, i turchi non riconoscono il genocidio armeno preferendo parlare di «una tragedia che ha accomunato turchi e armeni in circostanze di guerra, provocando sofferenze reciproche e migliaia di vittime da entrambe le parti». Una menzogna colossale che si fa scudo di una piccola verità: la tragedia avvenne effettivamente durante la Grande Guerra ma ciò non toglie che s i sia trattato di un vero e proprio genocidio che, secondo la definizione dell'Onu, è «lo sterminio di un gruppo nazionale, etnico o religioso». L'Armenia è la più antica nazione cristiana ed ha subìto un martirio collettivo.
Tutto cominciò con la crisi dell'Impero ottomano e la nascita del nazionalismo turco. Già alla fine dell'Ottocento vi furono stragi e massacri fra la popolazione armena ma la pulizia etnica venne teorizzata e praticata per la prima volta dai Giovani Turchi che nel 1909 sterminarono 30 mila armeni nella regione della Cilicia, sotto lo sguardo indifferente delle potenze europee. All'inizio della prima guerra mondiale la Turchia viene sconfitta sul fronte caucasico, terra in maggioranza armena. La vendetta di Istanbul non si fa attendere: gli armeni dai 18 ai 60 anni vengono reclutati dall'esercito ottomano, quindi isolati a gruppi di cento e massacrati. Si calcola che siano stati 350 mila, nessuno di loro si è salvato. Per gli altri c'è l'ordine di deportazione. Centinaia di migliaia di donne, vecchi e bambini vengono avviati, a piedi, verso i lontani deserti asiatici. Molti muoiono durante il viaggio stroncati dallla fame, dalla sete e dalla fatica. Chi riesce a giungere fino al punto d'arrivo non troverà altro che sabbia, una soluzione finale più terribile ed efficace delle camere a gas che saranno inventate poi dai nazisti: è il deserto a inghiottire i corpi delle vittime.
«Il genocidio degli armeni che ha dato inizio al secolo è stato il prologo agli orrori che sarebbero seguiti», ha dichiarato Giovanni Paolo II. Nel corso della sua visita in Armenia, nel settembre del 2001, il Papa volle rendere omaggio alle vittime del genocidio sostando in preghiera nel mausoleo di Tzitzernagaberd a Erevan. In quell'occasione si domandò con sgomento «come il mondo possa conoscere aberrazioni tanto disumane». Eppure lo sterminio degli armeni resta un genocidio dimenticato e proterviamente negato. Ancora oggi gli Stati Uniti non vogliono sentirne parlare. (NDR Eppure uno dei primi testimoni e' stato proprio l'ambasciatore degli Stati uniti in Turchia, vedi Genocidio/3) Due anni fa un documento del Congresso che prevedeva il riconoscimento del genocidio degli armeni è stato ritirato su pressione dell'allora presidente Clinton. Le cose non sono cambiate, anzi. La Turchia è l'alleato fedele dell'America, avamposto militare nell'imminente guerra all'Iraq, ed è anche l'unico Paese musulmano amico d'Israele. Il negazionismo turco va a braccetto con "l'unicità dell'Olocausto" sostenuta dalla stragrande maggioranza del mondo ebraico. Così, ogni volta che qualcuno s'azzarda a ricordare il primo genocidio del secolo XX scatta l'interdizione politico-mediatico-culturale.
La Francia è l'unico Stato ad aver riconosciuto il genocidio degli armeni e per questo ha avuto pesanti ritorsioni commerciali da parte del governo turco. Un comportamento su cui è calato l'imbarazzante silenzio della comunità internazionale. "Il Grande Male", come gli armeni chiamano il loro Olocausto, deve farsi piccolo, nascondersi e sparire agli occhi del mondo. (...)
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GENOCIDIO/3
GENOCIDIO DEGLI ARMENI il primo del XX secolo
Un articolo di 30 Giorni (Dicembre 2001) ripercorre la storia del genocidio degli Armeni.
