mercoledì, aprile 09, 2008
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MEMORIA DEI TESTIMONI DELLA FEDE DEL XX E XXI SECOLO
LITURGIA DELLA PAROLA
OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI
Basilica di San Bartolomeo all'Isola Tiberina
Lunedì, 7 aprile 2008
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Cari fratelli e sorelle,
questo nostro incontro nell’antica basilica di San Bartolomeo all’Isola Tiberina possiamo considerarlo come un pellegrinaggio alla memoria dei martiri del XX secolo, innumerevoli uomini e donne, noti e ignoti che, nell’arco del Novecento, hanno versato il loro sangue per il Signore. Un pellegrinaggio guidato dalla Parola di Dio che, come lampada per i nostri passi, luce sul nostro cammino (cfr Ps 119,105), rischiara con la sua luce la vita di ogni credente. Dal mio amato Predecessore Giovanni Paolo II questo tempio fu appositamente destinato ad essere luogo della memoria dei martiri del 900 e da lui affidato alla Comunità di Sant’Egidio, che quest’anno rende grazie al Signore per il quarantesimo anniversario dei suoi inizi. Saluto con affetto i Signori Cardinali e i Vescovi che hanno voluto partecipare a questa liturgia. Saluto il Prof. Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, e lo ringrazio per le parole che mi ha rivolto; saluto il Prof. Marco Impagliazzo, Presidente della Comunità, l’Assistente, Mons. Matteo Zuppi, nonché Mons. Vincenzo Paglia, Vescovo di Terni-Narni-Amelia.
In questo luogo carico di memorie ci chiediamo: perché questi nostri fratelli martiri non hanno cercato di salvare a tutti i costi il bene insostituibile della vita? Perché hanno continuato a servire la Chiesa, nonostante gravi minacce e intimidazioni? In questa basilica, dove sono custodite le reliquie dell’apostolo Bartolomeo e dove si venerano le spoglie di S. Adalberto, sentiamo risuonare l’eloquente testimonianza di quanti, non soltanto lungo il 900, ma dagli inizi della Chiesa vivendo l’amore hanno offerto nel martirio la loro vita a Cristo. Nell’icona posta sull’altare maggiore, che rappresenta alcuni di questi testimoni della fede, campeggiano le parole dell’Apocalisse: “Essi sono coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione” (Ap 7,13). Al vegliardo che chiede chi siano e donde vengano coloro che sono vestiti di bianco, viene risposto che sono quanti “hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell’Agnello” (Ap 7,14). E’ una risposta a prima vista strana. Ma nel linguaggio cifrato del Veggente di Patmos ciò contiene un riferimento preciso alla candida fiamma dell’amore, che ha spinto Cristo a versare il suo sangue per noi. In virtù di quel sangue, siamo stati purificati. Sorretti da quella fiamma anche i martiri hanno versato il loro sangue e si sono purificati nell’amore: nell’amore di Cristo che li ha resi capaci di sacrificarsi a loro volta per amore. Gesù ha detto: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15,13). Ogni testimone della fede vive questo amore “più grande” e, sull’esempio del divino Maestro, è pronto a sacrificare la vita per il Regno. In questo modo si diventa amici di Cristo; così ci si conforma a Lui, accettando il sacrificio fino all’estremo, senza porre limiti al dono dell’amore e al servizio della fede.
Facendo sosta presso i sei altari, che ricordano i cristiani caduti sotto la violenza totalitaria del comunismo, del nazismo, quelli uccisi in America, in Asia e Oceania, in Spagna e Messico, in Africa, ripercorriamo idealmente molte dolorose vicende del secolo passato. Tanti sono caduti mentre compivano la missione evangelizzatrice della Chiesa: il loro sangue si è mescolato con quello di cristiani autoctoni a cui era stata comunicata la fede. Altri, spesso in condizione di minoranza, sono stati uccisi in odio alla fede. Infine non pochi si sono immolati per non abbandonare i bisognosi, i poveri, i fedeli loro affidati, non temendo minacce e pericoli. Sono Vescovi, sacerdoti, religiose e religiosi, fedeli laici. Sono tanti! Il Servo di Dio Giovanni Paolo II, nella celebrazione ecumenica giubilare per i nuovi martiri, tenutasi il 7 maggio del 2000 presso il Colosseo, ebbe a dire che questi nostri fratelli e sorelle nella fede costituiscono come un grande affresco dell’umanità cristiana del ventesimo secolo, un affresco delle Beatitudini, vissuto sino allo spargimento di sangue. Ed era solito ripetere che la testimonianza di Cristo sino all’effusione del sangue parla con voce più forte delle divisioni del passato.
E’ vero: apparentemente sembra che la violenza, i totalitarismi, la persecuzione, la brutalità cieca si rivelino più forti, mettendo a tacere la voce dei testimoni della fede, che possono umanamente apparire come sconfitti della storia. Ma Gesù risorto illumina la loro testimonianza e comprendiamo così il senso del martirio. Afferma in proposito Tertulliano: “Plures efficimur quoties metimur a vobis: sanguis martyrumsemen christianorum – Noi ci moltiplichiamo ogni volta che siamo mietuti da voi: il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani” (Apol., 50,13: CCL 1,171). Nella sconfitta, nell’umiliazione di quanti soffrono a causa del Vangelo, agisce una forza che il mondo non conosce: “Quando sono debole – esclama l’apostolo Paolo -, è allora che sono forte” (2 Cor 12,10). E’ la forza dell’amore, inerme e vittorioso anche nell’apparente sconfitta. E’ la forza che sfida e vince la morte.
Anche questo XXI secolo si è aperto nel segno del martirio. Quando i cristiani sono veramente lievito, luce e sale della terra, diventano anche loro, come avvenne per Gesù, oggetto di persecuzioni; come Lui sono “segno di contraddizione”. La convivenza fraterna, l’amore, la fede, le scelte in favore dei più piccoli e poveri, che segnano l’esistenza della Comunità cristiana, suscitano talvolta un’avversione violenta. Quanto utile è allora guardare alla luminosa testimonianza di chi ci ha preceduto nel segno di una fedeltà eroica sino al martirio! E in questa antica basilica, grazie alla cura della Comunità di Sant’Egidio, è custodita e venerata la memoria di tanti testimoni della fede, caduti in tempi recenti. Cari amici della Comunità di Sant’Egidio, guardando a questi eroi della fede, sforzatevi anche voi di imitarne il coraggio e la perseveranza nel servire il Vangelo, specialmente tra i poveri. Siate costruttori di pace e di riconciliazione fra quanti sono nemici o si combattono. Nutrite la vostra fede con l’ascolto e la meditazione della Parola di Dio, con la preghiera quotidiana, con l’attiva partecipazione alla Santa Messa. L’autentica amicizia con Cristo sarà la fonte del vostro amore scambievole. Sostenuti dal suo Spirito, potrete contribuire a costruire un mondo più fraterno. La Vergine Santa, Regina dei Martiri, vi sostenga ed aiuti ad essere autentici testimoni di Cristo.