Il “Grande Male”di Giovanni Ricciardi
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Così gli armeni chiamano l’olocausto del loro popolo: il genocidio di un milione e mezzo di persone quasi cancellato dalla memoria storica dell’Occidente. Era il 1915 quando gli armeni finirono schiacciati nel gigantesco scontro geopolitico tra imperi e nuove potenze che stava cambiando il mondo |
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| Le immagini qui raccolte sono alcune delle 80 istantanee che l’ufficiale tedesco di sanità Armin T. Wegner scattò clandestinamente in Anatolia tra il 1915 e il 1916, accompagnandole con materiale documentario. Sono in pratica le uniche, eccezionali testimonianze fotografiche della deportazione e del genocidio degli armeni | | |
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Estate 1915. Mentre infuria il primo conflitto mondiale, nella parte orientale dell’Impero ottomano si consuma silenziosamente una delle tragedie più terribili nella storia del XX secolo: il genocidio degli armeni, progettato e messo in atto dai turchi con una premeditazione e una ferocia inaudite. Scarsissime le notizie che filtrano oltre confine, pochi i testimoni oculari in grado di fornire un quadro dei concitati avvenimenti di quei mesi. Avvenimenti che in seguito sarebbero quasi scomparsi dalla memoria storica dell’Occidente, fugacemente accennati nei libri di storia, nonostante le impressionanti dimensioni e la gravità dei fatti. In breve, tra il 1915 e il 1917, il governo turco dispose e mise in atto lo sterminio dell’intera popolazione armena. Alla fine della guerra, dei circa due milioni e 100mila armeni residenti nelle province dell’Impero ne restavano in vita solo 600mila. Un popolo sopravvissuto a secoli di dominazioni straniere giunse in pochi mesi alla soglia dell’annientamento.Ma quest’evento fu il punto d’arrivo di una dinamica geopolitica che ha radici lontane nel tempo. Il primo regno cristiano della storia L’Armenia è una regione situata tra l’Eufrate e il Caucaso, gravitante intorno ai laghi di Van, Sevan e Urmia. Gli armeni, d’origine indoeuropea, vi giunsero intorno al VII secolo a.C., fondendosi con l’elemento autoctono. Il loro nome (armenioi) era già noto allo storico greco Erodoto, che li accomuna ai Frigi. Dopo aver subito la dominazione persiana e quella macedone, costituirono un regno indipendente, sotto la dinastia degli Artassidi, nel II secolo a. C. Questo regno finì poi per gravitare nell’orbita dell’Impero romano, al quale, pur mantenendo una propria indipendenza, dovette cedere una parte del territorio, la cosiddetta Armenia minore. Nel 301 d.C., ancora prima dell’editto di tolleranza promulgato da Costantino il Grande, il re Tiridate III adottò il cristianesimo come religione di Stato e costituì così il primo regno cristiano della storia. Con il declino dell’Impero romano, gli armeni caddero sia sotto l’influenza di Bisanzio, sia sotto quella persiana, infine subirono, dal VII secolo, la dominazione araba, conservando però sempre una forte identità cristiana e costituendo una Chiesa nazionale. Ancora per brevi periodi, durante il medioevo, gli armeni riuscirono a ricostituire regni autonomi ma, dal XVI secolo in poi, gran parte del loro territorio cadde sotto la dominazione dei Turchi ottomani. Essi rimasero così isolati anche geograficamente dal resto della christianitas. Sudditi cristiani dell’Impero ottomano, gli armeni non godevano dei "diritti civili" riconosciuti ai musulmani. Non avevano titolo al possesso della terra, ma dovevano allo Stato un’imposta fondiaria, e la loro parola non costituiva testimonianza valida nei tribunali dove era in vigore la sharia. Nonostante questa condizione d’inferiorità, che condividevano con altri cristiani — greci, bulgari, rumeni, assiro-caldei, serbi e macedoni — e con gli ebrei, la loro identità non era messa in discussione dai sultani turchi.