Amen!
© Copyright 2008 - Libreria Editrice Vaticana
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MEMORIA DEI TESTIMONI DELLA FEDE DEL XX E XXI SECOLO
LITURGIA DELLA PAROLA
OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI
Basilica di San Bartolomeo all'Isola Tiberina
Lunedì, 7 aprile 2008
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Cari fratelli e sorelle,
questo nostro incontro nell’antica basilica di San Bartolomeo all’Isola Tiberina possiamo considerarlo come un pellegrinaggio alla memoria dei martiri del XX secolo, innumerevoli uomini e donne, noti e ignoti che, nell’arco del Novecento, hanno versato il loro sangue per il Signore. Un pellegrinaggio guidato dalla Parola di Dio che, come lampada per i nostri passi, luce sul nostro cammino (cfr Ps 119,105), rischiara con la sua luce la vita di ogni credente. Dal mio amato Predecessore Giovanni Paolo II questo tempio fu appositamente destinato ad essere luogo della memoria dei martiri del 900 e da lui affidato alla Comunità di Sant’Egidio, che quest’anno rende grazie al Signore per il quarantesimo anniversario dei suoi inizi. Saluto con affetto i Signori Cardinali e i Vescovi che hanno voluto partecipare a questa liturgia. Saluto il Prof. Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, e lo ringrazio per le parole che mi ha rivolto; saluto il Prof. Marco Impagliazzo, Presidente della Comunità, l’Assistente, Mons. Matteo Zuppi, nonché Mons. Vincenzo Paglia, Vescovo di Terni-Narni-Amelia.
In questo luogo carico di memorie ci chiediamo: perché questi nostri fratelli martiri non hanno cercato di salvare a tutti i costi il bene insostituibile della vita? Perché hanno continuato a servire la Chiesa, nonostante gravi minacce e intimidazioni? In questa basilica, dove sono custodite le reliquie dell’apostolo Bartolomeo e dove si venerano le spoglie di S. Adalberto, sentiamo risuonare l’eloquente testimonianza di quanti, non soltanto lungo il 900, ma dagli inizi della Chiesa vivendo l’amore hanno offerto nel martirio la loro vita a Cristo. Nell’icona posta sull’altare maggiore, che rappresenta alcuni di questi testimoni della fede, campeggiano le parole dell’Apocalisse: “Essi sono coloro che sono passati attraverso la grande tribolazione” (Ap 7,13). Al vegliardo che chiede chi siano e donde vengano coloro che sono vestiti di bianco, viene risposto che sono quanti “hanno lavato le loro vesti rendendole candide col sangue dell’Agnello” (Ap 7,14). E’ una risposta a prima vista strana. Ma nel linguaggio cifrato del Veggente di Patmos ciò contiene un riferimento preciso alla candida fiamma dell’amore, che ha spinto Cristo a versare il suo sangue per noi. In virtù di quel sangue, siamo stati purificati. Sorretti da quella fiamma anche i martiri hanno versato il loro sangue e si sono purificati nell’amore: nell’amore di Cristo che li ha resi capaci di sacrificarsi a loro volta per amore. Gesù ha detto: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15,13). Ogni testimone della fede vive questo amore “più grande” e, sull’esempio del divino Maestro, è pronto a sacrificare la vita per il Regno. In questo modo si diventa amici di Cristo; così ci si conforma a Lui, accettando il sacrificio fino all’estremo, senza porre limiti al dono dell’amore e al servizio della fede.
Facendo sosta presso i sei altari, che ricordano i cristiani caduti sotto la violenza totalitaria del comunismo, del nazismo, quelli uccisi in America, in Asia e Oceania, in Spagna e Messico, in Africa, ripercorriamo idealmente molte dolorose vicende del secolo passato. Tanti sono caduti mentre compivano la missione evangelizzatrice della Chiesa: il loro sangue si è mescolato con quello di cristiani autoctoni a cui era stata comunicata la fede. Altri, spesso in condizione di minoranza, sono stati uccisi in odio alla fede. Infine non pochi si sono immolati per non abbandonare i bisognosi, i poveri, i fedeli loro affidati, non temendo minacce e pericoli. Sono Vescovi, sacerdoti, religiose e religiosi, fedeli laici. Sono tanti! Il Servo di Dio Giovanni Paolo II, nella celebrazione ecumenica giubilare per i nuovi martiri, tenutasi il 7 maggio del 2000 presso il Colosseo, ebbe a dire che questi nostri fratelli e sorelle nella fede costituiscono come un grande affresco dell’umanità cristiana del ventesimo secolo, un affresco delle Beatitudini, vissuto sino allo spargimento di sangue. Ed era solito ripetere che la testimonianza di Cristo sino all’effusione del sangue parla con voce più forte delle divisioni del passato.
E’ vero: apparentemente sembra che la violenza, i totalitarismi, la persecuzione, la brutalità cieca si rivelino più forti, mettendo a tacere la voce dei testimoni della fede, che possono umanamente apparire come sconfitti della storia. Ma Gesù risorto illumina la loro testimonianza e comprendiamo così il senso del martirio. Afferma in proposito Tertulliano: “Plures efficimur quoties metimur a vobis: sanguis martyrumsemen christianorum – Noi ci moltiplichiamo ogni volta che siamo mietuti da voi: il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani” (Apol., 50,13: CCL 1,171). Nella sconfitta, nell’umiliazione di quanti soffrono a causa del Vangelo, agisce una forza che il mondo non conosce: “Quando sono debole – esclama l’apostolo Paolo -, è allora che sono forte” (2 Cor 12,10). E’ la forza dell’amore, inerme e vittorioso anche nell’apparente sconfitta. E’ la forza che sfida e vince la morte.
Anche questo XXI secolo si è aperto nel segno del martirio. Quando i cristiani sono veramente lievito, luce e sale della terra, diventano anche loro, come avvenne per Gesù, oggetto di persecuzioni; come Lui sono “segno di contraddizione”. La convivenza fraterna, l’amore, la fede, le scelte in favore dei più piccoli e poveri, che segnano l’esistenza della Comunità cristiana, suscitano talvolta un’avversione violenta. Quanto utile è allora guardare alla luminosa testimonianza di chi ci ha preceduto nel segno di una fedeltà eroica sino al martirio! E in questa antica basilica, grazie alla cura della Comunità di Sant’Egidio, è custodita e venerata la memoria di tanti testimoni della fede, caduti in tempi recenti. Cari amici della Comunità di Sant’Egidio, guardando a questi eroi della fede, sforzatevi anche voi di imitarne il coraggio e la perseveranza nel servire il Vangelo, specialmente tra i poveri. Siate costruttori di pace e di riconciliazione fra quanti sono nemici o si combattono. Nutrite la vostra fede con l’ascolto e la meditazione della Parola di Dio, con la preghiera quotidiana, con l’attiva partecipazione alla Santa Messa. L’autentica amicizia con Cristo sarà la fonte del vostro amore scambievole. Sostenuti dal suo Spirito, potrete contribuire a costruire un mondo più fraterno. La Vergine Santa, Regina dei Martiri, vi sostenga ed aiuti ad essere autentici testimoni di Cristo.
Amen!
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venerdì, gennaio 11, 2008
1968
Si comincia a parlare di questo anno, così decisivo per la rivoluzione della mentalità soprattutto in Occidente.
da Tracce di Dicembre 2007: intervista a Sapelli e Cesana.
Tanto vale dirlo subito: lo sappiamo anche noi che con questo articolo corriamo un rischio. Ormai basta la parola - Sessantotto - e certe foto in biancoenero per provocare crisi di rigetto a due facce. Spartiacque, l’età. Dai trenta in su, viene da sbottare: ancora? Non se ne può più… Per i più giovani, al contrario, è facile che scatti l’effetto-Marte: che roba è? In entrambi i casi, la tentazione forte è voltare pagina e passare avanti. Tanto più adesso che l’anniversario ci rovescerà addosso tonnellate di inchiostro e melassa, rievocazioni e autocelebrazioni. Le prime avvisaglie ci sono già, e il tono generale - salvo rari accenni di autocritica - è quello nostalgico del «formidabili, quegli anni».
Se abbiamo voluto correre questo rischio, non è per accodarci alla retorica né per arginarla. Il punto è che quel periodo ha segnato davvero una svolta. Un passaggio di cui ci portiamo ancora dietro gli effetti. In Italia, forse, più che altrove. Non solo nella politica e nella società, ma nella mentalità. In certi snodi fondamentali del pensiero. Persino nell’atteggiamento su certe questioni attualissime, come l’emergenza educativa o la bioetica. Molto di quello che pensiamo adesso viene da lì.
Benedetto XVI, in un discorso di qualche mese fa, ha parlato di «cesura» e di «inizio o esplosione della grande crisi culturale dell’Occidente». È un giudizio potente. Vorremmo provare a capirlo meglio. Iniziando da questa conversazione tra due che nel ’68 erano già in trincea, su posizioni lontane da quelle che rivivono adesso: Giancarlo Cesana, leader di Cl, e Giulio Sapelli, docente di Storia economica all’Università di Milano. Ecco il resoconto di questo faccia a faccia.
«Una risposta sbagliata a esigenze giuste. O almeno, in parte giuste. Ecco cos’è stato il ’68». Il tempo passa, gli anniversari tornano. Ma nelle parole che Giulio Sapelli butta lì per definire gli anni della rivolta studentesca e operaia, c’è aria di giudizi controcorrente. Soprattutto per uno che molti dicono ancora di sinistra. L’onda principale continua a scorrere dalla parte opposta: festeggiamenti tanti, autocritiche poche. E di critica vera, di voglia di andare a fondo della questione per capirne i punti cruciali e le conseguenze ancora attuali, non è che ne circoli tantissima.
Così è un’occasione interessante riuscire a mettere uno come lui allo stesso tavolo con Giancarlo Cesana, che per chi legge non ha bisogno di presentazioni, ma di una precisazione sì: all’epoca non era ancora di Cl. Stava a sinistra. E occupava e protestava, come (quasi) tutti, andando dietro quel moto sincero che i rivoltosi tradirono quasi subito. Perché il motore, all’inizio, non era mica male. Lo stesso don Giussani, nel famoso libro-intervista con Robi Ronza (Il movimento di Comunione e Liberazione, Jaca Book, 1987), ne parlava così: «Riconoscemmo tutti immediatamente la giustezza dell’esigenza che i moti studenteschi portavano avanti: un’esigenza di autenticità maggiore e di maggiore libertà che ispirava la ribellione contro l’autoritarismo e contro strutture mortificanti». Da dove arrivò, allora, quel tradimento? E soprattutto: perché ne scontiamo ancora gli effetti?
L’impressione netta è che siamo l’unico Paese dove il ’68 non è ancora finito. Siete d’accordo?
Sapelli. Direi di sì. Ma per discuterne l’attualità, bisogna prima capire che cosa fu il ’68. Lì sono confluiti due grandi movimenti. Anzitutto, la rivolta operaia. Oggi gli operai sono dimenticati. Non esistono. Ma le loro rivendicazioni, allora, erano sensate. Avevano condizioni di vita durissime e salari bassi. Esigenze giuste, quindi. Fu la risposta a essere sbagliata, soprattutto da parte dei sindacati, che non seppero governarla e pagano ancora quella incapacità. Poi c’è stato il ’68 come rivoluzione delle classi medie. Quello di cui parlava Pasolini, per capirsi. È stato un fenomeno analogo a ciò che abbiamo vissuto dopo la Prima Guerra mondiale. Solo che lì, come reazione alla Rivoluzione russa, il mondo andò a destra. Qui i figli dei ricchi borghesi si sono spostati verso sinistra.
Lei ha dato una lettura molto anticonformista di quel periodo: ha parlato di «gente di sinistra che faceva cose di destra», quasi fasciste.