Ingerenze umanitarie Gli avvenimenti politici e militari del XIX secolo, che sfociarono nella dissoluzione dell’Impero ottomano al termine della prima guerra mondiale, cambiarono però radicalmente i rapporti tra gli armeni e i loro dominatori. Sotto la spinta di questi eventi, si andava preparando la scena finale di un dramma i cui autori sono da ricercare, oltre che all’interno dell’Impero ottomano, anche nelle cancellerie e nelle corti d’Europa, soprattutto in quella degli zar. A partire dal XVIII secolo la formidabile compagine dell’Impero ottomano entra in crisi. Le potenze europee assumono nei confronti del "grande malato" un atteggiamento contraddittorio. Da un lato, favoriscono il sorgere dei nazionalismi nei Balcani, allo scopo di sottrarre all’Impero i possedimenti europei. Dall’altro, esitano a sbarazzarsi del "gigante dai piedi d’argilla", nel timore che la Russia zarista approfitti del vuoto per espandersi sul versante caucasico. Del resto, gli zar non nascondevano propositi d’espansione in questa direzione ai danni della Sublime Porta. Nel 1876 sale al potere il sultano Abdul Hamid. All’inizio del suo regno i russi infliggono una grave sconfitta all’Impero nelle regioni del Caucaso abitate dagli armeni. Nel successivo Congresso di Berlino (1878), gli zar inseriscono una clausola che permette loro di esercitare un diritto di "protezione" nei riguardi degli armeni, in quanto cristiani. S’inaugura così un principio di "ingerenza umanitaria" che risulterà nefasto per la nazione armena, fino allora considerata il millet-y-sadyka, "la comunità più fedele". I sospetti di collaborazionismo col nemico iniziano a serpeggiare, insieme con il risveglio del sentimento nazionale armeno. Gli armeni, in realtà, non vagheggiavano sogni d’indipendenza o addirittura d’annessione alla cristiana Russia. Gelosi della propria autonomia e identità, non spingevano tuttavia per staccarsi dall’Impero. Nella loro middle class cominciava però a farsi strada la volontà di rivendicare quei diritti civili negati per secoli. Interprete di questo movimento fu anche il patriarcato armeno di Costantinopoli, che contribuiva a rappresentare la causa armena sulla scena internazionale. La sfida di Hamid In questo stato di cose, il sultano Abdul Hamid, soffiando sul fuoco dei sospetti e sfruttando il pretesto di alcuni attentati provocati da nazionalisti armeni, diede il via, tra il 1894 e il 1896, a una serie di massacri, servendosi per lo più di reggimenti di cavalleria formati da curdi. Le vittime furono circa 300mila, senza contare le migliaia di conversioni forzate all’islam. Il dado era tratto. L’Impero era pronto a misurare sulla pelle degli armeni le reali intenzioni dei suoi nemici storici. Dalle cancellerie dell’Occidente e dalla Russia vennero solo dichiarazioni d’indignazione e solidarietà, ma nulla più. Il sultano aveva saggiato la debole consistenza della "protezione" di cui godevano teoricamente i suoi sudditi cristiani. Questi massacri ebbero d’altra parte l’effetto di rafforzare tra gli armeni i sentimenti antimperiali, alimentando l’azione di quelle frange che fomentavano la resistenza armata contro i turchi, e che si coalizzarono nella nascente Federazione rivoluzionaria armena.