Sapelli. I sessantottini hanno ripreso le forme dell’attualismo di Gentile, il teorico del fascismo: viene prima la violenza e poi l’idea. Guardi, all’epoca io ero un giovane comunista. Meglio, un cattolico trotzkista impegnato nella Fgci: sono sempre stato un po’ matto... Comunque, ero figlio di operai: lavoravo, poi andavo a lezione la sera. A Torino c’era Massimo Mila, il musicologo, che ci faceva ascoltare Mozart con il giradischi. Be’, una sera arrivano questi e sfasciano tutto: calci, insulti. Gli hanno dato del fascista. A uno che sotto il Duce aveva fatto anni di carcere, capisce? Venivo a Milano per fare i dibattiti e vedevo questi figli di papà in maglioni di cachemire che inalberavano i ritratti di Mao. No, il ’68 è stato anzitutto un fenomeno borghese. Chi lo ha descritto meglio è stato proprio Pasolini, nella famosa poesia su Valle Giulia (luogo di scontri tra polizia e manifestanti romani; ndr) in cui prendeva le parti dei poliziotti, veri figli di operai.
Cesana. È vero, il ’68 fu un fenomeno antiautoritario ma non rivoluzionario. Fu una forma di ribellismo delle classi medie e dell’intellettualità italiana. Non sarebbe continuato, i giovani non ne avrebbero avuto la forza, se i padri non li avessero appoggiati. E i padri erano gli intellettuali laici e cattolici che avevano ceduto al fascismo e che nel marxismo trovavano la loro redenzione. Erano come sconfitti della storia che cercavano rivincite. A un certo punto, questa intellettualità si è ribellata alla tradizione. Alla tradizione del popolo italiano: soprattutto cattolica e, meno, socialista. Il profilo culturale era quello lì. Poi si sono attaccati gli operai.
Avete parlato di antiautoritarismo e rottura con la tradizione. Non è che poi sono sfociati in una rivolta contro il principio stesso di autorità?
Sapelli. Lì si era divisa l’autorità dalla libertà. Questo è indiscutibile. La libertà esiste solo dove c’è l’autorità. Deve servire per qualcosa, in rapporto con l’altro. Non può servire solo per te. Da questo punto di vista, la frattura iniziata in quel periodo è stata terribile. Ha generato una crisi di dissoluzione che continua anche oggi.
Ma quanto c’era di sincerità e quanto di opportunismo?
Cesana. Non si possono dare giudizi morali su questi fenomeni storici. Sulla sincerità, ognuno se la vedrà con la sua coscienza. Io giudico i dati di fatto. L’intellighenzia italiana, Bobbio e Scalfari, per esempio, era fascista. Ha perso la guerra. Ha cercato di rifarsi. E ha trovato un’occasione nel ’68. Poi, intendiamoci: i motivi a favore della ribellione c’erano, eccome. Da medico del lavoro ho lavorato nelle acciaierie. Be’, ho visto cose che a raccontarle oggi non ci si crede. C’era il forno di ricottura, dove si riportavano a 900 gradi i pezzi di acciaio già modellati per rifinirli. C’era un tizio che prendeva la rincorsa, saliva sul forno, imbragava il pezzo nelle catene perché lo rimettessero dentro, poi scendeva di corsa e andava a immergersi nell’acqua fredda… Ma bisognerebbe parlare anche della scuola di allora: elitaria e parruccona. Io ero figlio di un tranviere. Bene: a Medicina, ero uno dei pochissimi. Tutti gli altri erano figli di professori, intellettuali, al massimo impiegati. Comunque, borghesi. E infatti, vedendoli, una delle cose che mi colpivano di più era il modo in cui buttavano via i libri... Per me, era una dissipazione inspiegabile.
Sapelli. Era una società spietatamente classista, questo va detto. Ma la cosa straordinaria è che non si sono ribellati gli esclusi, ma gli inclusi. In questo senso era ribellismo delle classi medie. Guidato da attivisti politici a tempo pieno, che si sono autoproclamati avanguardia rivoluzionaria.
Cesana. Peccato che l’effetto di trascinamento, dopo, sia stato il “tutti dentro”. Nel 1976 all’università di Milano c’erano 2.700 matricole di Medicina: più di tutto il Regno Unito messo assieme. Di quelle rivendicazioni è rimasta, come esito, una serie di diritti: diritto al posto, diritto a studiare quello che vuoi… Tanto per capirsi: io sono entrato in università nel 1967. Dopo qualche giorno abbiamo occupato, perché avevano bocciato il 90 per cento della gente all’esame di Biochimica. Quando sono uscito, sei anni dopo, l’università era ancora occupata. Abbiamo avuto dieci anni in cui è stato un casino generale. Ed è stata distrutta la meritocrazia. Poi queste cose le paghi.
Sapelli. In più, c’è stata la violenza. Si ha un bel dire: non criminalizziamo, non facciamo generalizzazioni, eccetera. Senza il ’68, non ci sarebbe stato il terrorismo. Il nocciolo era lì. Nel “18 politico” e in quegli esami non molto lontani da quelli che facevano i fascisti, con la camicia nera e le pistole sul tavolo. Anch’io mi ricordo sempre di gente come Guido Viale che bruciava i libri dicendo: sono i libri della cultura borghese. No, la verità è che era iniziata una dissoluzione. Che poi è la cifra di oggi: viviamo ancora una crisi dissolutiva dello Stato e dell’ordine sociale.
E la chiave di tutto è ancora quella: il disconoscimento di autorità e tradizione. Il rifiuto di riconoscere qualcosa che viene prima di te.
Sapelli. Si confonde l’autorità con il potere. Il potere è costringere una persona che non vuol fare qualcosa a farla. L’autorità è tutta un’altra cosa. Chi l’ha descritta meglio è stato Manzoni, parlando del cardinal Borromeo: l’autorità che «si ponea per il solo suo porsi». Io sono libero se credo in qualcosa. Se non credo in niente sono nichilista. Nel ’68 si è diffuso un nichilismo di massa che respiriamo ancora. Basta guardare al rapporto padri-figli. O a quello uomo-donna. E non parlo delle questioni tipo aborto o divorzio: faccio un discorso di pura organizzazione della vita sociale. È stata una catastrofe da cui non siamo ancora usciti. Pensi al tema attualissimo del testamento biologico: il medico e il paziente sono la stessa cosa. E l’autorità medicale? Come fa il paziente a decidere lui tutto? Sulla base di quali elementi può farlo? Oppure, ancora: il referendum sul nucleare. Ma le pare possibile che una massaia o un professore di letteratura votino sul nucleare? La verità è che siamo ancora in pieno ’68. E scontiamo l’inadeguatezza della nostra classe dirigente. Perché la grande differenza con gli altri Paesi è stata quella. In Francia, De Gaulle ha stoppato tutto subito. Anche in America, dove pure avevano motivi più seri come il Vietnam, il caos è durato poco. Noi eravamo un Paese invertebrato. E infatti è venuto giù tutto. I sindacati, l’associazionismo, anche cattolico...
Cesana. E qui si capisce meglio la grandezza di Giussani, che nel 1954 ha fatto una cosa nuova perché aveva capito che non avrebbe resistito nulla.
Se facciamo l’appello delle sigle di quel periodo, sono sparite tutte. È viva solo Cl, che proprio in quegli anni è rinata. Come ve lo spiegate?
Cesana. È come se Giussani avesse dovuto reinventare il cristianesimo per poterlo vivere lui. Quando ha cominciato a insegnare, è andato al Berchet, che era una scuola laicissima. Lui doveva rispondere alle domande degli studenti per rispondere a se stesso. Io ero di sinistra, sono entrato nel movimento nel 1971. Ho fatto il percorso al contrario. Un po’ perché ero operaista, molto per motivi personali. Mi ero innamorato, lei non ci stava, e mi sono detto: ma come, io sto facendo la rivoluzione per cambiare il mondo e l’unica cosa che voglio non ce l’ho? Dov’è la giustizia? Poi ho incontrato Giussani… Ma per rimanere cattolici in un ambiente così anche noi siamo stati costretti, con lui, a ripensare tutto. Il modo di giudicare, di interloquire, il linguaggio… Da questo punto di vista è stata un’esperienza ricchissima. Nei primi anni, anche molto problematica: dovendo ripensare tutto, la nostra preoccupazione era di trovare un posto al sole. Di collocarci. Quando questo problema è venuto meno, con l’intervento di Giussani nel 1975-76, è stata un’esplosione. Una rivisitazione di tutta l’esperienza enorme.
Sapelli. In questo senso, don Giussani non era stato un teologo: era un grande educatore.
Cesana. Diciamo un padre della Chiesa. Uno che è preoccupato di trasmettere ai figli quello che viveva lui.
Il contrario del ’68...
Sapelli. Appunto. Mentre dal cattolicesimo che conoscevo io, come quello di certi ambienti intellettuali torinesi, che messaggio veniva? Io in quegli anni mi sono allontanato non dalla fede, ma dalla pratica religiosa, perché non sentivo nessuna attrazione. Mio papà era un uomo più semplice: un po’ come quella contadina con la carota che incontra don Giussani… Lui non aveva bisogno di grandi giustificazioni. Per me era più complicato: stavo diventando un intellettuale, leggevo, criticavo. Per me, quella Chiesa lì era anche una Chiesa di testimonianza, ma non aveva nessun fascino.
Cesana. Come disse una volta Gustavo Bontadini a Ugo Spirito: faceva un discorso coerente, ma non cogente. Potevi apprezzare la dedizione di uno, o l’intuizione dell’altro, ma non venivi colpito. Con Giussani no: o ci stavi, o non ci stavi.
A proposito di educatori, c’è un altro aspetto travolto dall’idea di rompere con la tradizione: se bruci i ponti con il passato, non pregiudichi la possibilità di buttarli con chi arriva dopo? Insomma, l’emergenza educativa di oggi non affonda radici anche lì?
Sapelli. Questa era una delle cose che più mi mandavano in bestia. Come fai a parlare di cultura borghese e cultura proletaria? Goethe cos’è: cultura borghese o proletaria? E Thomas Mann? Non dovevi leggere Stendhal e compagnia bella. Ma si può? Questo concetto della “cultura borghese” è vivo ancora adesso. Basta leggere i manuali che usano i ragazzi oggi: non c’è una data. In questo sì, c’era un elemento di rifiuto della tradizione. Ma fa parte del rifiuto dei padri.
E il rifiuto dei padri non ti impedisce di essere padre a tua volta, di educare?
Sapelli. Non so. Di sicuro, in quel momento si è perso il controllo. Non controllavano più niente. Era come l’affermarsi di un ego smisurato. Ecco, anche il narcisismo, che pure è un altro elemento di una società in crisi come la nostra, affonda radici lì. Ed è un dato imponente almeno quanto il nichilismo. Basta guardare la tv, dai reality ai talk show: c’è gente che farebbe di tutto, per esserci.
Cesana. Vero. Prima, l’idea di fare qualcosa del genere ci avrebbe fatto vergognare a morte. Il principio della dedizione all’ideale era più forte. L’ideale veniva prima di te. Anche con qualche forma di ipocrisia, ma c’era.
Sapelli. Il che, in fondo, è un’altra conferma che è stato un movimento borghese. Quello che mi sconcerta, però, è che non puoi fare un ragionamento sereno, un’analisi. Dici queste cose, e ti ribattono subito: ecco, sei un nemico, stai diventando di destra...
Ma anche questo schematismo destra-sinistra, questa invadenza della politica fino a dover incasellare tutto, non è un’altra zavorra di quegli anni?
Sapelli. Sì, è il politically correct. Pure quello viene da lì. O meglio: lì comincia a diffondersi come ideologia di massa. È un rifiuto della libertà, no?
Ha appena ripetuto una parola chiave: libertà. Nel ’68, da tutto quello che avete detto, si capisce che fu usata male. Oggi il rischio è tale e quale. Ma c’è qualcosa che aiuti a non sprecarla? Un punto di ripartenza possibile dalle secche in cui ci ha lasciato quest’onda lunga?
Sapelli. Da un punto di vista personale, sì. C’è un “Dio nascosto” che è lì, come diceva Pascal. Basta vederlo. Ma socialmente non c’è da essere ottimisti. Ecco, forse l’insegnamento è che bisogna partire sempre dal cambiamento micro, non macro.