I Giovani Turchi Il sacrificio degli armeni non servì a restituire ossigeno all’Impero agonizzante. Sul principio del secolo, infatti, i possedimenti ottomani in Europa si ridussero a un fazzoletto di terra intorno a Costantinopoli. L’Impero venne così a perdere la sua connotazione multietnica. Esaurita la funzione storica del sultanato, una nuova forza cerca di restituire vigore alla compagine statale. Sono i cosiddetti Giovani Turchi, organizzati nel partito Unione e Progresso (Ittihad ve Terakki), che assume il potere nel 1908. La loro "modernità" li rende ben accetti agli europei. Proclamano di voler riformare l’Impero, laicizzando le sue istituzioni, e impongono al sultanato un regime costituzionale. "Democratizzare", appianare le diversità di trattamento tra i sudditi della Sublime Porta: gli armeni stessi all’inizio sono attratti da questa prospettiva. Ma le sirene riformatrici nascondono una realtà meno presentabile: una versione radicale di nazionalismo, inconciliabile con il vecchio potere. Il panturchismo dei Giovani Turchi vede nell’esaltazione del sentimento nazionale la via per restituire orgoglio e unità a un Impero sfilacciato. Risorge il mito di Turan, leggendario capostipite dell’etnia turca, e l’idea di ricomporre sotto la sua egida tutti i popoli che si riconoscono nella lingua, nella religione e nella razza turca. Questi popoli vivono a Oriente, nelle regioni che vanno dal Caucaso all’Asia centrale: uzbeki, tagiki, kazaki e azeri. L’Impero, umiliato a ovest, guarda ormai a est. E a est, a frapporsi fra i turchi e le etnie che si riconoscono in Turan, ci sono, oltre ai curdi, gli armeni. Ma, nella propaganda dei Giovani Turchi, sono soprattutto gli armeni a rappresentare un pericolo. Sono cristiani, sono implicitamente alleati delle potenze europee, sono a forte rischio di "secessione", come insegnavano i recentissimi avvenimenti, che avevano visto la nascita di una Bulgaria e di una Serbia indipendenti. Nel congresso del partito Unione e progresso del 1912 viene adottata una risoluzione che prevede la "turchificazione" di tutti i residenti nell’Impero e segnatamente delle popolazioni cristiane. Turchificazione che "non potrà mai essere realizzata con mezzi persuasivi, ma solo con la forza delle armi".
Metz Yeghérn: il "Grande Male"
Già nel 1909 il partito Ittihad aveva orchestrato una prova generale di quanto stava per compiersi di lì a poco, organizzando il massacro di 30mila armeni residenti in Cilicia. Gli armeni s’illusero di vedervi solo un rigurgito della vecchia politica del sultanato. Gli europei, da parte loro, mostrarono di non volerne creare un caso, troppo preoccupati di mantenere in vita il vacillante Impero. Iniziava così quello che gli armeni chiamano Metz Yeghérn: il "Grande Male", un’espressione che indica insieme il male fisico e morale, la tortura e il dolore di un popolo. Nel 1913, esautorando quasi completamente il sultanato, i Giovani Turchi inaugurano una dittatura militare in cui spiccano tre figure dominanti: Djemal, Enver Pascià e Talaat Pascià, futuri ministri della Marina, della Guerra e dell’Interno. In seno al partito Unione e progresso si teorizza e si pianifica la "soluzione finale" della questione armena. Viene messa in piedi a questo scopo una "Organizzazione speciale" guidata da due medici, Nazim e Beheaddine Chakir. Al loro servizio, bande di irregolari, detenuti per crimini comuni nelle carceri turche, vengono organizzati in squadre del terrore. Per giunta, nel febbraio del 1914, la Russia costringe i turchi a firmare un trattato che impone loro il controllo di ispettori stranieri sulle province armene, a tutela della minoranza cristiana. Alla vigilia della guerra, gli armeni, che dal 1909 erano stati ammessi al servizio militare, chiedono al governo turco di mantenere la neutralità, ma, in caso di intervento, si dichiarano pronti a servire fedelmente l’Impero ottomano. La gran parte dei maschi adulti si arruola nell’esercito. Il governo turco, nell’estate del 1914, in previsione dell’intervento, chiede agli armeni di impegnarsi a suscitare ribellioni tra i loro connazionali che vivono al di là del confine, in territorio russo. La richiesta appare ai dirigenti armeni troppo compromettente, e non se fa nulla. La guerra per i turchi si apre, nell’inverno del 1914, con la campagna contro i russi. Teatro degli scontri, il Caucaso. La disfatta degli ottomani su questo fronte è pressoché totale . La III Armata turca è annientata a Sarikamish il 15 gennaio 1915. I turchi additano gli armeni come responsabili della disfatta. I russi sono penetrati in territorio turco sotto la guida di quattro legioni formate da armeni sudditi dello zar, che ben conoscono l’intricato labirinto delle montagne armene. Gli armeni di Turchia non sono complici di questa strategia. Ciononostante, l’accusa di tradimento è la molla che fa scattare un piano di sterminio premeditato da tempo, e ora favorito dalla situazione internazionale.