Cesana. È evangelico, questo: se non sarete fedeli nel piccolo…
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lunedì, ottobre 29, 2007
RIVOLUZIONE RUSSA - OTTOBRE 1917
Un libro da leggere: La rivoluzione svelata di V. Strada Liberal Edizioni (vedi presentazione)
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giovedì, ottobre 11, 2007
Birmania : dove nasce la ribellione dei monaci
Una povertà sempre più feroce. Un governo che schiaccia il popolo. E un regime che da quarant'anni pretende di eliminare Dio, "perché l'uomo è l'unico essere supremo". Per Tracce.it padre Piero Gheddo, storico missionario del Pime, spiega cosa c'è davvero alla radice della tragedia che sta dilaniando il Paese orientale.
(da TRACCE Ottobre 2007 http://www.tracce.it/txt_birmania.html)
È la prima volta, da quasi vent'anni, che sui media internazionali si parla della Birmania (o Myanmar), Paese quasi sempre dimenticato. Dal 1962 è oppresso da una dittatura militar-socialista (o meglio, comunista), che schiaccia il popolo ma non rappresenta alcuna minaccia diretta per l'Occidente. Dalla metà dell'agosto scorso, a causa dell'aumento improvviso del prezzo di benzina e gasolio che ha tagliato le gambe alla piccola economia, il popolo è sceso nelle piazze e a settembre si sono uniti i monaci buddhisti, anch'essi sfilando per le città nelle loro tuniche color zafferano-rosso. Per un po' di giorni i militari non hanno reagito, poi s'è scatenata la repressione che ha rapidamente eliminato il fastidioso spettacolo, trasmesso da tutte le televisioni del mondo.
Era dal 1988 che non si verificava in Birmania una ribellione popolare su scala nazionale, iniziata dalla protesta degli studenti per la frequente chiusura delle scuole superiori e delle università. Com'è noto, allora la giunta militare aveva dovuto lasciare una qualche libertà alle opposizioni, a causa delle forti pressioni internazionali. Nel 1990 si erano tenute delle "libere" elezioni, dalle quali uscì trionfante la Lega per la Democrazia di Aung San Suu Kyi, mentre il Partito socialista birmano dei militari aveva avuto il 10% dei voti. Qualche anno dopo tutto era tornato come prima: la Suu Kyi non ha mai governato, i suoi deputati eletti erano finiti in prigione o fuggiti all'estero.
C'erano state alcune migliaia di morti, ma molti arrestati in quelle manifestazioni erano finiti ai lavori forzati. Visitando la Birmania nel 1993, ho visto io stesso file di uomini legati a due a due con catene ai piedi e sorvegliati dai militari col fucile puntato, che costruivano la strada ai confini con la Thailandia (confine di Thachileik). Uno spettacolo da brividi, tanto più che mi accompagnava diceva: «Muoiono come mosche, vivono in capannoni di paglia, con poco cibo, senza riparo dal caldo e freddo dei monti e senza assistenza medica; e la grande maggioranza sono uomini di città, non più abituati a lavori pesanti e alla vita in foresta». Si teme che anche la recente ribellione con i monaci in prima fila finisca allo stesso modo, nonostante le pressioni internazionali, inconcludenti per il semplice motivo che dal 1990 a oggi la Birmania ha acquistato un potente protettore nella Cina comunista, oggi tornata alla ribalta come grande potenza e bisognosa di avere uno sbocco sull'Oceano indiano. Un testimone oculare un anno fa circa mi scriveva: «I militari stanno costringendo i contadini a coltivare l'oppio per loro e fanno della Birmania il maggior esportatore del mondo... Oggi la Cina rifornisce i militari di armi per ripagare i legni pregiati, i minerali, il gas e il petrolio; costruiscono strade, ci inondano dei loro prodotti».
I cinesi sono già in Birmania, "colonizzano" alcune regioni tribali di confine che sono autonome. Ne ho visitato una nel 2002, con la loro piccola capitale Mong Lar invasa dai cinesi: scritte cinesi, taxi cinesi, moneta cinese, ristoranti cinesi, lavori cinesi che modernizzano la città con palazzi mai visti da quelle parti, canalizzano l'acqua, assicurano elettricità e acqua corrente. È facile capire perché Cina e Russia si oppongono alle sanzioni decretate dall'Onu. Oltre all'interesse economico e strategico di queste due potenze c'è il fatto, di cui assolutamente non si parla, che il colpo di stato che il 2 marzo 1962 ha portato le forze armate al potere assoluto non era fatto solo da "militari", ma da militari "socialisti", cioè in pratica "comunisti", che si ispiravano ai modelli di sviluppo della Russia staliniana e della Cina maoista. L'hanno dimostrato subito quando hanno varato in quell'anno 1962 il Lanzin, cioè "la via birmana al socialismo", un socialismo "ispirato al buddhismo", anche se poi di buddhista non ha assolutamente nulla. Nel "Programma" del Lanzin, tra le idee di base da cui partire per una società nuova, si legge: «Al posto di dio (minuscolo) bisogna mettere l'uomo, che è l'essere supremo... La filosofia del nostro partito è una dottrina puramente mondana e umana. Essa non è una religione... La storia dell'umanità è non solo storia di nazioni e di guerre, ma anche di lotta di classe. Il socialismo intende mettere fine a questo sfruttamento dell'uomo sull'uomo. L'ideale del socialismo è una società prospera, ricca, fondata sulla giustizia. Non c'è posto per la carità. Noi faremo di tutto, con metodi appropriati, per eliminare atti e opere di falsa carità e assistenza sociale. Lo stato pensa a tutto. Nutrire ed educare i figli dei lavoratori sarà esclusiva responsabilità dello stato, quando ci saranno abbastanza risorse economiche. L'attività di imprese sociali fondate sul diritto di proprietà privata è contro natura e non fa che sfociare in antagonismi sociali. La proprietà dei mezzi di produzione deve essere sociale... Un'azione può essere considerata come retta, morale, solo quando serve agli interessi dei lavoratori. Per un uomo, lavorare tutta la vita per il benessere dei suoi concittadini e per quello dell'umanità in spirito di fratellanza è il "Programma delle Beatitudini" per la Società dell'Unione Birmana».