24 aprile: il giorno della memoria Gli armeni celebrano il 24 aprile come "giorno della memoria". In quella data, nel 1915, fu eseguito l’arresto di cinquecento tra notabili e intellettuali armeni di Costantinopoli. Essi furono deportati verso l’interno e uccisi. Fu così decapitata l’intellighenzia del popolo. Ma già dal gennaio di quell’anno lo sterminio degli armeni che militavano nell’esercito era a buon punto. Essi vengono inizialmente privati delle armi. Ridotti in squadre di 300 o 500 unità, sono utilizzati per alcuni mesi per compiere lavori pesanti: "Invece di servire la loro patria come artiglieri o cavalleggeri" scrisse Henry Morgenthau, ambasciatore degli Stati Uniti presso l’Impero ottomano, "questi soldati scoprono improvvisamente di essere spaccapietre per lavori stradali e bestie da soma. I pezzi di artiglieria e le munizioni vengono caricati sulle loro spalle, i giovani armeni di leva incespicano sotto i carichi, spinti dalle frustate e dalle baionette dei turchi, forzati a trascinare i loro fardelli verso le montagne del Caucaso. Alle volte devono farsi strada, caricati oltre misura, con la neve fino alla cintola". Terminata questa fase, i soldati vengono sistematicamente eliminati dalle squadre delle Organizzazioni speciali. Nell’estate del 1915 tutti gli armeni arruolati sono stati già passati per le armi. Nei distretti orientali rimangono ormai solo donne, vecchi e bambini. Anche per loro la sorte è segnata. Ufficialmente il governo turco emana, il 24 giugno, un ordine di trasferimento delle popolazioni civili armene dal teatro dei combattimenti verso zone più sicure. In realtà, un viaggio verso il nulla.
In viaggio verso il nulla Deir ez-Zor è una località nel deserto della Siria, non distante da Aleppo. Fu il capolinea della morte per centinaia di migliaia di armeni, tra il giugno del 1915 e il luglio del 1916. Assaliti durante il viaggio dalle bande della Organizzazione speciale di Nazim e Chakir, lasciati per giorni senza cibo o costretti a marce forzate, erano pochi, in proporzione, quelli che giungevano alla infame destinazione, dove avrebbero comunque trovato la fine. Le stragi iniziavano a partire dai villaggi di provenienza. Così ricordava quei giorni Giacomo Gorrini, console generale d’Italia a Trebisonda e testimone oculare dei fatti: "Dal 24 giugno" — raccontava in un’intervista apparsa sul quotidiano romano Il Messaggero il 25 agosto 1915 — "giorno della pubblicazione dell’infame decreto, fino al 23 luglio, giorno della mia partenza da Trebisonda, io non avevo dormito: non avevo mangiato più, ero in preda ai nervi, alla nausea, tanto era lo strazio di dover assistere ad una esecuzione in massa di creature inermi, innocenti. Il passaggio delle squadre degli armeni sotto le finestre e davanti la porta del consolato, le loro invocazioni al soccorso senza che né io né altri potessimo fare nulla per loro, la città essendo in stato d’assedio, guardata in ogni punto da 15mila soldati in pieno assetto di guerra, da migliaia di agenti di polizia, dalle bande dei volontari e dagli addetti del comitato Unione e progresso; i pianti, le lacrime, la desolazione, le imprecazioni, i numerosi suicidi, le morti subitanee per lo spavento, gli impazzimenti improvvisi, gli incendi, le fucilate in città, la caccia spietata nelle case e nelle campagne; i cadaveri a centinaia trovati ogni giorno sulla strada dell’internamento, le giovani donne ridotte a forza musulmane o internate come tutti gli altri, i bambini strappati alle loro famiglie o alle scuole cristiane e affidati per forza alle famiglie musulmane, ovvero posti a centinaia sulle barche con la sola camicia, poi capovolti e affogati nel mar Nero o nel fiume Dére Méndere, sono gli ultimi incancellabili ricordi di Trebisonda, ricordi che, ancora, a un mese di distanza, mi straziano l’anima, mi fanno fremere". All’ambasciatore Morgenthau, che protestava invano per quest’immane disegno criminoso, Talaat Pascià rispondeva: "Perché v’interessate tanto agli armeni? Voi siete ebreo e questa gente è cristiana. I musulmani e gli ebrei si capiscono meglio".