In base a questi principi, uno dei primi decreti del governo è l'abolizione del buddhismo come "religione di stato" (lo era da subito dopo l'indipendenza del 1948). Poi il governo nazionalizza le banche, le industrie, le piccole e medie aziende artigianali, i negozi e le terre, i giornali e le radio, gli alberghi e i ristoranti e via dicendo. Scomparsa la proprietà privata, tutto è dello Stato, che orienta ogni cosa al bene pubblico. Infine, il 31 marzo 1964 vengono requisite le scuole e le strutture sanitarie private (con le loro terre e mezzi di trasporto: ai proprietari restano solo i debiti), in buona parte cattoliche e protestanti (soprattutto battiste e anglicane). Il regime nel 1966 espelle tutti i missionari entrati in Birmania dopo il 1964, fra i quali trenta del Pime, mentre altri trenta arrivati prima rimangono. Poi, a poco a poco, il governo si è accorto che avrebbe scontentato troppo il popolo e ha lasciato sopravvivere le religioni; fino al punto che i buddhisti si sono riconciliati e hanno appoggiato la giunta, che assicurava comunque stabilità a un Paese che nei 14 anni del governo democratico (1948-1962) aveva conosciuto la guerra civile. La svolta è avvenuta nel 1988 e da allora fino a oggi i buddhisti sono stati all'opposizione.
Occorre spiegare come mai il buddhismo, che predica il distacco dalle cose mondane, la rinunzia a tutto, l'accettazione passiva per assicurarsi una rinascita più felice, in Birmania oggi si impegna contro il governo. In sintesi, si può dire che la rinascita del buddhismo nel mondo moderno (parlo soprattutto della "piccola via", l'hinayana, praticata in Sri Lanka, Birmania, Thailandia, Cambogia e Laos) è iniziata alla fine dell'Ottocento col nascere del nazionalismo in questi Paesi allora colonizzati (eccetto la Thailandia). L'identità nazionale comprendeva la lingua, la storia e naturalmente la religione e la cultura buddhista, radicatissime in quei popoli. Questo movimento ha portato i bonzi, i monaci e i fedeli laici a capire che la loro religione, secondo i principi dottrinali antichi e la tradizione storica, non poteva sopravvivere nel mondo moderno, che dava importanza alla scuola, alla politica, all'organizzazione popolare, al benessere sociale. I nazionalismi in Asia sono stati tutti ispirati alle religioni popolari: basta pensare al Pakistan e, oggi, allo Sri Lanka, con la guerra civile fra maggioranza singalese buddhista e la minoranza tamil hindù.
Il rinnovamento del buddhismo ha avuto vari aspetti: modernizzazione delle scuole dei monasteri, fondazione di centri di studio e università buddhiste, inizio di associazioni laicali, fondazione di molte opere sociali per il popolo (a imitazione delle missioni cristiane), che prima assolutamente non esistevano. Ho visitato l'università buddhista di Kandy, in Sri Lanka, e mi sono reso conto della complessità del buddhismo, a partire dalla difficoltà di stabilire quali sono i testi di Buddha. Il vescovo di Kandy (che ha studiato in quella università) mi diceva che oggi i testi della tradizione in varie lingue (sanscrito e pali soprattutto) attribuiti a Buddha, che sono le Sacre Scritture del buddismo, sono 11 volte più lunghi dell'intera Bibbia (che ha 72 libri canonici). Gli studi critici, iniziati da studiosi inglesi e tedeschi poco più d'un secolo fa, sono praticamente ancora agli inizi, nel mare magnum di questa letteratura (anche in singalese, birmano, thailandese, cambogiano, vietnamita, ecc.). Scientificamente non è ancora possibile dire cosa ha detto o non detto Buddha. Questo vale anche, in misura minore, per Maometto e il Corano!
Tutto ciò non impedisce al buddhismo popolare birmano non solo di sopravvivere, ma di avere una seconda giovinezza e di essere sempre più l'anima del popolo, anche come unica forza di opposizione, data la pratica eliminazione di tutte le altre. La discesa in campo così massiccia dei monaci buddhisti contro il governo nel settembre scorso è il chiaro indice di come la situazione sia diventata insopportabile.
Inutile aggiungere altro. Se non riesce la pacifica rivolta popolare guidata e animata dai bonzi, per Myanmar si aprono scenari ancora più cupi: potrebbe diventare, per interposto governo "locale", una provincia cinese. I governi europei e quello italiano cosa fanno? L'unica minaccia efficace di boicottaggio spontaneo dell'Occidente sarebbe di non partecipare alle Olimpiadi del 2008 a Pechino, ma mi pare che non ci siano ancora state proposte e dibattiti seri in questo senso, nemmeno in Italia dove abbondano i democratici, i pacifisti e i gruppi pronti a mobilitarsi per i diritti dell'uomo. Per quale motivo?
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giovedì, maggio 03, 2007
Vasilij Semënovič Grossman
La mostra dedicata al romanzo Vita e Destino - lo scorso anno inaugurata a Torino - finalmente arriva in Russia: vedi i siti del centro studi www.grossmanweb.eu e del centro culturale Frassati www.centrofrassati.it con gli ultimi aggiornamenti.
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mercoledì, marzo 14, 2007
LA STORIA E' IN SVENDITA?
«La storia non è in vendita»: così su «Liberazione» della scorsa settimana il motto a sostegno di un convegno su «L'attualità dell'opzione comunista in Italia».
Forse la storia no, non è in vendita, ma le enciclopedie storiche senz'altro sì, e infatti la stessa «Liberazione» ne reclamizzava una con largo spazio solamente due pagine dopo. Non in vendita anzi, addirittura in svendita. Pensate: la Storia universale dell'Accademia delle scienze dell'Urss , dieci volumi, «un'opera monumentale che arricchisce la cultura italiana» , e che l'editore Teti è pronto a tirare dietro a chiunque per soli 85 euro anziché al prezzo originario di novecento. Si impone dunque l'ennesimo aggiornamento di Marx. Come si sa, il terribile vecchio di Treviri usava promettere cordialmente a tutto ciò che sulla scena del mondo gli sembrava privo di ragione e di valore una fine nella «spazzatura della storia».
Non aveva previsto una tappa ulteriore: quella sulle bancarelle.