Una tragica testimonianza Henry Morgenthau era nato a Mannheim nel 1856 da famiglia ebrea. Trasferitosi in America, divenne avvocato di successo e membro del Partito democratico. Fu nominato ambasciatore degli Stati Uniti presso l’Impero ottomano nel 1913, all’indomani dell’elezione del presidente Wilson. Alla fine del conflitto, nel libro di memorie Ambassador Morghentau’s Story, dedicò un lungo capitolo al genocidio armeno (The murder of a nation), preziosissimo per la ricostruzione storica dei fatti. Così descrive le deportazioni di cui fu testimone oculare: "Alla partenza, questi disgraziati assomigliavano ancora a degli esseri umani, ma dopo qualche giorno, quando la polvere della strada aveva imbiancato le facce e i vestiti, e il fango si era indurito sulle gambe e sui piedi, distrutti dalla fatica e annichiliti dalla brutalità dei loro "protettori", avevano l’aria di animali strani e sconosciuti. Durante circa sei mesi, dall’aprile all’ottobre del 1915, quasi tutte le grandi vie dell’Asia Minore erano intasate da queste orde di esiliati. Si poteva vederle affollare le valli, o scalare i fianchi di quasi tutte le montagne, marciando e marciando sempre senza sapere dove, se non che ogni sentiero conduceva alla morte. Villaggi dopo villaggi, città dopo città, furono spogliati della loro popolazione armena, in condizioni simili. Durante questi sei mesi, da quanto si può sapere, circa 1.200.000 persone furono indirizzate verso il deserto della Siria. "Pregate per noi", dicevano, abbandonando i focolari che 2.500 anni prima avevano fondato i loro avi. "Non torneremo mai più su queste terre, ma noi ci ritroveremo un giorno. Pregate per noi!". Avevano appena abbandonato il suolo natale che i supplizi cominciavano; le strade che dovevano seguire non erano che dei sentieri per muli dove procedeva la processione, trasformata in una ressa informe e confusa. Le donne erano separate dai bambini, i mariti dalle mogli. I vecchi restavano indietro esausti, i piedi doloranti. I conduttori dei carri trainati dai buoi, dopo avere estorto ai loro clienti gli ultimi quattrini, li gettavano a terra, loro e i loro beni, facevano dietro front e se ne tornavano ai villaggi, alla ricerca di nuove vittime. Così, in breve tempo, tutti, giovani e vecchi, si ritrovavano costretti a marciare a piedi; e i gendarmi che erano stati inviati, per così dire, per proteggere gli esiliati, si trasformavano in veri carnefici. Li seguivano, baionetta in canna, pungolando chiunque facesse cenno di rallentare l’andatura. Coloro i quali cercavano di arrestarsi per riprendere fiato, o che cadevano sulla strada morti di fatica, erano brutalizzati e costretti a raggiungere al più presto la massa ondeggiante. Maltrattavano anche le donne incinte e se qualcuna, e ciò avveniva spesso, si accovacciava ai lati della strada per partorire, l’obbligavano ad alzarsi immediatamente e a raggiungere la carovana. Inoltre, durante tutto il viaggio, bisognava incessantemente difendersi dagli attacchi dei musulmani. Distaccamenti di gendarmi in testa alle carovane partivano per annunciare alle tribù curde che le loro vittime si avvicinavano e ai paesani turchi che il loro desiderio finalmente si realizzava. Lo stesso governo aveva aperto le prigioni e rilasciato i criminali, a condizione che si comportassero da buoni maomettani all’arrivo degli armeni. Così ogni carovana doveva difendere la propria esistenza contro più categorie di nemici: i gendarmi di scorta, i paesani dei villaggi turchi, le tribù curde e le bande di cetè o briganti. Senza dimenticare che gli uomini che avrebbero potuto proteggere questi sfortunati erano stati tutti uccisi o erano stati arruolati come lavoratori, e che i malcapitati deportati erano stati sistematicamente spogliati delle armi. A qualche ora di marcia dal punto di partenza, i curdi accorrevano dall’alto delle loro montagne, si precipitavano sulle ragazze giovani e, spogliandole, stupravano le più belle, come pure i bambini che piacevano loro, e rapinavano senza pietà tutta la carovana, rubando il denaro e le provvigioni, abbandonando così gli sfortunati alla fame e allo sgomento".
Gli scampati
A pochi fu risparmiata la vita: a bambini in tenera età, indirizzati in orfanotrofi turchi e destinati a smarrire la memoria della loro origine; a coloro che forzosamente si convertivano all’islam; alle donne rapite e date in spose a turchi o rinchiuse negli harem. Oltre a questi, scamparono al genocidio gli abitanti della regione di Van, circa 300mila, salvati dall’avanzata delle truppe russe; gli armeni di Costantinopoli, troppo vicini alle rappresentanze diplomatiche, e quelli di Smirne, difesi dall’intervento del generale tedesco Liman von Sanders; infine, gli armeni del Libano e della Palestina. È passato alla storia il caso dei cinquemila armeni assediati per un mese e mezzo sulla montagna del Mussa-Dagh, a nord del Libano, e messi in salvo da una nave francese allertata da una bandiera issata dagli assediati, che recava la scritta: "Christians in distress: rescue!" (Cristiani in pericolo, soccorso!). La loro vicenda fu narrata nell’epico romanzo I Quaranta giorni del Mussa-Dagh con cui Franz Werfel, scrittore ebreo praghese, volle rendere giustizia a una tragedia che già in quegli anni pareva dimenticata dalla memoria collettiva. "Chi si ricorda oggi del massacro degli armeni?"
Osservava Morgenthau nel 1918: "Le grandi persecuzioni dei tempi passati sembrano insignificanti di fronte alle sofferenze sopportate dalla razza armena nel 1915. […] Il solo precedente nella storia, che più assomiglia alle deportazioni armene, sembra essere l’espulsione degli ebrei di Spagna da parte di Ferdinando e Isabella. Secondo Prescott, 160mila ebrei furono strappati dalle loro case e dispersi per tutta l’Africa e l’Europa. Ma tutte queste persecuzioni non sono nulla se paragonate a quella degli armeni, che causò la morte di almeno 600mila, o forse un milione di persone. Ma l’ideale che ispirò queste barbare esecuzioni fu un pretesto: esse furono il risultato del proselitismo e la maggior parte degli istigatori credeva sinceramente di servire fedelmente il Creatore. Senza alcun dubbio il popolino turco e curdo immolò gli armeni per far piacere al Dio di Maometto, spinto da zelo religioso; ma gli uomini che concepirono il crimine avevano tutt’altro scopo, essendo tutti atei, non rispettando né il maomettanesimo, né il cristianesimo, la loro unica ragione fu una questione di politica di Stato, premeditata e spietata". Certamente né Werfel né Morgenthau immaginavano, contribuendo al nobile intento di perpetuare la memoria del primo genocidio del XX secolo, che pochi anni più tardi un destino altrettanto tragico sarebbe toccato a quel popolo ebraico di cui erano figli. Il romanzo di Werfel vide la luce nel 1933, l’anno in cui Hitler saliva al potere in Germania. Proprio Hitler, alla vigilia dell’invasione della Polonia, il 22 agosto del 1939, di fronte agli ufficiali dello Stato maggiore, mentre disegnava lo scenario che avrebbe insanguinato l’Europa col genocidio del popolo ebraico, alle obiezioni dei suoi collaboratori replicò: "Chi si ricorda oggi del massacro degli armeni?". Gli armeni subirono, infatti, a partire dagli anni Venti, un "secondo" sterminio: un vero e proprio "genocidio della memoria", che ha avuto non pochi complici, in primis i nuovi governanti turchi. E la questione del riconoscimento internazionale del genocidio armeno è oggi, a più di ottant’anni di distanza, ancora aperta.
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SECOLO XX e dintorni, il secolo più violento nella storia dell'umanità
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