(di ERNESTO GALLI DELLA LOGGIA - Calendario 14-3-2007 Corriere della Sera)
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giovedì, marzo 01, 2007
POESIA di un grande del Novecento
Uno sconosciuto è il mio amico
Uno sconosciuto è il mio amico, uno che non conosco. / Uno sconosciuto lontano lontano. / Per lui il mio cuore è colmo di nostalgia. / Perché egli non è presso di me. / Perché egli forse non esiste affatto? / Chi sei tu che colmi il mio cuore della tua assenza? / Che colmi tutta la terra della tua assenza?”. il mio amico, uno che non conosco. / Uno sconosciuto lontano lontano. / Per lui il mio cuore è colmo di nostalgia. / Perché egli non è presso di me. / Perché egli forse non esiste affatto? / Chi sei tu che colmi il mio cuore della tua assenza? / Che colmi tutta la terra della tua assenza?”.
Par Lagerkvist
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sabato, febbraio 10, 2007
10 FEBBRAIO : GIORNATA DEL RICORDO...
... dei martiri delle foibe e degli esuli di Istria, Fiume e Dalmazia
Vedi link del Comitato e questo link di documentazione del nostro amico Mascellaro.
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domenica, gennaio 07, 2007
CHARTA 77 (di Giovanni Bensi da Avvenire 4-1-2007)
30 anni fa, nella Cecoslovacchia ancora unita e schiacciata sotto il comunismo, veniva diffuso il manifesto di Havel e altri 200 - Praga si appresta a celebrare l’anniversario del movimento d’opposizione al regime, che vide fianco a fianco intellettuali laici e uomini di Chiesa
Trent’anni fa nasceva in Cecoslovacchia, allora ancora unita sotto il regime comunista, il primo documento pubblico di protesta in un paese dell’orbita sovietica, e, sulla sua scia, anche il primo movimento organizzato di dissidenza: Charta 77. Nove anni prima, nel 1968, Leonid Brezhnev aveva mandato i carri armati sovietici a schiacciare la "Primavera di Praga", messa in moto da Alexander Dubcek con l’illusione di poter creare un socialismo "dal volto umano". L’illusione era fallita e nel paese regnava la pesante atmosfera della normalizace, la "normalizzazione" imposta dal proconsole sovietico Gustáv Husák. Charta 77 nacque da un episodio apparentemente banale. Le autorità comuniste, ossessionate dall’ "influsso occidentale", avevano incominciato a perseguitare un innocuo gruppo musicale alternativo, i "Plastic People of the Universe", colpevole di suonare musica rock che trovava molti fan, soprattutto fra i giovani. Nel 1976 la Stb, equivalente del Kgb sovietico, dopo un concerto arrestò quattro membri del gruppo compreso il saxofonista Vrata Brabenec. Le accuse erano di «turbativa dell’ordine pubblico». Il fatto che il regime arrivasse a prendersela con gente come i "Plastic People" convinse alcuni cechi e slovacchi a pensare che i comunisti stessero perdendo il senso delle proporzioni e che fosse ora di reagire. Il 10 dicembre 1976 cinque intellettuali, il drammaturgo Václav Havel (poi divenuto primo presidente della Cecoslovacchia post-comunista), Jirí Hájek, già ministro degli esteri sotto Dubcek, il giornalista Jirí Dienstbier, lo scrittore Pavel Kohout e l’ex diplomatico Zdenek Mlynar, si riunirono a Praga, in casa del traduttore Jarosláv Koran, e redassero un manifesto in cui accusavano il regime comunista di violare i diritti dell’uomo rinnegando nei fatti i documenti che esso stesso aveva firmato, la Costituzione cecoslovacca, gli accordi di Helsinki e le convenzioni dell’Onu sui diritti politici, civili, economici e culturali. Il documento venne fatto circolare ed ottenne l’adesione di numerosi esponenti dell’intellettualità cecoslovacca: alla fine di dicembre le firme erano 242, apposte da rappresentanti delle più diverse ideologie. Vi erano comunisti e non comunisti, credenti e non credenti, conservatori e progressisti. Il 1° gennaio 1977 Havel e altri promotori, fra cui Ludvik Vaculik (già autore del "Manifesto delle 2000 parole") e Pavel Landovsky, cercarono di distribuire il testo alla stampa di Praga e Bratislava, mentre il 7 gennaio il documento fu pubblicato da alcuni giornali occidentali, fra cui Le Monde, il Times e la Frankfurter Allgemeine Zeitung. Nessun giornale cecoslovacco invece osò pubblicare il manifesto, ma poiché quasi subito si mise in moto la propaganda "anti-Charta" del regime ed il testo del documento fu trasmesso in ceco e slovacco dalle radio occidentali, ben presto il contenuto di Charta 77 divenne di pubblico dominio. Quando il regime comunista in Cecoslovacchia cadde nel 1989, esso recava ormai le firme di 2000 persone, fra cui anche Václav Malý, vescovo ordinante di Praga, ed il matematico Václav Benda, ora defunto, che dopo la caduta del regime divenne il capo dell’Ufficio per le indagini sui crimini del comunismo. Fin dall’inizio le posizioni del gruppo Charta 77 erano rappresentate da tre portavoce che venivano rinnovati ogni anno: i primi furono Havel, Hajek ed il filosofo Jan Patocka. Dal manifesto nacque un vero e proprio movimento, aperto a tutte le ideologie, che si proponeva il dialogo con il partito comunista ed il governo al fine di realizzare nel paese la difesa dei diritti. Il regime comunista tuttavia trattò Charta 77 come se fosse stato un pericoloso covo di sovversivi e terroristi, reagendo di conseguenza. Così già il 12 gennaio il Rudé Pràvo, organo del Pcc, accusava i promotori del manifesto di essere «al servizio dell’anticomunismo e del sionismo». I promotori di Charta 77 vennero in vario modo perseguitati, licenziati, inviati a lavori non qualificati, pedinati o arrestati. Il 13 marzo 1977 Jan Patocka, sottoposto per molte ore ad un estenuante interrogatorio nella sede della Stb, ebbe un attacco di cuore e morì. Il 17 e 18 ottobre si svolse il primo processo contro quattro "chartisti" a Praga (altri sarebbero seguiti in altre città). Le accuse furono di "sovversione" "attività controrivoluzionaria" e introduzione clandestina di letteratura anticomunista nel paese. Havel fu condannato a 14 mesi, Gli altri tre imputati, Ota Ornest, Jiri Lederer e Frantisek Pavlicek ebbero condanne da 17 mesi a 3 anni e mezzo. Molti firmatari di Carta 77, come Pavel Kohout, furono mandati in esilio e privati della cittadinanza.
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SECOLO XX e dintorni, il secolo più violento nella storia dell'umanità
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